Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Sconfitta nello Sport

Sulla sconfitta sportiva circolano due idee molto diffuse e entrambe imprecise: che rafforzi, e che la resilienza sia una dote di cui alcuni sono dotati. Vale la pena rivederle, perché da esse dipende cosa si dice a chi ha appena perso. Articolo divulgativo. Il testo originale del 2012 formulava ipotesi sulle motivazioni di un’atleta identificabile […]

Psicolab — La Sconfitta nello Sport
Sulla sconfitta sportiva circolano due idee molto diffuse e entrambe imprecise: che rafforzi, e che la resilienza sia una dote di cui alcuni sono dotati. Vale la pena rivederle, perché da esse dipende cosa si dice a chi ha appena perso.
Articolo divulgativo. Il testo originale del 2012 formulava ipotesi sulle motivazioni di un’atleta identificabile a partire da dichiarazioni pubbliche: quelle inferenze non sono riprese, per la ragione spiegata di seguito.

Una premessa metodologica

Dedurre lo stato psicologico di una persona da alcune sue frasi rilasciate ai giornalisti è un’operazione priva di fondamento.

Le dichiarazioni rese subito dopo una gara sono influenzate dal contesto, dall’interlocutore e da ciò che è opportuno dire in quel momento. Non sono materiale diagnostico, e la distanza fra ciò che si dichiara e ciò che si prova è documentata.

Vale in generale: attribuire a una persona reale, sulla base di dichiarazioni pubbliche, una mancanza di motivazione o un attaccamento alla notorietà è un giudizio, non un’analisi, e il fatto che riguardi una figura nota non lo rende più legittimo.

La sconfitta rafforza?

Il testo sostiene che il vero campione esca dalla sconfitta più forte. È l’idea da rivedere.

La ricerca sulla crescita post-traumatica (l’idea che dalle esperienze difficili si esca migliorati) ha prodotto risultati meno solidi di quanto la sua popolarità suggerisca.

Il problema principale è metodologico: la crescita viene di norma misurata chiedendo alle persone quanto ritengono di essere cambiate, e questo confronto retrospettivo è inaffidabile. Gli studi che misurano le stesse persone prima e dopo trovano effetti molto più piccoli, e talvolta nulli.

La formulazione sostenibile è che alcune persone riferiscono di aver tratto qualcosa da un’esperienza difficile, che questo è più frequente quando l’esperienza è stata elaborata e non solo subita, e che non è la regola.

Ne segue un’indicazione pratica: dire a chi ha appena perso che ne uscirà più forte aggiunge un compito a chi ha già un problema. Se non accade, si sarà falliti due volte.

La resilienza non è un tratto

Il secondo punto da correggere.

La resilienza non è una caratteristica che alcuni possiedono e altri no. È un esito: la constatazione che una persona, in una certa circostanza, abbia mantenuto un funzionamento adeguato.

Gli studi longitudinali mostrano che è la traiettoria più comune dopo eventi avversi (non l’eccezione) e che dipende in larga parte da fattori situazionali: risorse disponibili, sostegno ricevuto, assenza di stress concomitanti.

La stessa persona può essere resiliente in una circostanza e non in un’altra, a seconda di cosa ha intorno.

Trattarla come dote caratteriale ha una conseguenza sgradevole: chi non regge risulta carente, e la responsabilità di un contesto insufficiente viene trasferita all’individuo.

Cosa aiuta davvero

Gli elementi con riscontro dopo una sconfitta sono più modesti e più utilizzabili.

L’attribuzione conta: leggere l’esito come dovuto a fattori specifici e modificabili (la preparazione, una scelta tattica, la condizione di quel giorno) è associata a ripresa migliore rispetto ad attribuirlo a caratteristiche stabili di sé.

Il tempo di elaborazione: la revisione tecnica immediata, a caldo, è meno efficace di una condotta a distanza di qualche giorno.

La separazione fra ruolo e persona: aver perso una gara non è essere un perdente, e la distinzione va esplicitata perché sotto pressione non è ovvia.

E la presenza di investimenti al di fuori dello sport, che è il fattore protettivo più consistente in tutte le fasi di crisi, inclusa la fine carriera.

Sull’attenzione mediatica

L’osservazione del testo sull’esposizione pubblica coglie qualcosa di reale, e si può formulare meglio.

La visibilità non riduce la motivazione: aumenta il carico. La necessità di gestire l’attenzione, di rispondere, di apparire, sottrae tempo e risorse attentive.

Interviene poi un meccanismo documentato: quando un’attività intrinsecamente interessante viene accompagnata da forti incentivi esterni e da un’osservazione costante, la spinta interna tende a ridursi, non perché la persona sia cambiata, ma perché l’attività ha cambiato natura.

È un effetto della situazione, non del carattere di chi la attraversa. E questa distinzione è precisamente ciò che manca nella maggior parte dei commenti sulle prestazioni altrui.

Domande frequenti

La sconfitta rende più forti?

Non di regola. Gli studi che misurano le stesse persone prima e dopo trovano effetti molto più piccoli di quelli riferiti retrospettivamente. Dirlo a chi ha appena perso aggiunge un compito.

La resilienza è una dote innata?

No, è un esito e non un tratto: è la traiettoria più comune dopo eventi avversi e dipende soprattutto da risorse, sostegno e assenza di stress concomitanti.

Cosa aiuta dopo una sconfitta?

Attribuirla a fattori specifici e modificabili anziché a caratteristiche stabili di sé, rimandare la revisione tecnica di qualche giorno e separare esplicitamente il ruolo dalla persona.

La notorietà riduce la motivazione?

Aumenta il carico. E quando un’attività interessante viene accompagnata da forti incentivi esterni e osservazione costante, la spinta interna tende a ridursi: è un effetto della situazione, non del carattere.

Due idee vanno riviste. La sconfitta non rafforza di regola: la crescita dopo le esperienze difficili è misurata quasi sempre chiedendo alle persone quanto credono di essere cambiate, e gli studi prospettici trovano molto meno. E la resilienza non è una dote: è un esito, la traiettoria più comune, e dipende soprattutto da ciò che si ha intorno. Ciò che aiuta davvero è più modesto: attribuire l’esito a fattori modificabili, rimandare l’analisi tecnica, e tenere separato l’aver perso dall’essere.
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