Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Ripresa photo-verbale sull’etica della credulità o della comunicazione indiretta

Che cosa rende “vero” un fatto che percepiamo? A partire dal percorso neurobiologico che va dall’amigdala all’ippocampo, questo saggio intreccia neuroscienze, logica e filosofia del linguaggio, con l’aiuto di Wittgenstein, Siegel e Platone, per interrogarsi sull’etica della credulità e della comunicazione indiretta. La tesi è netta: nell’epoca delle neuroscienze, i valori di verità non sono […]

Psicolab — Ripresa photo-verbale sull’etica della credulità o della comunicazione indiretta
Che cosa rende “vero” un fatto che percepiamo? A partire dal percorso neurobiologico che va dall’amigdala all’ippocampo, questo saggio intreccia neuroscienze, logica e filosofia del linguaggio, con l’aiuto di Wittgenstein, Siegel e Platone, per interrogarsi sull’etica della credulità e della comunicazione indiretta. La tesi è netta: nell’epoca delle neuroscienze, i valori di verità non sono più Vero e Falso, ma Probabile e Falso, e ogni persuasione nasce da questo scarto.

Dall’amigdala all’ippocampo: l’asse della conoscenza

Si apprende dalla letteratura che l’amigdala, in quanto nucleo di gestione del flusso di energia proveniente dagli stimoli esterni al cervello, svolge all’interno del sistema limbico la primaria funzione di accogliere e valutare le informazioni emotive, avviando un processo neurobiologico di risposta, comunemente tradotto in simboli significanti e in un codice di valori vero e/o falso agli effetti della comunicazione. Essa mette in moto i centri di arousal, situati nella regione del tronco encefalico e del proencefalo, così da ottenere l’immediato livello di eccitabilità necessario alla secrezione di catecolamine, adrenalina e noradrenalina.

Uno sguardo d’insieme all’intera fenomenologia chimica, fatta salva la mediazione dei sensi, permette di costruire un asse che conduce dall’amigdala all’ippocampo, definito organizzatore cognitivo, attraverso il giro del cingolo e la corteccia orbito-frontale. Il sistema neurocognitivo di elaborazione delle informazioni primarie estetico-stimolanti, che giungono al cervello senza alcun preavviso, può dirsi completo a livello anatomo-funzionale se aggiungiamo una considerazione: l’accertata asimmetria degli emisferi cerebrali indica che l’attività dell’emisfero destro si basa su processi molto rapidi, quali la percezione e le associazioni di immagini e sensazioni, mentre quella dell’emisfero sinistro si produce in un adeguamento logico-speculativo dell’esperienza.

Questo tracciato funzionale è d’aiuto fintantoché si accetti di esprimere una cognizione della realtà pre-filosofica, post-cognitiva o prettamente diagnostica, ovvero nella misura in cui non si pretenda, almeno di primo acchito, di discutere l’ammissione di uno statuto di consapevolezza concernente il comportamento e il raziocinio dell’individuo vivente.

Wittgenstein: il mondo come totalità dei fatti

Se è vero, come scrive Wittgenstein, che “il mondo è tutto ciò che accade” (prop. 1) e che “il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose” (prop. 1.1), occorre chiedersi come gli accadimenti e la totalità dei fatti rientrino negli atti di deliberata volontà di chi fa in modo che l’insieme delle cose costituisca fatto e accadimento. Lo stesso Wittgenstein continua: “è essenziale alla cosa il poter essere parte costitutiva di uno stato di cose” (prop. 2.011).

Da questa proposizione si ricava come inequivocabile l’appropriato intervento dell’organizzatore cognitivo e, in seconda ma parallela istanza, l’integrale coinvolgimento dell’emisfero sinistro: la corteccia associativa invia precisi segnali alla corteccia orbito-frontale per la “costruzione” del pensiero astratto, e il lobo temporale-mediale invia segnali utili all’attivazione dei processi della memoria esplicita. Ma qual è il momento in cui si può affermare che una cosa è parte degli stati di cose? Quando l’individuo vivente può rilevare un fatto? E ancora: questo fatto rilevato è vero o del tutto infondato? Chi garantisce che il fatto rilevato non sia una distorsione interpretativa dovuta, per esempio, a una patologia dei processi cognitivi?

Siegel, ne La mente relazionale, offre un perfetto protocollo di approfondimento a proposito degli adulti che presentano uno stato della mente non risolto o disorganizzato rispetto all’attaccamento: durante l’intervista, la presenza di un atteggiamento disorganizzato si traduce tipicamente in racconti in cui questi individui parlano di persone scomparse come se fossero ancora vive, oppure mostrano evidenti segni di confusione e disorientamento quando cercano di rievocare esperienze traumatiche legate alla relazione con i genitori. Perdite o traumi non risolti si riflettono in una compromissione dei processi rappresentazionali che normalmente consentono la costruzione di un discorso coerente.

Il pullover rosso: una parabola domestica

La parodia semplice e curiosa della mia vita domestica permette di andare un po’ oltre l’impianto teorico. Quando devo vestirmi, per una sconclusionata abitudine di non dare mai ordine alle mie cose, chiedo spesso a mia moglie dove siano il pullover rosso o la cravatta gialla. Lei, superato un iniziale istinto d’aggressione, non capacitandosi di come io non riesca mai a memorizzare il posto di pullover e cravatte, mi indica l’esatta scansia dell’armadio. A questo punto vado a verificare e, puntualmente, non trovo ciò che mi serve, così da dover richiamare ancora l’attenzione di mia moglie, che mi appella in modo assai interessante: “sei ipovedente”. Non vi intravedo alcuna nota ingiuriosa. Di fatto lei raggiunge l’armadio, lancia un’occhiata alle scansie e addita l’oggetto della mia richiesta, che si trova all’incirca a trenta centimetri dal mio naso.

Io, al di là di una discreta miopia, non ho una patologia tanto grave da non poter essere corretta dalle lenti. Dunque: perché non vedo ciò che vede mia moglie e che sta a trenta centimetri dal mio naso? Ne consegue un livello di comunicazione incerto, per due soggetti che pure condividono casa, abitudini e linguaggio. Io non comprendo il suo statuto di consapevolezza perché non so usare le sue unità di significato per il reperimento di pullover e cravatte, mentre lei non comprende il mio perché non intuisce ciò che mi induce a non vedere una cosa così vicina. Entrambi puntiamo l’attenzione sulla stessa scansia; entrambi seguiamo lo stesso percorso neurobiologico e cognitivo, per quanto semplice: stimolo, sensi, amigdala, giro del cingolo, corteccia orbito-frontale, ippocampo.

Sappiamo dall’assioma di Hebb che il tono edonico relativo a una certa azione, tra linguaggio e comportamento, dipende dal fatto che neuroni eccitati contemporaneamente tenderanno a essere eccitati anche in seguito. Pertanto il pattern di cognizione, salvo stimoli capaci di alterare il dettato mnemonico, si pone come feedback immediato e criterio di conoscenza primaria, tale da determinare un vero e proprio valore di verità del linguaggio, verbale o non verbale. È utile allora proporre in un modesto catalogo i segni della relazione appena delineata:

  1. Il mio linguaggio non è differente da quello di mia moglie;
  2. le unità funzionali di significato sono chiare ed esplicite;
  3. il destinatario viene rispettato come tale;
  4. io voglio il pullover, ma penso ad altro;
  5. mia moglie pensa al pullover, ma vuole altro;
  6. mia moglie pretende che io memorizzi la scansia;
  7. io non ho mai pensato alla scansia;
  8. mia moglie non ha mai pensato alla scansia, ma pensa alla scansia del pullover;
  9. x tende all’infinito (?).

E, in parallelo:

  1. il mio linguaggio indica un fatto;
  2. le unità funzionali di significato rappresentano uno stato di cose;
  3. il destinatario designa un proprio stato di cose;
  4. il pullover e altro sono parti dello stato di cose;
  5. il pullover e altro di mia moglie sono parti di uno stato di cose differente;
  6. mia moglie è stimolo per i miei circuiti neurali;
  7. io non ho un pattern cognitivo per la specifica scansia;
  8. mia moglie ha un pattern cognitivo per la specifica scansia;
  9. x tende all’infinito (?).

Rappresentazioni e “cose in sé”

Il cervello genera insiemi di segnali o codici modificando i ritmi di eccitazione di determinati neuroni o gruppi neuronali; per definire questi simboli mentali, creati da pattern di attivazione neuronale, è stato utilizzato il termine “rappresentazioni”. Le rappresentazioni sono processi dinamici: la loro forma e i loro effetti all’interno del cervello vengono modificati attraverso complessi meccanismi trasformazionali chiamati “processi cognitivi”. In questo modo la mente “computazionale” può identificare similarità e differenze, estrarre temi e principi generali a partire da una serie di rappresentazioni diverse, creare nuove associazioni e combinazioni ulteriormente elaborabili.

L’effetto della mia visione, che acquisisce linguaggio nel “qui e ora” della rappresentazione manifesta, non è altro che il mio “senso del Sé” nel tempo, cioè nella dimensione atemporale e paracronologica del prima e del poi, sciolti dai contrassegni dei tempi grammaticali, e nello spazio, entro cui ogni luogo può farsi avverbiale solo nell’apertura alloplastica della percezione. L’assioma di Hebb si completa allora con un altro componente: tutte le volte in cui un bisogno non viene appagato, la mente produce un’esperienza psichica sostitutiva, senza tuttavia ridurre la quantità di pressione neurotrasmettitoriale esercitata dal legame associativo tra pulsione originaria e derivati ideazionali. In questo senso, le rappresentazioni sensoriali sono quelle che più si avvicinano alle “cose in sé”.

Imitatori delle cose reali e del sapere

Colui che tenta di informare qualcuno, di trasferire una conoscenza da sé ad altri con il fine della comunicazione o della persuasione, è chiamato non soltanto a sperimentare la propria capacità di simbolizzazione, per cui l’immagine “cane” deve riferirsi ora a un cane particolare, ora all’esperienza che ciascuno ha del cane, ma anche a rispettare i meccanismi di induzione e inclusione entro i quali il destinatario avverte il proprio senso di sé nel tempo e nello spazio. Il destinatario, che riceve un impulso in un codice che non gli appartiene, è chiamato a un’immediata fatica: deve ridurre la distanza ermeneutica tra l’equilibrio del proprio apparato psichico e il rischio di alterazione proveniente dallo stimolo esterno.

All’impatto con l’immagine “cane” la mente può inizialmente tutelare la propria stabilità così: “non so, potrebbe appartenermi; è cosa buona o cattiva?”. L’attestazione di autenticità viene conferita all’immagine solo quando la mente riesce a produrre, wittgensteinianamente, uno stato di cose in cui il cane ottiene l’adeguato livello di appartenenza alla simbolica concettuale. La rappresentazione concettuale organizza segni e simboli della rappresentazione percettiva in modo da sviluppare legami di significato: le idee. Anche qui la mappa delle referenze fenomenologiche è compiuta; eppure le difficoltà teoriche cominciano proprio dove finisce ogni ripresa photo-verbale.

Se l’asse di conoscenza e riconoscimento dei fatti varia a seconda delle modalità di attivazione dei pattern neuronali e, soprattutto, di un’evoluzione psicodinamica di ciascun individuo che tenga conto delle relazioni di attaccamento genitore-figlio; e se i principi della comunicazione sociale si basano sulla condivisione delle idee, che non possono essere definite altrimenti che come simboli rappresentativi dei processi di simbolizzazione primaria, come è possibile seguire una linea autentica di intelligibilità delle nostre unità funzionali di significato? In molte situazioni la coscienza è quindi un “epifenomeno”, che non è essenziale nel determinare le nostre successive risposte allo stimolo.

Probabile e Falso: i nuovi valori di verità

Per quanto possa sembrare sconcertante, la logica del comunicatore, e in particolare quella della persuasione, trae origine da un criterio d’inganno, cioè da uno scarto tra Probabilità e Falsità: i valori di verità, nell’epoca delle neuroscienze, non possono più essere rappresentati da Vero e Falso, ma unicamente da Probabile e Falso. La verità consiste nel mantenere l’intenzionalità semantica delle proprie unità funzionali di significato all’interno del valore Probabile, mentre la falsità consiste nel presentare assertivamente come Vero qualcosa che può solo rimanere Probabile.

Consideriamo la struttura dell’implicazione logica, il cui valore di verità è da ricercarsi nella probabilità. Data la classica tavola dei valori:

A B A implica B
V V V
V F F
F V V
F F V

per A, B deve essere vera; per non-A, B può essere vera o falsa. Sostituendo il valore Vero con il valore Probabile, si ottiene:

A B A implica B
P P P
P F F
F P P
F F F

Il gioco logico applicato all’implicazione è sempre lo stesso, ma si farebbe bene a non considerare utile il metalinguaggio della logica se non all’interno di un sistema condizionato da regole.

Platone e l’imitatore del sapere

Nel Sofista, Platone ricorre a due eccellenti espressioni per definire il ruolo dei sofisti: μιμητης των οντων e μιμητης του σοφου, cioè imitatore delle cose reali e imitatore del sapere. Il linguaggio platonico si serve di una grammatica che coniuga interamente il participio presente di ειμι (io sono), fornendo persino una declinazione dei casi, a differenza di quella latina e italiana. Qui οντων è il genitivo plurale maschile del participio presente di ειμι, da tradurre brutalmente con il participio sostantivato “essenti”, meglio reso dai filosofi con il latinismo ente. Quindi: imitatore degli enti, più che imitatore degli essenti.

L’indagine neuroscientifica ci istruisce sul fatto che l’ente corrisponde alla simbolizzazione dei processi di simbolizzazione primaria, ovvero a una categorizzazione regolativo-rappresentazionale delle rappresentazioni sensoriali. L’ente corrisponde così a ciò che è sempre altro da ciò che è: esso non solo non è, ma non può neanche non essere. È qualcosa solo in quanto lo si esprima in funzione d’altro, quindi di per sé non è; tuttavia non può esclusivamente non essere, in virtù della sua funzione regolativo-rappresentazionale. In definitiva, non ha senso parlare di ente se non come dimensione logico-valoriale della Probabilità del pattern cognitivo. Il sofista mostra allora una notevole arguzia nell’imitare il sapere, certo di poter sempre essere risucchiato dal vortice delle differenze che ogni fatto di conoscenza comporta: imitare il sapere vuol dire concepire e ricreare la mente d’altri.

Il pazzo, l’uomo delle somiglianze selvagge

Il pazzo, inteso non come malato ma come devianza costituita e alimentata, come funzione culturale indispensabile, è divenuto nell’esperienza occidentale l’uomo delle somiglianze selvagge. Questo personaggio, nella forma in cui si è istituzionalizzato a poco a poco nella psichiatria del XIX secolo, è colui che si è alienato nell’analogia. È lo sregolato burattino del Medesimo e dell’Altro: prende le cose per quelle che non sono e le persone le une per le altre, ignora gli amici e riconosce gli estranei, crede di smascherare e impone una maschera. Inverte tutti i valori e le proporzioni perché crede continuamente di decifrare dei segni: per lui gli orpelli fanno un re. È il Differente solo nella misura in cui non conosce la Differenza.

Domande frequenti

Qual è il percorso cerebrale che porta a “riconoscere” un fatto?

L’articolo individua un asse che va dall’amigdala all’ippocampo, passando per il giro del cingolo e la corteccia orbito-frontale. L’amigdala valuta le informazioni emotive, mentre l’ippocampo, “organizzatore cognitivo”, contribuisce a costruire il significato e la memoria del fatto percepito.

Perché, secondo l’autore, i valori di verità sono Probabile e Falso?

Perché nell’epoca delle neuroscienze la conoscenza dipende dai pattern neuronali e dalla storia psicodinamica di ciascuno. La verità consiste nel mantenere il significato nel campo del Probabile; la falsità nel presentare come certo ciò che può solo restare probabile.

Cosa insegna la parabola del pullover rosso?

Mostra che due persone che condividono lingua e casa possono comunque non condividere le stesse “unità di significato”. La difficoltà a vedere un oggetto vicinissimo diventa metafora di quanto la percezione dipenda dai pattern cognitivi individuali, non solo dallo stimolo.

Chi è il “sofista” nella lettura platonica proposta?

È l’imitatore delle cose reali e del sapere: colui che, sapendo di muoversi nel campo del probabile, ricrea la mente altrui attraverso la comunicazione persuasiva. La sua arguzia sta proprio nel giocare con lo scarto tra probabilità e falsità.

Percezione, linguaggio e verità non sono dati oggettivi ma costruzioni cerebrali, radicate nei pattern neuronali e nella storia affettiva di ciascuno. Da qui la tesi provocatoria dell’autore: nell’epoca delle neuroscienze i valori di verità sono Probabile e Falso, e ogni comunicazione persuasiva vive nello scarto tra i due. Riconoscerlo è un esercizio di etica della credulità: sapere che ciò che diciamo “vero” resta, quasi sempre, soltanto probabile.
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