Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Pensiero Positivo: Filosofia new age o Tecnologia della Mente?

Usiamo con noi stessi un linguaggio che non oseremmo rivolgere a un collega. Il pensiero positivo, spogliato delle sue derive più ingenue, è essenzialmente questo: imparare a parlarsi in modo diverso, e sapere perché quel modo produce effetti fisiologici reali. Questo articolo ha finalità divulgative. Alcune immagini utilizzate (come quella dell’iceberg e le percentuali associate) […]

Psicolab — Il Pensiero Positivo: Filosofia new age o Tecnologia della Mente?
Usiamo con noi stessi un linguaggio che non oseremmo rivolgere a un collega. Il pensiero positivo, spogliato delle sue derive più ingenue, è essenzialmente questo: imparare a parlarsi in modo diverso, e sapere perché quel modo produce effetti fisiologici reali.
Questo articolo ha finalità divulgative. Alcune immagini utilizzate (come quella dell’iceberg e le percentuali associate) sono metafore didattiche, non descrizioni anatomiche del funzionamento cerebrale. Le tecniche descritte non sostituiscono percorsi psicologici o cure mediche quando questi sono indicati.

Il pregiudizio da cui partire

Alla sola menzione del pensiero positivo si affacciano immagini vagamente esotiche, e domande legittime: si tratta di qualcosa di serio, o di una filosofia consolatoria?

La risposta proposta qui è che, correttamente inteso, si tratti di un insieme di tecniche di comunicazione con sé stessi, con effetti verificabili sul piano fisiologico.

La metafora dell’iceberg

L’immagine usata per introdurre il tema è quella dell’iceberg: la punta emersa rappresenta la parte razionale e cosciente (quella che prende decisioni e riceve gli input dei sensi) mentre la porzione sommersa, molto più estesa, rappresenta i processi non consapevoli: memorie, ricordi, immaginazione.

Va detto che si tratta di una metafora didattica ereditata dalla divulgazione psicoanalitica, non di una descrizione del cervello. Il suo valore sta nel rendere immediata un’idea corretta: gran parte dell’elaborazione mentale avviene fuori dalla consapevolezza.

Fatti, emozioni, memoria

Quando accade qualcosa, i sensi lo captano, ma nel corpo avviene immediatamente qualcos’altro. Se il fatto suscita un’emozione, la fisiologia si predispone rapidamente a reagire.

Paura, tristezza, gioia sono in questo senso reazioni fisiologiche a stimoli sensoriali, che si attivano in larga parte automaticamente.

I ricordi sono strettamente legati alle emozioni: tra il fatto e l’emozione si crea un’associazione che lascia una traccia di memoria.

Ed è qui il punto interessante. Basta l’evocazione di una situazione («domani c’è compito in classe») perché molte persone provino una reazione fisica, pur non trovandosi in quella situazione e magari non frequentando la scuola da decenni. È l’immagine mentale, non il fatto, a produrre l’effetto.

Perché accade: il cervello e le immagini

La spiegazione è che il cervello non distingue nettamente tra ciò che percepisce e ciò che ricorda o immagina.

Gli studi di neuroimmagine hanno mostrato che l’osservazione di una scena e la sua immaginazione attivano in larga parte le stesse aree cerebrali.

È il fondamento neurologico di tutte le tecniche di visualizzazione, e insieme la spiegazione di perché rimuginare su uno scenario temuto produca sofferenza reale anche quando quello scenario non si verifica.

Il meccanismo dello stress

Quando arriva un’emozione negativa, l’organismo entra in uno stato di attivazione. È un meccanismo utile: prepara a combattere, fuggire o immobilizzarsi.

Un po’ di attivazione è sana e necessaria: attraversare una strada trafficata richiede attenzione. Il problema nasce quando quello stato diventa permanente.

Il sistema nervoso autonomo governa entrambe le fasi: la componente simpatica attiva, quella parasimpatica riporta le funzioni verso il rilassamento.

Finché si mantiene una certa alternanza tra attivazione e recupero, l’organismo si ricarica. Quando la fase di recupero non si attiva e lo stress si accumula, ne risente la salute.

È una precisazione importante: il problema non è lo stress, è l’assenza del suo opposto.

Cosa non è il pensiero positivo

Prima di dire cos’è, l’autrice chiarisce cosa non è, ed è la parte più utile.

Pensare positivo non significa vedere tutto in modo idilliaco, né fingere che vada tutto bene, né sorridere passivamente davanti alle difficoltà.

E non sostituisce l’azione concreta. Sulla paura del compito in classe l’osservazione è disarmante nella sua semplicità: intanto si studia di più. Nessun atteggiamento mentale può sopperire alle carenze di preparazione.

Cosa è

Pensare positivo significa allora:

  • parlare gentilmente con sé stessi;
  • affrontare situazioni e cambiamenti con atteggiamento attivo;
  • assumersi la responsabilità delle proprie azioni;
  • orientarsi al miglioramento.

Un esempio efficace è quello di Alex Zanardi, il pilota automobilistico che ha perso entrambe le gambe in un grave incidente in pista. Mentre chi gli stava intorno si chiedeva come avrebbe fatto senza gambe, lui (una volta ripresa coscienza) si concentrò su come organizzarsi per continuare a fare ciò che gli interessava. È tornato a gareggiare, e successivamente ha raggiunto risultati sportivi di altissimo livello.

La differenza tra le due domande («come farà?» e «come faccio?») è esattamente ciò di cui si parla.

Le tecniche

La chiave: il rilassamento

Per rendere accessibili i processi meno consapevoli serve un punto d’ingresso, e quello più efficace è il rilassamento corporeo. Due tecniche diffuse sono la respirazione diaframmatica e il rilassamento muscolare progressivo.

La ragione è osservabile. Sotto stress il respiro si accorcia; il sangue meno ossigenato sollecita il cuore, che accelera. La mandibola si serra, la muscolatura si contrae, la postura si chiude.

Bastano alcuni respiri profondi perché la fisiologia cambi e si avverta un primo effetto di distensione. È il punto di ingresso più accessibile perché non richiede convinzione: funziona meccanicamente.

Il linguaggio

Le formule utilizzate seguono criteri precisi: sono al tempo presente (perché nell’elaborazione emotiva tutto tende a essere vissuto come attuale) sono formulate in positivo, e sono enfatiche, dal momento che spesso occorre contrastare convinzioni sedimentate per anni.

Le immagini

Si ricorre poi alla visualizzazione, per la ragione già vista: se le immagini che ci proponiamo sono piacevoli, la risposta fisiologica ne risente positivamente, con lo stesso meccanismo per cui uno scenario temuto produce tensione.

Il punto che colpisce di più

L’osservazione conclusiva è quella che vale l’intero articolo.

Quante volte al giorno ci definiamo incapaci per una situazione subita, inadeguati per non essere riusciti a emergere, inaccettabili per il nostro aspetto?

Usiamo con noi stessi un linguaggio che non oseremmo mai rivolgere a un collega, per quanto antipatico. Nessuno direbbe a un’altra persona ciò che si dice quotidianamente allo specchio.

Eppure con noi stessi siamo impietosi, esagerati, ipercritici, sempre pronti a sminuirci.

È su questo che lavora il pensiero positivo correttamente inteso: insegnare il rispetto verso sé stessi, e, di conseguenza, verso gli altri.

Domande frequenti

Pensare positivo significa vedere tutto bene?

No. Non significa negare le difficoltà né sorridere passivamente davanti alle avversità, e soprattutto non sostituisce l’azione concreta: nessun atteggiamento mentale compensa una preparazione insufficiente.

Perché immaginare una situazione produce reazioni fisiche?

Perché il cervello non distingue nettamente tra percezione e immaginazione: gli studi di neuroimmagine mostrano che osservare una scena e immaginarla attivano in larga parte le stesse aree.

Lo stress è sempre negativo?

No: è un meccanismo di attivazione utile e necessario. Il problema nasce quando manca l’alternanza con la fase di recupero, governata dalla componente parasimpatica del sistema nervoso autonomo.

Perché si parte dal rilassamento corporeo?

Perché è il punto d’ingresso più accessibile: non richiede convinzione, funziona meccanicamente. Bastano alcuni respiri profondi perché la fisiologia cambi e si avverta una prima distensione.

Il pensiero positivo, spogliato delle derive consolatorie, è un insieme di tecniche di comunicazione con sé stessi. Poggia su un fatto documentato: il cervello non distingue nettamente tra percezione e immaginazione, per cui uno scenario immaginato produce risposte fisiologiche reali. Lo stress è un meccanismo utile: il problema è l’assenza di alternanza con il recupero. Pensare positivo non significa negare le difficoltà né sostituire l’azione, nessun atteggiamento compensa una preparazione insufficiente. Significa parlarsi gentilmente, agire e assumersi responsabilità. Le tecniche partono dal rilassamento corporeo, punto d’ingresso che funziona meccanicamente, e proseguono con linguaggio e visualizzazione. Il punto centrale: usiamo con noi stessi parole che non rivolgeremmo a nessun altro.
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