Forse perché nelle sue parole ritrovo anche molto di me stessa, con la mia “ansia di conoscere e di capire” io sento tanto vicina a me Marise Ferro. Mi considero anch’io un po’ “figlia violenta della mia terra”, questa Liguria in cui sono nata ed ho sempre vissuto, perché ho anch’io uno spirito in cui “si dibatte e si strazia” una oscura ed “arcana tragedia interiore che arrestava gli occhi dei miei nonni davanti al mistero degli orizzonti”.
E non posso non esserlo in un mondo, quello in cui viviamo oggi, in cui sembra in ogni istante che neanche più esistano degli “orizzonti”, dove tutto è diventato provvisorio, insondabile, inconoscibile, “liquido”. Tornare all’ “antico”, per noi figli del moderno, rileggere Marise Ferro può magari avere una funzione “catartica”, per un Io che , di fronte alle sue angosce nelle quali sta ormai annegando, prigioniero di una accelerazione come paradigma del terzo millennio che lo spinge ad andare sempre più “oltre”.
Un “oltre” che, direi, abbiamo già raggiunto; ed ora siamo sul bordo di un precipizio davanti al quale non ci resta che decidere, perché non c’è più tempo: gettarci in un abisso senza ritorno o tornare indietro?
In Marise Ferro molto si ritrova delle città della prima metà del novecento, quando anche la nostra Ventimiglia era più bella, “un bianco paese di confine allargato ai piedi delle montagne come una valanga, tagliato dalla riga metallica di un bel fiume, che si buttava in mare con una furia aggressiva, merlettato dall’onda di un mare procelloso che le correnti rigavano come vene e gli scogli corrompevano come malattie”.
E Marise Ferro descrive se stessa nelle parole della protagonista del romanzo, Paola, quando ella dice “Ho preso dalla mia terra la sua forza primitiva, la sua veemenza d’espressione, il bruciore di tutti i suoi sentori e di tutti i suoi aromi”.
Su tutto passò la prima guerra mondiale , non vissuta direttamente da Paola , all’epoca chiusa in collegio, poiché, ella ci dice, “La guerra passò su di me come un’acqua sopra uno specchio”, tanto che non patì “ il contraccolpo degli urti che il dolore dava alle persone tremanti ogni giorno per l’orrore di una separazione mortale” , e non provò “ la grandiosa esperienza della guerra, quella esperienza che costruisce gli animi, cementa i caratteri e fa dei fanciulli gli uomini, degli uomini gli eroi”.
Anche Marise Ferro nel 1915 aveva solo dieci anni, e nel 1932, quando il libro è stato pubblicato, non c’era ancora stata un’altra guerra, la seconda, ma le sue descrizioni sono come se veramente avesse visto quello che, nel paradosso della finzione letteraria ella descrive come se non avesse mai visto, in una delle pagine più struggenti del romanzo:
“Non ho visto lo spavento che inchioda l’espressione del viso nel ricordo perenne di quello che gli occhi hanno guardato troppo da vicino. Non ho visto il pianto che scava dei solchi nel volto, più profondi dei letti dei torrenti. Non ho visto le madri pietrificate da un’angoscia che indurisce in loro anche la sorgente delle lacrime. Non ho visto i bambini vestiti di nero, pallidi dal terrore di vedere soffrire la mamma. Non ho visto i feriti bianchi e trasognati per quella resurrezione che li butta, così fragili e smarriti, fra la gente che non comprendono più. Non ho visto i mutilati che sanno sorridere- ancora- con l’abito che ricorda in una maniera spaventosa a chi li guarda quello che hanno perduto. Non ho udito i singhiozzi, gli urli, le invocazioni.”
Quante immagini che sembra di vedere, e che vediamo, o facciamo finta di non vedere, a seconda della posizione del nostro punto di osservazione. Il romanzo si snoda attraverso varie altre vicende , anche con una parentesi di soggiorno della protagonista in un’altra regione, ma sarà il ritorno in Riviera che, solo, potrà liberare dall’inquietudine l’anima travagliata che così troverà pace.
Perché è ancora Paola che ci dice che:
“I primi giorni passati in Riviera furono per me un’ebbrezza. Ritornavo nella mia terra, con l’atmosfera spirituale più adatta per capirne il forte e profondo significato. Sentivo nel trepidare delle correnti che solcano come vene il mare azzurrissimo, una forza uguale alla stessa che si dipanava a terra nella matassa delle onde, che si diluiva nel cielo vicino e pesante, che restava nello spirito degli uomini prossimi alla sincerità della razza e della natura. Vedevo nei pini ritorti sui versanti scoscesi, negli ulivi gobbi e sbilenchi scavati da un maleficio, negli scogli neri e maledetti come pezzi di un mondo rinnegato, la medesima asprezza che modellava i monti, fra lo spacco dei burroni e il letto sassoso dei torrenti, con quella sagoma violenta da cui traspare la faccia compatta e selvaggia della vera Liguria. Tutto mi pareva selvatico e primitivo, pur sotto l’ondeggiare di un’aria dolce e civilizzata”.
Il tempo è passato, dall’inizio della storia, da quando Paola era bambina, portando con sé tutto il suo carico di sensazioni e sofferenze, ma quella natura” paurosa e segreta, nascosta e sincera, pur sotto la corruzione degli hotels ingombranti, delle ville pretenziose, delle strade prepotenti e fisse, le terribili strade che conducono a una mèta” restava per lei la terra più amata che la faceva ancora tornare bambina. L’incipit de La ragazza in giardino è significativo e struggente:
“Mio padre e mia madre non erano fatti per la famiglia, non amavano i bambini, un figlio era un impiccio, un essere che a stento riconoscevano appartenere alla razza umana. Erano due adulti egoisti che avevano generato per errore. Appena fuori dall’allevamento, fatto altresì da una balia, fui affidata a nonna Leo, la madre di mio padre.”
Ma famiglie così non ne vediamo anche noi, ora? Ammesso che si possano ancora chiamare “famiglie”, queste di oggi…
Il giardino fa da sfondo all’intera storia di un amore sfortunato, del difficile rapporto tra madre e figlia e dell’amicizia con figure femminili divenute salvifiche madri simboliche. Peccato che di questi magnifici giardini, che le nostre città liguri hanno per anni conservato come scrigni preziosi, sia rimasto ben poco, preda delle speculazioni edilizie del secondo dopoguerra, e non possiamo più dire, come Laura, che
“C’era un sortilegio nella notte silvestre che incantava tutti i miei sensi. In me l’essere intimo rispondeva senza che lo volessi, senza che neppure lo sapessi al richiamo notturno di tutto ciò che era vegetale, vitale, arcano.”
Marise Ferro ci dice cose che credevamo di avere dimenticato, ma che “dobbiamo” ricordare se vogliamo sopravvivere. Se ci fermiamo un attimo, ora, e guardiamo: forse , dietro la coltre di cemento che sta davanti ai nostri occhi, di pessima qualità perché chi aveva vinto la gara di appalto per la costruzione dei casermoni era l’impresa più scadente e il cemento comincia a sbriciolarsi, riusciamo a vedere che c’è ancora qualcosa, e siamo salvi.
Ma dobbiamo guardare bene indietro per trovare qualcosa Si intravvede allora, indietro, quel “paese di confine allargato ai piedi delle montagne come una valanga, tagliato dalla riga metallica di un bel fiume, che si buttava in mare con una furia aggressiva, merlettato dall’onda di un mare procelloso che le correnti rigavano come vene e gli scogli corrompevano come malattie. Sui monti costruiti a terrazze si contorcevano gli ulivi dalla gran chioma d’argento, profumavano di bontà le rose selvagge, aprivano i pini il loro ispido e malinconico ombrello.
Nei giardini sventagliati dalle palme, le mimose lasciavano cadere la loro capellatura d’oro sui cactus feroci, gli aranci, di sopra alle siepi di canne intrecciate, buttavano il verde metallico delle loro foglie dure e l’odore amoroso dei fiori bianchi. Sulla spiaggia sassosa l’agave, candelabro verde, tendeva le braccia ornamentali al vento perenne. I gabbiani rincorrevano, nel cielo intenso, le nuvole rotonde e pesanti”.
Che bello allora sarebbe vivere in questo paese del 1932…