Oltre le categorie ideologiche, cosa dicono davvero i dati ufficiali sulla violenza
Antonella Baiocchi, Patrizio Ciuffa, Andrea Manzo
di: Antonella Baiocchi1.
Con la collaborazone di Patrizio Ciuffa2, Andrea Manzo3 (edizione gennaio 2026)
© Tutti i diritti riservati. È consentita la citazione di brevi estratti esclusivamente con indicazione della fonte e degli autori.
- Psicoterapeuta, esperta in Criminologia; autrice dei saggi: “La violenza non ha sesso” e “Abusi sui minori”. Ideatrice della Prospettiva Inclusiva e Bidirezionale della Violenza e del concetto di Debolicidio;
- Ingegnere PhD, laureando Scienze Religiose su “Educazione alle buone relazioni e Dipendenze”, e su “Egocentrismo passionale adolescenziale” profilo psicologico della modernità;
- Ingegnere Informatico, analista di sistemi complessi, processi decisionali, formattazione ed estrazione dei dati statistici dai dati dei centri governativi internazionali.
Premessa
L’Italia contemporanea attraversa una fase storica caratterizzata da una frattura epistemologica senza precedenti, una scissione profonda tra la realtà fenomenologica (misurabile, quantificabile, osservabile) e la sua rappresentazione mediatica e politica.
Viviamo immersi in quella che la psicologia sociale definisce “dissonanza cognitiva di massa”.
Da un lato, il cittadino è sottoposto a un bombardamento mediatico incessante, un tambureggiamento a reti unificate che descrive la nazione come un teatro di guerra permanente, dove le donne sono bersaglio di una violenza sistemica, endemica e crescente, radicata in un “patriarcato” atavico che permea ogni istituzione.
Dall’altro, i dati freddi, asettici e inoppugnabili forniti dalle massime istituzioni dello Stato (il Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale, l’ISTAT, l’UNODC) restituiscono la fotografia di un Paese radicalmente diverso: una nazione che non solo è tra le più sicure del mondo occidentale, ma che registra un calo strutturale e costante della violenza letale, inclusa quella di genere.
Questo rapporto, concepito come un documento di analisi profonda destinato a smantellare le sovrastrutture ideologiche che inquinano il dibattito pubblico, nasce con l’intento di fornire uno strumento di decodifica della realtà libero dai condizionamenti del politicamente corretto.
L’obiettivo non è negare la sofferenza delle vittime, tantomeno delle vittime donne, ma onorarla attraverso la verità, rifiutando la strumentalizzazione del dolore per fini politici che conducono a derive legislative liberticide come il Disegno di Legge Roccella/Nordio (S. 1433)
Metodologia di Analisi e Fonti
L’approccio adottato in questo studio è multidisciplinare ed intreccia la criminologia statistica, la sociologia del diritto e l’analisi politica. Le fonti primarie utilizzate sono i documenti ufficiali del Ministero dell’Interno, dell’ISTAT e governative:
- Omicidi volontari Polizia Criminale report-iii-trimestre 2025.
- Istituto Nazionale di Statistica, SUICIDI popolazione 15 anni ed oltre.
Attraverso questi documenti ed altri, dimostreremo come la violenza sia un fenomeno umano, trasversale e non sessualizzato, e come l’attuale legislazione stia creando una pericolosa asimmetria e discriminazione di diritti, trasformando il diritto penale del fatto in un “diritto penale d’autore” (o meglio, di genere), dove la gravità del reato non dipende dall’azione, ma dal sesso di chi la compie e di chi la subisce.
I dati ufficiali smentiscono l’emergenza femminicidi e le ‘cause’ a supporto
Uno degli argomenti cardine della narrazione emergenziale è che l’Italia sia un paese retrogrado e patriarcale dove le donne vengono uccise più che altrove. I dati smentiscono categoricamente questa tesi.
Secondo le statistiche globali (UNODC e dati Eurostat), l’Italia vanta uno dei tassi di omicidio più bassi in assoluto: circa 0,48-0,53 omicidi per 100.000 abitanti.
Confrontando questo dato con Paesi spesso indicati come modelli di progresso e di educazione di genere, quali Francia, Germania e Paesi scandinavi, l’Italia ne esce vincente: l’Italia mostra indicatori di violenza omicidiaria inferiori, smentendo l’associazione automatica tra cultura tradizionale e maggiore violenza letale.
In molti paesi del Nord Europa, dove l’educazione sessuale e di genere è impartita fin dall’asilo, i tassi di violenza domestica e di stupro registrati sono spesso doppi o tripli rispetto a quelli italiani come emerge dalle statistiche ufficiali europee sulle denunce e sui reati dichiarati.
Questo paradosso demolisce l’assunto secondo cui la violenza sulle donne derivi da una mancanza di educazione sessuale o da un retaggio culturale cattolico/tradizionale. Al contrario, la struttura sociale italiana, ancora basata su reti familiari solide, sembra fungere da fattore protettivo molto più efficace delle politiche stataliste e progressiste nordeuropee.
Il Trend 2015-25: una discesa continua della violenza
Se esistesse davvero un’emergenza in crescita, tale tendenza dovrebbe riflettersi in un aumento dei delitti più gravi. Accade invece l’opposto: dal 2015 gli omicidi volontari sono in generale calo.
I dati del Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale (SAC), diffusi a ottobre 2025, evidenziano una riduzione degli omicidi da 342 (2023) a 331 (2024), e nel periodo Gen-Sett passano da 255 (2024) a 224 (2025) con una riduzione del -12% e con vittime di genere maschile circa doppie rispetto a quelle di genere femminile.
Questi dati, specificati per genere femminile si passa da 120 (2023) a 117 (2024) e nel periodo Gen-Sett passano da 91 (2024) a 73 (2025) con una riduzione del -20%.
Questi ultimi, specificati per l’ambito da partner o ex partner si passa da 64 (2023) a 62 (2024) e nel periodo Gen-Sett passano da 48 (2024) a 44 (2025) con una riduzione del -8%, in controtendenza rispetto alla narrazione emergenziale dominante.
In termini assoluti, nel 2024 le vittime di sesso femminile da partner o ex partner sono state 62, su una popolazione femminile di circa 30 milioni di persone, dato che corrisponde a uno 0,0002%, incompatibile con la definizione di “fenomeno sociale di massa” .
Si tratta di eventi tragici, che meritano rispetto e prevenzione, ma non configurano statisticamente un’emergenza nazionale: singoli e tragici episodi criminali, che richiedono analisi rigorose puntuali e non semplificazioni emotive generalizzate.
Precisazione concettuale sul termine “femminicidio”
È quindi necessario, a questo punto, chiarire cosa si intenda realmente per femminicidio.
Il termine, nella sua definizione originaria e concettualmente rigorosa, indica l’uccisione di una donna in quanto donna, ossia per un movente ideologico di odio o di sconvenienza verso il femminile, tipo il femmicidio in voga negli anni passati in Cina, o altri contesti storici in cui si uccideva l’uomo in quanto nero (Ku Klux Klan), o in quanto ebreo, o in quanto appartenente a un gruppo ritenuto eliminabile.
Tuttavia, la quasi totalità degli omicidi oggi classificati come femminicidi non risponde a tale definizione. Il Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale (SAC) chiarisce infatti che il termine femminicidio non ha una fattispecie codificata nel nostro ordinamento giuridico.
Le stesse statistiche SAC mostrano che circa i 2/3 degli omicidi di donne avviene in ambito familiare/affettivo, e che circa la metà è commessa partner da partner o ex, con un numero quasi analogo di vittime maschili, fra il 10% ed il 50%.
Tali eventi si collocano prevalentemente all’interno di dinamiche relazionali e familiari, in cui i fattori ricorrenti sono il conflitto, la separazione, la gelosia, la perdita, la frustrazione, la perdita, e l’abbandono: elementi comuni alla violenza interpersonale indipendentemente dal genere.
Tutti ambiti questi appena elencati hanno come comun denominatore: la divergenza, ovvero il trovarsi di fronte a una realtà che procede in modo diverso dalle proprie aspettative.
È proprio in questo punto che si inserisce il contributo teorico elaborato e ampiamente divulgato dalla dott.ssa Antonella Baiocchi, che ha descritto in modo sistematico la sequenza da cui origina la violenza relazionale.
Secondo la prospettiva proposta da Baiocchi, ogni relazione (sia all’interno che all’esterno delle mura domestiche) nasce e si struttura inevitabilmente nel confronto con la divergenza: il disaccordo, la differenza di visione e di aspettative.
A causa di una diffusa e grave scarsità di conoscenza dei meccanismi che regolano la psiche umana e le relazioni (condizione definita Analfabetismo Psicologico) molti individui risultano incapaci di attribuire valore al diverso, al relativo, all’opinabile, arroccandosi sulla convinzione disfunzionale dell’esistenza di una Verità Assoluta.
In questa cornice disfunzionale, la relazione viene gestita attraverso modalità dicotomiche (vero/falso, giusto/sbagliato, ragione/torto, normale/anormale), che impediscono di attuare il reciproco rispetto e inducono invece alla sopraffazione del polo divergente percepito vulnerabile da parte dell’interlocutore in posizione di potere. È questo processo che la Baiocchi definisce “gestione dicotomica delle divergenze”, il terreno da dove origina la gran parte delle violenze.
Da tale lettura discende il concetto di Debolicidio, termine coniato dalla Baiocchi per indicare il comune denominatore che lega la gran parte delle vittime di violenza: l’essersi trovate a divergere, in posizione di vulnerabilità, rispetto ad un interlocutore affetto da analfabetismo psicologico, incapace quindi di promuovere il reciproco rispetto e portato invece a prevaricare e annientare l’altro.
In questa prospettiva, appare evidente che la violenza non origina da un odio ideologico “di genere” ma da una disfunzionale gestione delle divergenze relazionali, che riguarda tutte le persone indipendentemente dal sesso, quindi sia uomini che donne.
Anche l’ISTAT mostra che la maggioranza degli omicidi di donne avviene in ambito relazionale/familiare, con autori partner o ex partner, descrivendo un contesto non ideologico, ma relazionale, riconducibile alla frustrazione, alla perdita, al conflitto… in altri termini: ovvero al trovarsi di fronte a una realtà non conforme/divergente alle proprie aspettative.
L’uccisione della donna motivata da un odio strutturato verso il femminile in quanto tale rappresenta un fenomeno raro, riconducibile a specifici profili patologici o seriali, e non generalizzabile né rappresentativo della violenza relazionale contemporanea.
Di conseguenza, la quasi totalità degli omicidi oggi classificati come femminicidi non risponde alla definizione rigorosa di “femminicidio”, ma sono invece omicidi di persone di sesso femminile.
Lo stesso Ministero dell’Interno – SAC aggiunge che il termine femminicidio «si presta a interpretazioni», ammettendo implicitamente la natura fluida e non tecnica della categoria.
Questa ambiguità concettuale, unita allo scollamento rispetto ai dati, espone il dibattito pubblico a un rischio ben noto nelle scienze sociali: quello del panico morale, descritto dal sociologo Stanley Cohen.
Il panico morale si verifica quando un fenomeno reale viene amplificato, semplificato e trasformato in un’emergenza percepita, governata più dall’emotività che dall’analisi razionale.
Il risultato è uno spostamento dell’attenzione:
- dai dati all’allarme,
- dall’analisi alla reazione,
- dalla prevenzione strutturale alla risposta simbolica.
In questo clima, la produzione normativa tende a essere costruita sull’onda dell’emozione, con leggi emergenziali che rischiano di comprimere le garanzie costituzionali senza incidere sulle cause profonde della violenza.
L’Analisi oggettiva: chi muore e chi subisce di più in Italia?
La vera emergenza, se si vuole parlare di numeri assoluti, è quella maschile. Per analisi differenziale, dai citati dati del Ministero degli interni – SAC anno 2024, otteniamo un quadro sconvolgente che viene sistematicamente censurato dai telegiornali.
● Totale Omicidi 2024: 331
● Vittime Donne: 117
● Vittime Uomini: 214
Gli uomini rappresentano il 65% delle vittime di omicidio volontario in Italia. Per ogni donna uccisa, vengono uccisi due uomini. Se l’omicidio è una violazione dei diritti umani, perché la morte di 214 uomini non merita task force, dirette televisive, o minuti di silenzio nelle scuole?
L’interpretazione ideologica neofemminista è che gli uomini “si uccidono tra loro”, ovvero la mano omicida è principalmente maschile, loro sono la fonte della violenza, quindi vanno attenzionate solo le donne.
Ma questa è una giustificazione inaccettabile, per varie ragioni: lo stesso SAC evidenzia che nel 2023 e 2024 circa il 30% di tali omicidi è commesso dagli immigrati, che costituiscono il 9% della popolazione maschile; gli atti omicidi spesso hanno dei mandanti donne; inoltre, per la morale giuridica italiana, si giudica il reato indipendentemente dal reo, dunque un reato ha valore intrinseco, non in base al genere di chi lo commette; ovvero, la vittima è vittima, a prescindere dal sesso del carnefice. La violenza femminile sugli uomini esiste e produce danni reali, ma viene esclusa dal riconoscimento istituzionale e dalla narrazione dominante che devia apertamente dalla proclamata parità di genere legislativa.
La Crudeltà “Femminile” esiste: i casi di cronaca ignorati
La narrazione dominante dipinge la donna come perennemente vittima inerme e l’uomo come carnefice brutale.
Tuttavia, la realtà investigativa e la cronaca giudiziaria consegnano scenari ben diversi, che suffragano la tesi secondo cui anche la donna è pienamente capace di violenza estrema, fisica, psicologica e premeditata.
Le violenza che gli uomini subiscono dalle donne non sono fenomeni marginali né episodici, né per numero né per modalità. In assenza di un sistema statistico istituzionale che rilevi in modo sistematico la violenza subita dagli uomini, tali eventi emergono attraverso un lavoro di raccolta capillare della cronaca, spesso confinata nei trafiletti di giornali locali e regionali, ma rapidamente rimossa dal dibattito pubblico nazionale.
In questo vuoto informativo si collocano iniziative indipendenti come “La Fionda, l’altro versante del vero”, e il blog “Violenza donne” che da anni documentano e archiviano casi di violenza femminile sugli uomini, in attesa che lo Stato produca statistiche dirette, serie, neutrali e non ideologiche sul fenomeno.
Se è vero che, in media, l’uomo può disporre di una maggiore forza fisica, è altrettanto vero che la violenza non si esaurisce nella forza muscolare: il divario può essere colmato attraverso l’uso di armi improprie, veleni, sostanze chimiche, o mediante modalità che sfruttano la sorpresa, la fiducia e lo stato di vulnerabilità della vittima, come il sonno, o l’essere mandanti.
Numerosi casi di cronaca raccontano di uomini sfigurati in viso con acido ad altri strumenti, colpiti nel sonno, aggrediti con bottiglie spaccate conficcate nell’addome, accoltellamenti, o uccisi con modalità che denotano non solo l’intento omicida, ma un furore distruttivo che non ha nulla da invidiare alle forme più brutali di violenza maschile. I dati del SAC riportano il dato del 72% nel 2024 per “deformazione aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” su uomini .
Liquidare questi fatti come eccezioni irrilevanti significa perpetuare una rimozione culturale che impedisce di cogliere la reale natura del fenomeno violenza, trasformando la mancanza di rilevanza statistica in una presunta irrilevanza del fenomeno stesso: una vera e propria eresia scientifica, in cui ciò che non viene direttamente misurato viene fatto sparire, pure se esiste il dato in differenziale.
False Accuse: strumento di violenza sugli uomini
Un esempio emblematico di violenza femminile manipolatoria e predatoria emerge in alcune dinamiche di strumentalizzazione giudiziaria, ormai ricorrenti specie nella cronaca separatoria o divorzile o licenziamenti, ulteriormente facilitate da un impianto normativo che ha creato forti incentivi all’abuso della denuncia come strumento di offesa indipendentemente dalla veridicità del contenuto.
L’attuale impianto normativo sta mostrando i primi segni di cedimento in tal senso, con un passaggio dal diritto penale del REATO al diritto penale dell’AUTORE, più volte criticata dalla dottrina garantista (Ferrajoli, 1989). La gravità del fatto tende a essere valutata non in base alla condotta, ma in base al sesso di chi agisce e di chi subisce; questo viola principi costituzionali fondamentali:
- il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.),
- la presunzione di innocenza (art. 27 Cost.),
- il principio di proporzionalità della pena in base al solo reato.
Un sistema che punisce il carnefice più in base al genere che al reato non tutela le vittime; non solo ma, in virtù delle procedure introdotte dal Codice Rosso, consente l’attivazione di misure cautelari immediate sulla base della sola denuncia di un genere non tutela le vittime e produce nuove ingiustizie.
In pratica accade che, in assenza di un accertamento preliminare tempestivo nel contraddittorio, l’uomo venga allontanato per anni dalla casa familiare, separato dai figli, a perdere la casa, ad essere etichettato come “violento”, a subire effetti irreversibili, prima di qualsiasi verifica giudiziaria.
L’analisi dei dati evidenzia una discrepanza notevole tra l’andamento dei reati accertati e quello delle segnalazioni archiviate come non commesse o non costituenti reato: in base alle note introduttive del DdL 2530/’22 del senato della repubblica, si ha che:
- nell’anno 8/2018-7/2019 su circa 72.800 procedimenti, circa il 4% (2868) sono condanne;
- nell’anno 8/2019-7/2020 su circa 71.000 procedimenti, circa il 4% (2846) sono condanne;
- nell’anno 8/2020-7/2021 su circa 69.500 procedimenti, circa il 5,3% (3704) sono condanne;
il rimanente 94% sono di fatto denunce usate come strumento di violenza contro gli uomini.
Anche la sottocategoria dei cosiddetti REATI SPIA è in discesa; nel primo semestre 2024:
- i reati di atti persecutori sono diminuiti dell’8%, mentre le segnalazioni a carico di autori noti per il medesimo reato sono aumentate del 18%;
- ancora più significativo il dato sui maltrattamenti in famiglia: a fronte di un aumento dei reati del 5%, le segnalazioni sono cresciute del 23% (da 12.955 a 15.924).
- i reati di violenza sessuale sono diminuiti del 2,3%, mentre le segnalazioni a carico di autori noti per il medesimo reato sono aumentate del 5,2% .
Quando, dopo anni, il procedimento si conclude con un’archiviazione o un proscioglimento, il danno è ormai compiuto: anni sottratti alla genitorialità, perdita di risorse economiche, compromissione della reputazione e gravi ricadute psicologiche.
La falsa accusa si configura così come una forma di violenza grave, non fisica ma istituzionale, che incide profondamente sui diritti fondamentali della persona. In questo quadro, il DDL Roccella/Nordio che introduce il reato di femminicidio rischia di aggravare ulteriormente il problema, introducendo una ulteriore discriminazione di genere, abbassando la soglia probatoria per l’applicazione delle misure restrittive e aumentando il rischio di abusi.
Il Partner Maschile come Vittima di omicidi volontari in ambito Familiare/affettivo
Anche nell’ambito ristretto delle relazioni di coppia, l’uomo è vittima. Dai dati del SAC al 2024, si hanno 72 omicidi totali da partner/ex partner, di cui:
- Vittime donne: 62
- Vittime uomini: 10
Sebbene il numero sia inferiore, 10 uomini sono stati uccisi dalla donna che diceva di amarli. Il divario si riduce se si escludono il 30% di vittime donne per mano di stranieri o extracomunitari.
La violenza femminile tende a essere più psicologica, persecutoria e indiretta, ed è concausa di suicidi maschili, specie nelle separazioni e divorzi, e quando esplode fisicamente è altrettanto letale.
I Suicidi Maschili: una tragedia maggiore oscurata, tra vuoto esistenziale e scelta istituzionale
Se gli omicidi maschili sono ignorati, i suicidi maschili sono un tabù assoluto.
I dati ISTAT rilevati nel triennio 2020-2022) parlano chiaro: ogni anno in Italia si tolgono la vita circa 4.000 persone; di queste, p.es. nel 2022, sono 3.035 uomini e 839 donne.
Il rapporto è impietoso: quasi 4 uomini si suicidano per ogni donna.
Questo dato (0,01% della popolazione maschile) è 50 volte superiore al tasso di femminicidi (0,0002%). Eppure, non esiste un “Osservatorio Nazionale sui Suicidi Maschili”, non esistono leggi speciali, non esistono fondi dedicati.
I motivi per cui gli uomini si suicidano sono connessi alla loro natura fatta di virilità, protezione, lavoro per la sua famiglia. Nel dettaglio, una percentuale rilevante, stimata intorno al 10% ma verosimilmente più alta se si considerano le cause concorrenti, è legata a dinamiche relazionali e separative che distruggono il progetto di vita familiare di cui era il co-autore con la moglie, ovvero distruggendo il fine esistenziale dato dal realizzare il nuovo soggetto sociale “famiglia”.
In Italia, la separazione è spesso una condanna a morte civile per il padre.
Con l’allontanamento dalla casa familiare (spesso assegnata alla madre), l’obbligo di mantenimento che erode lo stipendio e la difficoltà di vedere i figli, l’uomo perde in un colpo solo:
- la sua abitazione,
- la sua sicurezza economica (diventando un “nuovo povero”),
- il suo ruolo genitoriale e affettivo,
- la sua dignità sociale,
di fronte alla irrazionalità del fatto che viene premiato l’altro partner che paradossalmente non vuole più realizzare il progetto “famiglia”; come a dire che chi si licenzia da una azienda avrebbe un arcano diritto a percepirne ancora lo stipendio. In questo contesto irrazionale di perdita del fine esistenziale, il suicidio diventa per molti padri l’unica via di uscita percepita da una situazione di disperazione indotta non dalla natura, ma dal sistema legale e giudiziario che, in nome della tutela della donna e dei figli, annienta il progetto “famiglia” e la figura paterna. È un’altra forma di violenza istituzionale che uccide 3.000 uomini l’anno, nel silenzio assordante delle istituzioni che si preoccupano solo delle 62 donne vittime di omicidio volontario.
Il falso nesso patriarcato/violenza, una controprova: la violenza nelle coppie lesbiche
Una delle tesi centrali del femminismo radicale attribuisce la violenza domestica al patriarcato, inteso da loro come dominio maschile sulla donna. Se tale spiegazione fosse corretta, le relazioni tra donne dovrebbero essere, per definizione, esenti da violenza. La letteratura criminologica e psicologica internazionale smentisce però nettamente questa ipotesi.
Numerosi studi dimostrano che la violenza è ampiamente presente anche nelle coppie lesbiche, con dinamiche sovrapponibili a quelle delle relazioni eterosessuali: controllo, gelosia patologica, violenza fisica e psicologica, coercizione sessuale e comportamenti persecutori. Le ricerche di Claire M. Renzetti e di altri autori mostrano tassi di abuso comparabili, e in molti casi superiori, a quelli delle coppie eterosessuali.
Questa evidenza empirica mette in crisi l’idea che la violenza sia una conseguenza diretta del dominio maschile e dimostra, invece, che la violenza non ha sesso, ma nasce da dinamiche relazionali fra una o più personalità egocentriche passionali adolescenziali prodotte specialmente dalla educazione assistenziale che pratichiamo da oltre 40 anni la quale ha sostituito l’educazione collaborativa corresponsabile praticata fino agli anni ’70-’80 che sviluppava di più le funzioni razionali (intelletto e soprattutto la Volontà) necessarie a perseguire progetti di vita per tutta la vita; ma contano anche le asimmetrie di potere, l’incapacità di gestione razionale del conflitto ed in definitiva l’analfabetismo psicologico delle generazioni degli ultimi decenni, indipendentemente dal genere dei partner.
La violenza nelle coppie lesbiche è inoltre storicamente sottaciuta e poco denunciata, anche a causa di miti culturali persistenti che associano il femminile all’assenza di aggressività. Ciò contribuisce all’invisibilizzazione delle vittime e alla mancata prevenzione.
La presenza documentata di violenza in relazioni prive di uomini costituisce quindi una prova empirica decisiva: la violenza non è un problema di genere, ma di relazione e di potere. Come già sostenuto nel lavoro teorico e clinico, il nucleo della violenza risiede nel Debolicidio, ossia nella distruzione del soggetto percepito come più vulnerabile, a prescindere dal sesso.
Le coppie lesbiche dimostrano che la violenza non è un prodotto del maschile, ma una possibilità umana che emerge quando una relazione si struttura sull’egocentrismo: potere, controllo e annientamento dell’altro.
Oltre il Patriarcato: il paradigma del Debolicidio
Nel linguaggio contemporaneo, soprattutto nel dibattito mediatico e politico, il termine patriarcato viene frequentemente utilizzato come sinonimo di dominio maschile sulla donna. Tuttavia, dal punto di vista storico e antropologico, questa accezione rappresenta un’estensione concettuale recente, non coincidente con il significato originario del termine.
Etimologicamente e storicamente, patriarcato indicava l’autorità del capo famiglia maschile all’interno del nucleo domestico e del gruppo di parentela, con riferimento alla discendenza, alla responsabilità e alla rappresentanza della famiglia verso l’esterno, più che a un sistema generalizzato di oppressione femminile.
In antropologia, tale assetto familiare non descriveva la famiglia come luogo di sopraffazione, ma come unità cooperativa orientata alla sopravvivenza del gruppo, alla protezione dei membri e alla trasmissione intergenerazionale di ruoli, competenze e valori. L’autorità paterna era connessa prevalentemente a funzioni di responsabilità, protezione e mediazione con il mondo esterno, mentre la funzione materna era legata alla cura, alla coesione emotiva e all’educazione dei figli, in una differenziazione funzionale dei ruoli che non implicava necessariamente una gerarchia di valore.
L’identificazione del patriarcato come sistema di dominio maschile onnipervasivo è una riformulazione ideologica sviluppata in ambito femminista nel XX secolo, che utilizza il termine come categoria critica per analizzare le disuguaglianze di potere nelle società moderne.
Diversi studi storici e antropologici sottolineano tuttavia che il dominio maschile non è stato uniforme né universale nel tempo e nelle culture, e che l’organizzazione familiare tradizionale non può essere ridotta a un modello di oppressione di un genere.
Ne consegue che l’uso contemporaneo del termine patriarcato come sinonimo esclusivo di violenza e dominio maschile rappresenta una forzatura concettuale, che tende a sovrapporre gli abusi storicamente esistiti (reali e documentati, ma sempre marginali rispetto alla massa) all’intero impianto simbolico e relazionale della famiglia tradizionale, senza distinguere tra abuso di potere e strutture funzionali di organizzazione sociale.
È in questo passaggio che la prospettiva del Debolicidio consente un salto interpretativo ulteriore.
Che nel corso della storia gli uomini abbiano occupato prevalentemente posizioni di potere è un dato di fatto. Tuttavia, il problema (ieri come oggi) non è il genere, bensì la combinazione tra potere e analfabetismo psicologico, ovvero l’incapacità di gestire le divergenze in modo empatico, rispettoso e non dicotomico.
Gli uomini che hanno detenuto il potere hanno certamente prevaricato e sottomesso le donne, ma non solo le donne: hanno perseguitato, eliminato e annientato anche milioni di uomini “divergenti” dal punto di vista religioso, politico, culturale, etnico o sessuale, o semplicemente ostacoli alla conquista di terre, risorse, eredità o supremazie ideologiche.
Lo schema psicologico sottostante è sempre lo stesso, anche su scala massiva: la gestione dicotomica delle divergenze, in cui chi detiene il potere si percepisce come portatore della Verità e chi diverge come errore da correggere o nemico da eliminare. Dalle crociate alle guerre contemporanee, dallo sterminio dei Nativi Americani alla persecuzione degli ebrei, dalla schiavizzazione dei neri alla condanna degli omosessuali, fino ai roghi degli eretici, la storia è costellata di esempi di poteri che hanno gestito la divergenza annientando interi popoli in nome della propria verità.
Si tratta di una lista interminabile di violenze che non possono essere spiegate come prodotto naturale di un genere, ma come espressione ricorrente di una violenza generata dalla gestione dicotomica delle divergenze: la violenza come risposta “mal gestita” al conflitto, non come destino biologico.
In questa prospettiva, è fondamentale riconoscere che anche le donne, quando si sono progressivamente affrancate dal ruolo di vulnerabilità e hanno conquistato posizioni di potere, hanno replicato lo stesso schema. Nel lavoro, nelle relazioni, nella coppia e perfino nell’attivismo sociale, si osservano modalità di gestione delle divergenze improntate alla prevaricazione, all’esclusione e alla delegittimazione dell’altro, esattamente come avvenuto per secoli in contesti di potere maschile.
Ciò non accade in quanto donne, ma perché, come chiunque altro, sono affette dallo stesso analfabetismo psicologico e relazionale, che porta a vivere il contrasto come una guerra di potere anziché come un confronto tra pari.
È dunque il modo in cui il potere viene esercitato, e non il genere di chi lo detiene, a costituire il vero nodo critico nella genesi della violenza.
Conclusione: la violenza non ha genere, ma responsabilità
Il concetto di femminicidio, così come oggi viene utilizzato, non aiuta a prevenire la violenza.
Al contrario:
- oscura oltre la metà del fenomeno degli omicidi volontari;
- crea vittime invisibili per la stampa e la politica;
- alimenta discriminazioni di genere;
- giustifica leggi discriminatorie che regolamentano più la sfera passionale – simbolica che la ragione.
Proteggere davvero le vittime significa:
- tutelare tutte le vittime, senza eccezioni;
- riconoscere tutti i carnefici, senza sconti;
- riconciliare uomini e donne, non metterli in guerra, riconoscendo che la violenza non ha sesso. Ha solo responsabilità umane, cliniche e istituzionali.
Bibliografia essenziale
- Parlamento Italiano – Disegno di legge S. 1433 – 19ª Legislatura | Senato della Repubblica, accesso eseguito il giorno novembre 26, 2025, https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=59022.
- UNODC – Global Study on Homicide: https://dataunodc.un.org/dp-homicide-rate
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- Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale – Omicidi volontari Polizia Criminale report-iii-trimestre 2025
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- A. Baiocchi: “La violenza non ha sesso” , Alpes Italia Editori, 2019
- www.lafionda.com
- http://violenza-donne.blogspot.com/?m=1
- Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale – ANALISI CRIMINOLOGICA DELLA VIOLENZA DI GENERE– luglio 2024
- Senato Repubblica XVIII Legislatura Fascicolo Iter DDL S. 2530 Disposizioni prevenzione e contrasto fenomeno violenza donne e domestica
- Istituto Nazionale di Statistica, SUICIDI popolazione 15 anni ed oltre. https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories/IT1,Z0810HEA,1.0/HEA_DEATH/DCIS_SUICIDI/IT1,39_1005_DF_DCIS_SUICIDI_1,1.0
- P.G. Macrì, Y.A. Loha, G. Gallino, S. Gascò, C. Manzari, V. Mastriani, F. Nestola, S. Pezzuolo, G. Rotoli:“Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”, in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012 ; esiste un’ampia letteratura a livello internazionale sul fenomeno dell’Uomo Maltrattato, visionabile a pagina 219, nel libro “La violenza non ha sesso” (Fiebert, 2008; Dutton, 2007; Straus e Gelles, 1990; Hines e Saudino, 2003; Henning e Feder, 2004);
- “Il silenzio delle urla: la violenza femminile nelle relazioni sentimentali ” (The Silence Of The Screams: Female Violence in Intimate Relations) a cura dell’Associazione Australiana per la Bigenitorialità ;
- Abuse in Lesbian Relationships: Information and Resources was prepared by Laurie Chesley, Donna MacAulay and Janice Ristock, and edited by Cynthia Stewart. Toronto Counselling Centre for Lesbians and Gays. 2008.
- approfondimenti antropologici-pedagogici-psicologici di P. Ciuffa su Facebook, corsi parrocchiali ed aziendali nel 2023-2024-2025, nell’ambito dei lavori e studi accademici su “Educare alle buone relazioni, dipendenze”.
- Treccani, Patriarcato: https://www.treccani.it/enciclopedia/patriarcato/ ; Wikipedia, Patriarchy: https://en.wikipedia.org/wiki/Patriarchy
- Goody, The Development of the Family and Marriage in Europe; Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela
- Wikipedia, Patriarchy – Feminist theory: https://en.wikipedia.org/wiki/Patriarchy#Feminist_theory
- National Geographic, Is patriarchy universal?: https://www.nationalgeographic.com/history/article/angela-saini-patriarchy-matriarchy-gender-equality
- Cohen, S. – Folk Devils and Moral Panics (1972) – Routledge
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