Mente

Narcisi Culturali a Confronto

Introduzione

Senza parole…
Post Introduzione
Da quando ci si sveglia a quando si va a letto, la giornata scorre scandita dal ritmo delle relazioni comunicative, siano esse interpersonali (individuo-individuo), intrapsichiche (il corpo e la mente comunicano qualcosa), o ambientali (lo spazio e gli oggetti che circondano l’individuo gli parlano inevitabilmente della loro storia e della sua storia insieme a loro e gli  comunicano sensazioni ed emozioni tramite esperienze percettive).
Quotidianamente e personalmente, tutti facciamo esperienza del primo fondamentale assioma della comunicazione che riguarda appunto l’inevitabilità della comunicazione stessa: dato un contesto è inevitabile che qualsiasi comportamento intenzionale o meno, assuma valore di messaggio. Tale assioma richiama la necessità della presenza di almeno due potenziali interlocutori, difatti il termine “comunicare” deriva dal latino “communicare” che significa appunto “condividere”, “rendere comune”.
Questo non significa però che la relazione che si istaura con gli oggetti che ci circondano non sia essa stessa comunicazione. Volendo “semplicitare” il concetto, si pensi a ciò che si prova di fronte ad un’opera d’arte… . Non si vuole insinuare che tali relazioni possiedano le stesse caratteristiche della comunicazione che coinvolge due soggetti in un qualsivoglia contesto interattivo, ma di certo condividono con questa, parte di quei processi percettivi che costituiscono qualsiasi esperienza umana.
Non si intende approfondire qui questa riflessione, ciò che si desidera proporre invece, a partire da essa, è un salto in una dimensione “artistica e corporea” che spieghi il motivo della scelta di un’opera pittorica e in particolare della “Metamorfosi di Narciso” come “introduzione senza parole” al testo.
Comunicare è, nelle parole del filosofo contemporaneo Dino Formaggio, la capacità di mettere in comune più con le azioni, i gesti e le potenzialità del corpo che con le parole. L’arte è una comunicazione che si radica nel corpo, nella sua capacità intuitiva, nelle sue strutture di percezione, memoria ed immaginazione. I segni che l’esperienza comunicativa dell’arte organizza in un progetto ideativo hanno quindi la caratteristica di essere segni plurivoci, plurivalenti.
L’opera d’arte può essere considerata come un “quasi-soggetto” perché comunica a chi la osserva quegli stessi universi di senso che si possono scambiare con altri uomini e perché soprattutto a questo senso che si dispiega in forme, figure, parole, suoni, non si giunge attraverso astratte illuminazioni ma con il corpo che percepisce.
La comunicazione dell’arte “eccede” dunque qualsiasi linguaggio regolato, collocandosi e collocando i soggetti coinvolti in una “quarta dimensione”. Ecco il concetto: la quarta dimensione non è solo una dimensione temporale contingente all’atto del fruire, è piuttosto il frutto della sintesi fra creazione e osservazione. Essa è una dimensione comunicativa in cui entrano in gioco tre incognite indipendenti l’una dall’altra:
X: il creatore-mittente;
Y: il fruitore-ricevente;
Z: il contesto spazio-temporale dell’interazione.
“L’origine degli assi” cioè il loro punto d’incontro, è la Quarta Dimensione: quel punto figurativamente piccolo ma incommensurabilmente potenziale dove si scompongono per rinascere in una nuova composizione i perimetri che delimitano i domini di chi dà e chi riceve.
Questa Quarta Dimensione è il luogo che ciascun professionista delle Relazioni Pubbliche dovrebbe cercare di raggiungere per dar vita ad una comunicazione veramente efficace, in una parola, “artistica”.
In questo spazio, il senso del messaggio dipende dall’insieme prospettico del reale contesto in cui si percepisce l’azione del comunicare. Come in un film, il senso di una scena dipende da quelle che la precedono e la loro successione crea una realtà che non è quella della semplice somma degli elementi impiegati. Così la comunicazione in generale appare come una forma temporale estremamente complessa al cui interno i significati si generano e non vengono depositati una volta per tutte.
L’idea emerge dalla struttura come in un quadro, dalla coesistenza delle sue parti secondo regole di cui non sempre si è capaci di esternare le formule.
Il “professionistartista della comunicazione” compone la sua opera comunicativa rivolgendosi al suo stesso potere di decifrare ed interpretare tacitamente il mondo e gli uomini e di coesistere con loro. È la felicità dell’arte di mostrare come qualcosa diventi significato grazie alla disposizione spaziale e temporale dei suoi elementi.
Nel processo comunicativo dell’arte sono le cose che parlano, quelle cose che si rivelano al corpo che percepisce, la cui “carne” è la stessa delle cose e partecipa ad un comune divenire. Ci si trova di fronte ad un livello di significato eccedente che si pone al di là della storia e al di là di ogni intenzione simbolica di comunicare un significato; un livello di significato legato intimamente al corporeo, al sentire fisiologico, alle emozioni e ai sentimenti che rinviano a possibilità oscure o dimenticate della psiche, alle matrici mitiche e arcaiche di un gesto o di una fisionomia. L’immagine, la parola, il suono, attingono ad una profondità fisiologica ed emozionale che si sovrappone al valore informativo. Questo elemento non intenzionale, o più che intenzionale, non ci deve spalancare il baratro del vuoto sottostante i significati più immediatamente riconoscibili: esso è il contenuto di verità dell’opera. Si giunge quindi facilmente alla conclusione che l’artistico nella sua interezza non si trova nell’opera in sé, né nella psiche del creatore o del fruitore perché abbraccia tutti e tre questi elementi all’interno di un dialogo concreto e attivo con le più varie sfere della cultura.
“La sperequazione temporale permette ad ogni individuo di collocare la propria esperienza sensoriale all’interno della propria vita e simbologia. L’eventualità di condividere questa simbologia con altri conspecifici ci rimanda alla dimensione della cultura condivisa” (A. Bertirotti, 2004).
L’opera d’arte ha dunque una struttura profondamente sociale, comunicativa, interpersonale ed è in questo senso che il professionista della comunicazione deve agire come un artista nei confronti della sua “opera d’arte comunicativa”. Il suo messaggio finalizzato come una vera e propria opera d’arte, non deve mai essere inteso come dato, come qualcosa di ovvio o dogmaticamente statico. Esso è invece sempre una proposta, l’esempio dialogico di un lavoro creativo che comunica con il mondo, fatto di elementi determinati e indeterminati, denotativi e connotativi, che nella loro complementarietà rendono possibile la varietà dell’esperienza ricettiva, instaurando una dialettica tesa a sottolineare la relazione oggettuale che l’opera ha con il soggetto (autore-fruitore) che la concretizza.
Metamorfosi di Narciso: un Esempio
A questo punto pare doveroso spiegare perché questo scritto “prende in prestito” il potenziale comunicativo della “Metamorfosi di Narciso”, opera realizzata da Salvador Dalì nel 1937, per farne una “introduzione senza parole” al testo.
Si parte dalle origini. Forse non tutti sanno che il mito classico annovera tra le divinità minori della terra, le ninfe. Tra queste, una delle più celebri è Eco, la personificazione del fenomeno acustico frequente nelle valli profonde e tra le catene di monti. Il mito narra che Eco ami alla follia Narciso, il quale invece non vuole saperne di lei. Il dolore causato da questo rifiuto la consuma fino a ridurla ad essere non altro che voce. Narciso a sua volta viene punito da Afrodite e accostatosi per dissetarsi ad una chiara fontana sull’Elicone, s’innamora della sua immagine riflessa nello specchio d’acqua e poiché l’oggetto del suo amore non si può raggiungere anch’egli si consuma dal dolore e muore. Il fiore a cui dà nome è simbolo di una bellezza senza cuore.
È questo il mito che, in una mistura  di sensi, fra visivo (Narciso) e uditivo (Eco), offre lo spunto all’artista per rappresentare in un’ambigua relazione di significati, la metamorfosi delle forme. È questa l’opera d’arte che meglio di qualsiasi costrutto linguistico, materializza il nesso centrale che ispira questo scritto.
La splendida figura accovacciata di Narciso che giganteggia come una roccia sulla superficie lucida e riflettente del lago, si trasforma nel suo doppio e assume così l’aspetto di una grande mano pietrificata che regge un uovo crepato da cui nasce il fiore Narciso. Le fasi di trasformazione sono rese in una narrazione consecutiva da sinistra a destra, così anche i colori opachi e le forme dapprima evanescenti acquistano gradatamente una connotazione realistica e concreta. È un sogno!…
Il salto temporale che rimanda indietro nei secoli è a dir poco spiazzante. Ovidio, nelle sue Metamorfosi, con occhi che guardano oltre, riesce a cogliere gli “innaturali prodigia”, quasi a voler dimostrare l’inadeguatezza della poetica del verosimile di fronte alla complessità del reale. Questo è il punto: quei prodigia che Ovidio narra non sono frutto della sua fantasia ma stanno “oggettivamente” nei fatti, fanno parte degli eventi che il poeta descrive. Il paradosso sta nella realtà, in quella particolare situazione che vede realizzarsi l’adynaton: il poeta che deve fedelmente riprodurla si sentirà giustamente tenuto a descriverne i prodigia.
Prende sostanza allora la curiosità delle forme paradossali che la realtà assume, della sua centrifuga multiformità, dei confini incerti e sfumati. Il paradosso brillante, il concettismo arguto e intellettualisticamente distaccato, l’effetto inatteso e provocante, sono la forma espressiva più adeguata ad una realtà così variegata e sfuggente: l’acrobazia delle parole si sforza di rispecchiarla e afferrarla ma solo l’elasticità creativa della percezione visiva permette di superare ogni condizionamento cognitivo agendo sulle strategie di significazione della mente e rendendo possibile quell’utilizzo creativo dell’immaginario che distingue l’uomo dagli altri animali. Così chi scrive riesce a leggere in  questo capolavoro del Dalì un compendio spettacolare di questa realtà metamorfica e multiforme, evanescente, quasi onirica… un compendio che travalica probabilmente il senso che lo stesso artista voleva infondere alla sua opera, offrendo un esempio concreto e attuale di quello che è il concetto di relazione artistico-comunicativa rivelatrice di un significato che, come è stato già detto, non si trova nell’opera, né nella psiche del creatore o del fruitore in quanto abbraccia tutti questi elementi in una Quarta Dimensione dialogica.
L’ebbrezza prodotta dall’immagine è insieme qualcosa di artificiale e di naturale, luogo di confine tra lo stato percettivo ed immaginifico. Opera d’Arte dunque come medium tra corporeità e universalità, quella universalità che sta al centro di ogni esser umano, fonte della creatività universale.
È l’Opera che si apre al dialogo presentando una forte tensione esplicativa: la figura di Narciso nel suo doppio pietrificato, incarna l’impossibilità del comunicare che nasce dalla presunzione del possesso della “verità vera”. Inevitabilmente la verità è connessa alla singola esistenza, per questo essa è unica. Ma se la verità è unica in quanto ha le sue radici nel profondo della singola esistenza, come si può pretendere che sia accettata dagli altri? Narciso si pietrifica nel suo doppio perché incapace di comunicare se non con un’immagine riflessa di se stesso. È da questa impossibilità che nasce l’esigenza di infrangere questo guscio di pietra: il suo corpo si trasforma in una mano che regge un uovo, simbolo di vita per antonomasia, e dall’uovo nasce il fiore, il fiore della comunicazione, la speranza di non essere più solo.
Il quadro diventa icona di un pensiero che travalica l’intento dell’artista ricomponendosi in questa lettura cognitiva delle immagini rappresentate che è naturalmente soltanto una delle infinite possibili.
Quest’immagine pittorica, collocata in un mondo sempre più globalizzato, è metafora del disagio che si avverte nel gestire i rapporti con gli altri, a maggior ragione se questi altri sono particolarmente “diversi”, portatori di una verità “altra” e magari opposta a quella dell’individuo che entra in relazione con loro. In realtà, questa verità al pari di tutte le altre, cerca quell’unica verità che è al di là di tutte, l’orizzonte che le trascende e verso cui tutte si muovono. Come ogni orizzonte tuttavia, anche questo risulta irraggiungibile. Tale consapevolezza che dovrebbe forgiare la mente di ogni professionista della comunicazione, rende quest’ultimo portatore di un dovere morale: il tentativo di costruire una Quarta Dimensione non più solo artistica ma culturalmente relazionale. Una dimensione racchiusa da questo orizzonte irraggiungibile ove il Narciso che si cela nell’animo di ogni individuo può emergere e finalmente confrontarsi con gli altri Narcisi, all’interno di questo orizzonte “condiviso, contestato, negoziato”, dove menti spaziose come l’universo possono liberare l’energia e la saggezza che le rende uniche e vive e compenetrarsi e arricchirsi dell’universo altrui (Benhabib S., 2004).
Uno spazio che evita sia il dogmatismo ed il fanatismo di chi afferma essere la propria l’unica verità possibile, sia il relativismo e lo scetticismo di chi sostiene l’esistenza di tante verità quante sono le esistenze. Non si tratta più di tolleranza o di buone intenzioni, né di lusinga per la pubblica incomprensione ma di cose viste e vissute, di un realismo superiore dove presenza e assenza, simile e dissimile, coesistono e si scambiano possibilità e potenzialità che altrimenti andrebbero perdute.
Compito del professionista delle Relazioni Pubbliche è appunto difendere per una via senza garanzie, la possibilità della comunicazione e dello scambio  delle verità delle singole esistenze, siano queste appartenenti allo stesso gruppo o meno, superando quella visione stereotipata dell’appartenenza che mortifica l’iniziativa e la creatività delle persone.
Riprendendo il pensiero del filosofo francese Merleau-Ponty (1908-1961):
L’uomo è nel mondo, e nel mondo egli si conosce.
L’uomo si rivela come presenza attiva nel mondo e agli altri:
“Il mondo fenomenologico non è essere puro, ma il senso che traspare all’intersezione delle mie esperienze e di quelle altrui, grazie all’innestarsi delle une sulle altre: esso è quindi inseparabile dalla soggettività e dall’intersoggettività, le quali realizzano la loro unità mediante la ripresa delle mie esperienze passate nelle mie esperienze presenti, dell’esperienza altrui nella mia” Merleau-Ponty (1908-1961).
La percezione assume quindi un valore costitutivo nei riguardi di questo mondo intersoggettivo. Appare evidente la centralità del concetto di “corpo” in quanto il corpo è il personale punto di vista sul mondo, il mezzo generale di avere un mondo: il corpo mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema. La percezione non è una somma di stimoli ma un sistema sensoriale complesso in cui l’oggetto si dà in una struttura unica ed indivisa come una forma già costituita, non è quindi una somma di dati visivi, tattili, auditivi,
“…io percepisco in modo indiviso, con il mio essere totale, colgo una struttura unica della cosa, un’unica maniera di esistere che parla contemporaneamente a tutti i miei sensi” (Merleau-Ponty).
La percezione non è altro che l’inserzione del corpo nel mondo e in quanto tale resta “aperta”, rinvia sempre ad un al di là della sua singola manifestazione, ci promette sempre altri angoli di visuale e quindi qualche altra cosa da vedere.
Il significato delle cose nel mondo e del mondo rimane quindi aperto, ambiguo… in un costante flusso metamorfico. Tale ambiguità è costitutiva dell’esistenza di ogni uomo. Se ora si considera la comunicazione come un oggetto, un’opera d’arte da percepire, si può applicare alla sua percezione tutto quello che è stato detto sulla percezione in generale.
La difficoltà di capire e di farsi capire rimanda in modo diretto e immediato al limite esistenziale che incombe su ciascun protagonista della interazione comunicativa. Si deve perentoriamente ammettere che le difficoltà comunicative fanno parte integrante di quel limite esistenziale che da sempre pesa sulla condizione di ciascun essere umano.
L’immagine surreale si rivela allora come uno sguardo sul mondo della modernità e lo mostra in tutta la sua realtà incrinata, rotta al proprio interno e visibile solo come insieme di parti disarmoniche e irrelate. È sotto certi aspetti più reale della realtà stessa poiché fissa questa realtà come percezione interiore dell’uomo e dispiega tutta la tensione interrogativa dell’enigma: questo limite esistenziale, questa “anima narcisa” di cui ognuno è portatore, inibisce definitivamente la possibilità di comunicare? Oppure nonostante esso, anzi, grazie alla consapevolezza di esso, è possibile agire un’interazione comunicativa autentica e congruente?…
Per la convinzione pregnante di quanto sopra esposto, appare evidente che chi scrive si pone positivamente nella seconda ottica d’idee… .
La pagine che seguono saranno dedicate a supportare tale posizione.
Problema o Opportunità?
In una società narcisista e globale l’esperienza delle persone è sempre più imprevedibile e diversificata ma allo stesso tempo sempre più povera di riferimenti. Tramontati ormai da tempo i miti della modernità, l’onnipotenza inscalfibile della ragione, polverizzate dagli eventi le grandi ideologie, il mondo appare frammentato in mille rivoli culturali, in una serie infinita di incomprensibili linguaggi specialistici e la capacità di comprendere ed esser compresi risulta notevolmente mortificata.
Partendo dal presupposto che le diverse culture e sub-culture non sono sistemi chiusi ma spazi di scambio, risorse situate che le persone hanno a disposizione per dare senso alle proprie esperienze, occorre prendere le distanze da una idea sbagliata, “reificata” e “fondamentalista” della cultura come proprietà statica di un gruppo, come marcatore della sua identità e porsi in un’ottica dinamica e dialogica. In tale ottica, la cultura è un tutto in continuo divenire costantemente modellato da negoziazioni e non un “bozzolo astorico” e “asociale” che imprigiona le persone stigmatizzandole ed erigendo intorno ad esse barriere invalicabili (Mantovani G., 2004).
La comunicazione, in un contesto sociale in cui globale e locale si incontrano e scontrano continuamente, risulta dunque come l’unico strumento capace di spezzare questa visione “pietrificata” della cultura. Per far ciò, occorre esser capaci di decentrarsi percettivamente e porsi dal punto di vista dell’altro, applicare anche alle altre culture-persone le sottili distinzioni in cui siamo maestri quando ci si riferisce al proprio mondo e soprattutto porre in un rapporto di complementare reciprocità il paradigma della separazione con quello dell’appartenenza.
Chi scrive condivide infatti il pensiero che possa esserci autentica e reale esperienza comunicativa solo all’interno di una reciproca implicazione tra la separazione e l’appartenenza. O i protagonisti di un’azione comunicativa si pongono in un rapporto di reciproco riconoscimento e accoglienza l’uno della diversità dell’altro o non si delinea la condizione prioritaria ed indispensabile per prendere parte l’uno dell’altro e quindi comunicare. La possibilità di rendere pienamente manifesta la propria irripetibile individualità è espressa chiaramente da Bertirotti e Larosa (2005), secondo i quali tale possibilitàè realizzabile solo assumendo il rischio di porsi in rapporto dialogico con l’altro-da-sé, appartenendo per intero alla relazione che lega a lui, poiché per separarsi il soggetto deve appartenere in qualche modo a ciò da cui si separa mentre per mantenere vivo il suo senso di appartenenza occorre che abbia la possibilità di agire la propria diversità.
Senza la creazione di un tale spazio di apertura al rischio della relazione e del confronto, spazio che chi scrive ama definire “Quarta Dimensione”, non c’è comunicazione ma “delirio” , deformazione percettiva, manipolazione di sé e dell’altro-da-sé. È proprio la dimensione del “tra” che si pone in mezzo all’Io ed il Tu che rende possibile la relazione comunicativa costituendo un luogo specifico, una realtà terza, quella del confine e del confinare che consente il rivelarsi delle differenze ed il loro in-con-trarsi (Cavalieri P., Lombardo G., 2001).
Una tale dimensione si rivela solo nella consapevolezza che le mappe mentali che i soggetti costruiscono per orientarsi nel mondo sono utili per muoversi sul “territorio” ma non sono il “territorio”! Si potrà prendere parte dell’universo dell’altro solo se si è consapevoli che la mappa che si possiede di lui non è tutta la realtà che egli racchiude in sé. Incontrando gli altri ci si rende conto di quanto si è “strani” in prima persona. Si comprende che la griglia concettuale che si usa per leggere la realtà non è l’unica, che potrebbe esser cambiata… si inizia a “prendere in mano” la propria cultura come qualcosa di cui si è responsabili, a realizzarla come un “pattern decodificante” del mondo ma non come l’unico possibile. Si intuisce che assumere un atteggiamento giudicante, atteggiamento caratteristico del “Narciso culturale”, nega la possibilità all’altro-diverso-da-sé di aprirsi completamente a scapito della comprensione reciproca.
Riconoscendo i propri limiti, è possibile entrare nel territorio dell’altro ed entrando in tale territorio, l’Io non solo in qualche modo lo modifica ma soprattutto è da esso modificato, costretto a rivedere la propria mappa di riferimento. In questo senso nella Quarta Dimensione, le diversità che si incontrano possono integrarsi e trasformarsi in un’esperienza comune, quella del con-finire e del pieno con-dividere.
In questa dimensione, la tradizione ed i suoi pattern di riferimento perdono la loro veste statica per rivelarsi in tutta la loro frammentarietà cangiante: una veste narrativa continuamente rivisitata, riformulata, ridiscussa per adattarsi al nuovo contesto di interazione. Il termine stesso “tradizione” si connota di nuovi significati assumendo in sé il suo contrario. Non esistono paradossi nella Quarta Dimensione. È qui che la tradizione travalica i suoi riferimenti classici per trasformarsi anche se impercettibilmente, costantemente. Infatti costante è quel dialogo interno che permette alla tradizione (o ad essa) di adattarsi e rispondere rapidamente alle sorprendenti e sempre uniche sfide che la realtà quotidiana propone ai soggetti che la partecipano senza renderli insensibili a ciò che in qualche modo  è loro estraneo.
Le differenze, una volta individuate e capite, non costituiscono più un problema ma un’opportunità di arricchimento. Il Narciso diventa Superuomo dotato di una mente spaziosa come l’universo. Il suo occhio non è giudicante ma critico cioè capace di illuminare la notte dell’uomo in costante cattività delle trappole del suo stesso esistere.
Parafrasando Geerz, il passo avanti sta nella capacità di “comprendere ciò che non si può accettare” , ciò che in qualche modo è estraneo senza minimizzarlo, vanificarlo o respingerlo, la capacità di cogliere sistemi di valori diversi anche se non si sente il bisogno di condividerli.
Tuttavia non basta alimentare le occasioni di dialogo perché le persone si comprendano maggiormente. In un “villaggio globale” (McLuhan H.M., 1964) dove il contatto tra membri di differenti culture è quasi inevitabile, non bastano le buone intenzioni perché la negoziazione abbia successo. Il rispetto dell’altro non è semplicemente una regola di buona educazione. Il dialogo può diventare una risorsa solo se si è genuinamente interessati a ciò che distingue l’altro, riconoscendolo come partecipe di tradizioni, che hanno dato soluzioni diverse ma non per questo meno valide delle proprie ai problemi della condizione umana ( Mantovani G., 2004).
L’Innamoramento
Tutti prima o poi cadono nella trappola dell’innamoramento. Non s’intende in questa sede parlare d’Amore, quello con la “A” maiuscola ma della pura e semplice ossessione che tormenta sino a monopolizzare tutti i pensieri sull’ “oggetto” del proprio desiderio.
Indipendentemente dal fatto che si traducano in sentimento consapevole o meno, che scuotano il corpo in maniera esplicita e riconoscibile all’esterno o producano unicamente reazioni fisiologiche interne, le emozioni offrono  al  cervello uno strumento essenziale per orientarsi tra le molteplici informazioni sensoriali e per innescare automaticamente le risposte più opportune, ovvero quelle atte a promuovere la sopravvivenza ed il benessere dell’organismo (Rizzolatti G., 2006).
Ma cosa succede quando si è innamorati?
Parlando dell’innamoramento si possono prendere parecchie strade differenti ma tutte, prima o poi, tendono a mettere in secondo piano l’aspetto fisico dell’emozione. In realtà l’innamoramento, il desiderio o come lo si voglia chiamare, è proprio solo quello. Certamente non solo il batticuore ma la serie completa delle reazioni fisiologiche e viscerali che si è soliti etichettare come la manifestazione dell’emozione.
In genere si ritiene che le emozioni vengano espresse direttamente dall’interno come rappresentazioni intellettuali e che solo in un secondo momento scatterebbero le manifestazioni fisiche. Secondo lo psicologo americano W. James (1884) e il fisiologo danese C. Lange (1887), di fatto la parte intellettuale dell’emozione non esiste, o meglio, non esiste se non come coscienza del fatto che si stanno sperimentando dei fenomeni fisici. Un’emozione è dunque provocata dalla consapevolezza di uno specifico modello di cambiamento a livello corporeo.
Rimanendo in tema d’innamoramento, la catena di reazioni dovrebbe essere più o meno la seguente: si vede la persona desiderata, il polso accelera, le mani sudano, il respiro si fa corto e risulta difficile articolar le parole…  ci si accorge di quanto accade al proprio corpo e si  realizza quindi dopo e a causa dei fenomeni esperiti che si è innamorati.
Ma la cosa che interessa maggiormente ai fini di questo scritto circa l’aspetto dell’essere innamorati è il tentativo di coinvolgimento empatico, spesso fallimentare, che si cerca di provocare nei confronti dell’ “Oggetto” del proprio desiderio. L’attenzione è tutta concentrata su di lui/lei appunto nel tentativo di cogliere qualsiasi gesto, sguardo, espressione del volto o tono della voce che possa far capire se anche lui/lei sia affetto dalla stessa malattia chiamata impropriamente ed inflazionisticamente “amore”. La comprensione delle emozioni altrui che il meccanismo dei Neuroni Specchio rende possibile, rappresenta il prerequisito necessario ma non sufficiente per provare quell’empatia che sottende gran parte delle relazioni interindividuali e che potrebbe diventar ancora più intensa quando si è innamorati. Pare opportuno fare un passo indietro: i Neuroni Specchio scoperti all’inizio degli anni Novanta, mostrano come il riconoscimento degli altri, delle loro azioni e persino delle loro intenzioni, dipenda in prima istanza dal patrimonio motorio dell’osservatore. I Neuroni Specchio consentono al cervello di correlare i movimenti osservati a quelli propri e di riconoscerne così il significato: la vista di atti compiuti da altri determina nell’osservatore un immediato coinvolgimento delle aree motorie deputate all’organizzazione e all’esecuzione di quegli atti. Tale coinvolgimento consente di comprenderli. Alla pari delle azioni, anche le emozioni degli altri possono esser comprese grazie ad un meccanismo di Neuroni Specchio in grado di codificarle immediatamente nei corrispondenti formati emotivi (Rizzolatti G., 2006).
Il sistema dei Neuroni Specchio appare così decisivo per l’insorgere di quel terreno d’esperienza comune che è all’origine della capacità di agire come soggetti sociali e mostra quanto sia profondo il legame che unisce gli individui fra loro e quanto sia “insensato pensare ad un Io senza un Noi”.
Naturalmente, come fa notare sempre Rizzolatti, condividere a livello viscero-motorio lo stato emotivo di un altro, è cosa diversa dal provare un coinvolgimento empatico nei suoi confronti, quella compartecipazione cioè che orienta le condotte e lo sviluppo della relazione e che se davvero partecipante ai più alti livelli, permette di raggiungere la “comprensione estetica”.
Fatta luce sulla scoperta delle proprietà dei Neuroni Specchio, si torna all’innamoramento. Si è visto cosa succede a livello viscero-motorio al soggetto innamorato quando vede “l’oggetto” del suo desiderio, ma cosa accade quando il soggetto tornato a casa dopo il “fatale incontro”, e rimane solo di fronte allo specchio? È  stato recentemente scoperto che negli innamorati i livelli di serotonina (che ha un effetto calmante) precipitano in basso raggiungendo i livelli di chi è affetto da disordine ossessivo-compulsivo. L’innamoramento è dunque una vera e propria malattia!
L’innamoramento inteso da chi scrive come pressante aspettativa di accettazione da parte dell’altro “oggetto” della propria attenzione-ossessione, porta con sé l’impossibilità, insita nella sua stessa natura, di un effettivo ricambio. Difatti una volta sicuro che l’altra persona lo accetta nella sua totalità, la tensione sparisce e il soggetto innamorato inizia a riacquistare il controllo delle sue manifestazioni emotive, in altre parole, smette di essere innamorato, se invece la conferma dell’accettazione tanto agognata non arriva, l’Innamoramento si manifesta nella mente del soggetto in tutta la sua forza tensiva sottoforma di un costante e martellante interrogativo: “cosa pensa di me X?”. È questa la domanda che si è soliti porsi di fronte allo specchio quando si è innamorati.
“Cosa pensa di me X?”, ecco la madre di tutte le domande. Tutto si esaurisce in questa domanda e di nessuna importanza sono le temporanee e volubili risposte che l’innamorato tenta di dare al suo animo per mettere a tacere il suo estremo bisogno d’accettazione.
Tutto quello che il soggetto innamorato cerca è  una conferma, quella conferma che può mettere fine al suo tormento e liberarlo da questa sorta di dipendenza che lo fa sentire in qualche modo mancante di…, in costante tensione, quasi drogato, come malato… . Ci si può chiedere a questo punto perché uno scritto dedicato alla comunicazione  si dilunghi tanto nel tentativo di dare una rappresentazione dell’Innamoramento. Di seguito la risposta a questa domanda.
Dall’Innamoramento all’Arte della Seduzione
Spieghiamo ora, in termini finalizzati a questo scritto, il motivo della precedente digressione.
Quel che si vuol sostenere qui è l’idea secondo cui un professionista della comunicazione per svolgere al meglio il suo lavoro dovrebbe “innamorarsi” del suo interlocutore. Il termine virgolettato indica chiaramente che con ciò non si intende che dovrebbe ammattirsi e lasciarsi inebetire dagli sconvolgimenti che lo stato dell’innamoramento comporta, piuttosto dovrebbe far propri tutto quell’interesse e quel desiderio di coinvolgimento empatico che solitamente non si provano automaticamente e indistintamente nei confronti di tutti (anzi è davvero raro) ma che soli, possono portare a quella comprensione estetica che ogni buon comunicatore dovrebbe cercare di raggiungere.
Il desiderio di conoscere cosa pensa di noi la persona di cui si è innamorati è il nucleo della questione. La domanda è sempre la stessa: “cosa pensa di me X?”, ma questa volta non va rivolta a se stessi di fronte allo specchio ma carpita nelle sue molteplici risposte durante l’atto comunicativo con il soggetto (non più solo oggetto) del proprio interesse.
“Gli esseri viventi, uomini e animali, non soltanto sono nel mondo, sono del mondo, e questo proprio perché sono nello stesso tempo soggetti e oggetti, che percepiscono e sono percepiti” (Arendt H., 1987).
Comprendere come l’altro vede il proprio innamorato risulterà indispensabile a quest’ultimo per arricchire o eventualmente cercare di modificare la percezione  che ha di lui e perché no, magari riuscire a “sedurlo”.
Narciso si apre alla comunicazione per innamorarsi e lasciare che gli altri si innamorino di lui, tuttavia per comunicare, per farsi comprendere deve prima capire chi ha di fronte, le sue aspettative, l’enigma delle sue espressioni, leggendo e cercando di interpretare ogni segnale che anche involontariamente il suo interlocutore invia nell’interazione con l’ambiente. In questo modo si renderà conto di come poter mantenere vivo il suo desiderio di conoscenza e creare nell’interlocutore un buon livello di “attesa semantica” che cercherà di soddisfare durante la relazione comunicativa.
La comprensione empatica garantisce la realizzazione di un’interazione comunicativa autenticamente centrata sull’interlocutore. Narciso si discosta da sé per sentire il mondo interiore dell’altro-diverso-da-lui, i suoi valori personali, il suo modo di vedere, come fossero i propri ma senza mai perdere la qualità del “come se” e la consapevolezza della parzialità della visione che è capace di mettere a fuoco soltanto alcune delle diverse facce di cui ogni uomo è portatore. Sentire “come” l’altro, porsi dal suo punto di vista, significa anche non cedere alla tentazione di valutarlo con i propri parametri e criteri di riferimento, percepirlo senza il filtro dei propri valori, dei propri principi, dei propri pregiudizi. Un atteggiamento giudicante e valutativo può solo inibire le nostre capacità di osservazione e non facilitare l’emergere di significazioni appropriate. Un tale atteggiamento inoltre giustifica nell’interlocutore una frustrante chiusura o un comportamento irrispettosamente aggressivo e ostile che come è facile intuire, limitano la possibilità di prendere coscienza dell’altro, (si ricorda infatti che etimologicamente “coscienza” deriva dal latino “con scire” ovvero “conoscere insieme”).
Lo spazio accogliente e relazionale che si viene a creare permette all’altro di rilassarsi, di leggere con maggior serenità i messaggi che gli sono diretti e comunicare senza ritrosie la sua risposta. Ciò non significa che la comprensione reciproca sarà assicurata e che non emergeranno incomprensioni, tuttavia, l’insorgere di questo “orizzonte condiviso” all’interno del quale mittente e destinatario o meglio, entrambi gli interlocutori, mettono in comune ciò che per loro più conta, permette uno scambio reciproco e dunque la comunicazione stessa. L’insorgere di questo spazio, di questa Quarta Dimensione, permette non solo di comunicare ma anche di metacomunicare e risolvere così le eventuali incomprensioni che potrebbero minare o interrompere la relazione comunicativa.
È gia stato detto che in un contesto interattivo è impossibile non comunicare, anche il silenzio è comunicazione (Watzlawick P. et all., 1971).
Partendo da questo presupposto si comprende quanto sia importante la consapevolezza che i comportamenti, intenzionali o meno, sono comunque comunicativi e come tali costituiscono altrettante occasioni di incomprensione. Si parla di metacomunicazione in tutti quei casi in cui non si comunica più per trasmettere o recepire delle informazioni di contenuto, ma si elegge la comunicazione stessa ad oggetto di descrizione e si trasmettono informazioni sulla relazione che si è venuta a creare.
La metacomunicazione che si affida soprattutto alla comunicazione non verbale (analogica), è la manifestazione più importante nell’ambito del processo di definizione della relazione, fino ad identificarsi con il processo stesso. Accade spesso che l’impedimento comunicativo sia legato alla comunicazione analogica piuttosto che a quella digitale definita dalle parole e riguardante soprattutto i contenuti dell’azione comunicativa. Si assiste allora al fatto che i Narcisi a confronto tentano di trovare un accordo sui contenuti occultando il conflitto sostanziale a livello di relazione. Per superare tale impasse  diventa essenziale metacomunicare in modo da chiarire ruoli e significati e correggere errori di ricezione ed interpretazione.


Quello che non ti ho detto…
La metacomunicazione può essere esplicita o implicita (Bertirotti A., 2005). È stato detto che essa si affida soprattutto alla comunicazione non verbale qualificando il senso della comunicazione non verbale stessa nell’interazione.
Si comprende dunque quanto sia importante “ascoltare” la parte analogica del discorso e focalizzare l’attenzione anche sul proprio comportamento per gestire al meglio il dialogo ed evitare l’insorgere di “incongruenze comunicazionali” che creando sfiducia rendono meno agevole la comprensione e inducono a porre fine  alla relazione.
Le discipline del non verbale sono la paralinguistica, la cinesica e la prossemica.
Manifestazioni paralinguistiche sono l’intonazione, le pause, i ritmi, le “non-fluenze”.
La cinesica si occupa dei comportamenti mimico-gestuali come il movimento, la postura, l’espressione facciale ed i gesti in generale di cui è possibile individuare varie tipologie, tra queste:
gesti simbolici (salutare, indicare…); gesti illustratori (ad esempio quando si delineano le figure degli oggetti con le dita…); gesti regolatori (si scuote il capo per indicare che non si è d’accordo…); gesti indicatori (si batte il piede per esprimere impazienza…); gesti di adattamento (servono a gestire le emozioni, un esempio potrebbe essere il giocare con le mani quando si è ansiosi…).
La prossemica è invece l’insieme di regole e strategie di gestione dello spazio che circonda gli interagenti e della distanza che questi mantengono nei rapporti interpersonali. La ricerca ha dimostrato ampiamente che essa è fortemente influenzata dalla cultura di appartenenza.
Roger Brown, in Social Psychology, asserisce che i canali non verbali sono continuamente sollecitati e comunicano una grande quantità di informazioni avendo una relazione particolare con la sfera affettiva ed emotiva e lasciando trasparire quelle informazioni che solitamente vengono deliberatamente nascoste dalla comunicazione verbale. Quando i messaggi sono incongruenti a causa di uno sforzo di mascheramento, risultano maggiormente informativi i canali non verbali, meno controllabili e quindi più trasparenti.
Ci si è interrogati a lungo circa il fatto che l’espressione dell’emozione mediante la mimica facciale sia culturalmente determinata oppure sia in qualche modo universale. Ekmon, Freisen e colleghi hanno trovato una risposta nelle distinzioni fra ruoli esibiti (culturali) e le espressioni che il volto assume quando non si è osservati. Riguardo a gioia, paura, rabbia, tristezza, disgusto e sorpresa, è stata stabilita l’universalità della mimica facciale. Fra persone di nazionalità diverse è elevato il grado di accordo sull’interpretazione delle emozioni espresse dal viso di soggetti appartenenti a paesi diversi dal loro, tuttavia alcune differenze emergono rispetto alla valutazione dell’intensità dell’emozione espressa.
Si è detto che l’aspetto della relazione è difficilmente mediato dalle parole, tuttavia spesso per risolvere un “problema di relazione” e dunque parlare della relazione, bisogna tradurre il modulo analogico in quello numerico. È estremamente difficile spiegare con parole quello che si crede di aver compreso circa la definizione della relazione col proprio interlocutore, in quanto il processo di traduzione dall’uno all’altro dei due moduli implica perdita di informazioni ed errori. Modulo numerico e analogico sono infatti complementari: il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione; il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura della relazione. Nasce allora l’esigenza di coordinare le due modalità di linguaggio in modo da evitare equivoci che potrebbero interrompere il flusso dialogico.
Un Narciso innamorato riversa tutte le attenzioni che prima dedicava alla sua stessa immagine riflessa, all’altro-diverso-da-sé e lo osserva per cercare di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda nel tentativo di creare quella Quarta Dimensione comunicativa dove conoscenze, abilità, saperi, emozioni, paure, desideri, possono essere condivisi ed entrare in con-tatto.
È facile asserire che per stabilire una relazione comunicativa che sia duratura ed efficace occorra evitare gli atteggiamenti giudicanti, tuttavia non sempre si riesce ad ovviare a quella naturale predisposizione al giudizio che caratterizza l’uomo come essere pensante… in questi casi occorre trovare un espediente. Le relazioni interpersonali sono fenomeni piuttosto fragili e troppa “verità” o meglio, troppa sincerità possono talvolta danneggiarle. Un bravo comunicatore deve allora imparare a controllare il modo in cui manifesta i sentimenti e se necessario essere “ipocrita” o  “credibilmente disonesto”. Esistono diversi modi per farlo ed i tre principali sono la simulazione, l’inibizione ed il mascheramento.
Simulare significa mostrare sentimenti che non si provano; inibire significa non manifestare affatto sentimenti; mascherare vuol dire esprimere un sentimento diverso da quello che si sta provando. Nella pratica di questa nobile arte nessuno è perfetto. Le emozioni o la mancanza di esse, spesso traspaiono dalle simulazioni, inibizioni o mascheramenti e i veri sentimenti vengono comunque comunicati, un’esperienza che può rivelarsi non solo imbarazzante ma davvero controproducente per i fini del flusso comunicativo. La lezione insegna dunque a stare molto attenti perché nella comunicazione non contano le intenzioni ma solo ciò che l’interlocutore capisce. Il suo feedback, la sua risposta, permetterà al comunicatore di comprendere se ha ricevuto il significato del messaggio che si voleva comunicare: se la sua reazione è inappropriata rispetto alle intenzioni del mittente, questi sarà costretto a rivedere l’intero sistema di comunicazione senza però mortificare l’altro o rinunciare alla relazione comunicativa.
Il significato del messaggio non può mai darsi per scontato. Come un’opera d’arte, il messaggio non può esser pensato come qualcosa di oggettivo in quanto la sua codifica e decodifica sono condizionate dalla cultura e dal patrimonio cognitivo rispettivamente del Narciso-mittente e del Narciso-destinatario. In chiave cognitiva infatti la decodifica e la valutazione di un messaggio sono subordinate al contesto nel quale viene emesso e alla condivisione culturale. “[…] tutti sono convinti che le proprie usanze siano di gran lunga le più belle” (Erodoto). Un buon comunicatore non dovrebbe dimenticare mai che chi ha di fronte è, proprio come lui, un Narciso culturale che non soltanto è solito affermare la propria specificità individuale ma tende spesso ad attestare una diversità di ruoli e capacità e quindi a fornire quel giudizio di valore che (tanto) il professionista della comunicazione cerca di evitare. “La cultura informa la nostra identità, è radicata in noi e non è possibile sbarazzarsene, almeno per quei tratti riferibili ad atteggiamenti più generali” (Bertirotti A.,2005) e che in una situazione di confronto inducono automaticamente alla formulazione del giudizio.
Tale giudizio è la risposta alla domanda: “cosa pensa di me X?”. Ottenuta questa prima risposta il mittente ha la possibilità di analizzare la percezione che il suo interlocutore ha di lui, di scandagliare i percorsi cognitivi che hanno portato quest’ultimo a formulare questo piuttosto che un altro giudizio di valore, la selezione che ha operato nella ricezione dei suoi messaggi, la priorità dei contenuti che ha ritenuto… . Il giudizio di valore per quanto distante possa essere dalle intenzioni comunicative del professionista non dovrà essere vissuto come un ostacolo insormontabile ma come un’opportunità per rivedere tutte le strategie di comunicazione verbali e non verbali e adattarle alla persona che si ha di fronte.

Mi somigli?
“Come possiamo intenderci […] se nelle parole ch’io dico
metto il senso ed il valore delle cose che sono dentro di me;
mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso
e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro?”
(Pirandello L., Sei personaggi in cerca d’autore: atto I).
“Che sua moglie organizzasse una festa di Natale in casa loro gli sembrava più un’ironica stravaganza della sorte, ma che addirittura gliela imponesse, proprio la sera dello Shabbath, beh, questo era davvero intollerabile! Naturalmente lei non sentiva ragioni e lui alla fine cedeva, non senza rancori. E diciamo che l’ostilità di Amos contribuiva a rendere l’aria ancora più irrespirabile. D’altra parte questo non era il solo caso di sovrapposizione religiosa. Non era raro, per esempio, che entrando nel salone di casa Rubens, un giorno qualsiasi di dicembre, ci si trovasse di fronte allo spettacolo imprevedibile offerto da un panciuto, luminescente e pluridecorato albero di Natale al fianco del quale ardeva una Hannukkia [candelabro a nove bracci, le cui fiammelle vengono accese progressivamente durante i giorni della festa di Hannukkà] accesa da Amos. Tale vista che avrebbe deliziato qualsiasi fautore degli scambi interculturali tra le grandi religioni monoteiste, mandava letteralmente in collera Karen”.
Tratto dal romanzo “Con le Peggiori Intenzioni” di Alessandro Piperno, il brano appena citato vuole essere una “romanzata” (ma non poi tanto) rappresentazione di quella che potrebbe essere la situazione di tensione che si verrebbe a creare quando due Narcisi culturali “costretti” a vivere quotidianamente insieme dopo la scelta matrimoniale, si scontrano senza riuscire a dialogare.
È stato dimostrato che esiste una grammatica universale del comportamento sociale umano che permette agli individui di comprendersi al di là delle differenze culturali e linguistiche, tuttavia a queste regole filogenetiche si aggiungono le convenzioni culturali che influenzano ampiamente gli stili individuali di comunicazione.
Parliamo di “acculturazione” intendendo un contatto diretto, continuo e attivo tra due culture diverse che comporta una trasmissione di informazioni e determina l’assunzione totale o parziale, da parte di entrambe le culture di modelli culturali inizialmente tipici di una sola delle due. Si considerano diverse non solo le culture di due paesi diversi ma anche (certamente in misura minore) le sub-culture appartenenti allo stesso tessuto culturale più generale.
Naturalmente il processo acculturativo all’interno di un’unione tra coniugi appartenenti a culture diverse è inevitabile ma è anche molto difficile perchè nella quotidianità del rapporto il conflitto può nascere anche e soprattutto per delle piccole questioni che alla lunga, senza un’adeguata comunicazione compromissoria che stabilisca chiaramente i termini della relazione, portano alla rottura del legame o comunque all’impossibilità di una convivenza serena.
Ricerche come quelle condotte da Mike Cole, hanno portato alla constatazione che “le differenze culturali nella cognizione risiedono più nelle situazioni in cui particolari processi cognitivi sono applicati che nella presenza di un processo cognitivo in un gruppo culturale e nella sua assenza in un altro”. Le capacità sono dunque le stesse, quello che cambia sono i contesti e gli artefatti che strutturano l’esperienza quotidiana delle persone.
Gli stili individuali di comunicazione interpersonale sono determinati sia biologicamente che culturalmente. La disponibilità ad intraprendere un’azione di comunicazione interpersonale può fortemente essere influenzata anche dal grado di accordo dei soggetti coinvolti e dalle somiglianze o differenze in termini di età, classe sociale, livello di istruzione, nazionalità di origine e acquisita.
Normalmente si tende a comunicare di preferenza con persone non molto diverse da sé rispetto a tali variabili: un livello accettabile di differenza può fungere da stimolo alla comunicazione mentre molte differenze sostanziali tendono a ridurla. Del resto dalla somiglianza deriva la familiarità ed è normale che un Narciso si innamori più facilmente di qualcuno che gli somigli. In un contesto globale è però facile scontrarsi con le diversità ed un buon comunicatore deve riuscire a saper “sedurre” chiunque. Il dialogo tra membri di differenti culture richiede attenzione e apertura mentale e può diventare un’opportunità di arricchimento solo se si è disposti o meglio, allenati ad osservare il diverso in termini di risorsa conoscitiva e di apprendimento.
Il Professionista
“Se si vuol far fare ad un uomo quel che si vuole,
occorre conoscerne le abitudini o la natura per sapere
come influenzarlo; oppure i fini che persegue per saper come
persuaderlo; o i difetti e le debolezze per sapere come
incutergli timore; o conoscere coloro che riescono ad esercitare
su di lui qualche potere per sapere come dominarlo”.
(Bacone, 1597).
La comunicazione interpersonale è la forma più antica di comunicazione fra essere umani e costituisce un elemento indispensabile nel processo evolutivo di personalizzazione che ha portato allo sviluppo della specie (filogenesi), oltre che nel processo di individualizzazione che ciascun cucciolo di uomo deve affrontare per il suo sviluppo individuale (ontogenesi).
Tutti gli altri tipi di comunicazione (nel gruppo, nelle organizzazioni, di massa, interculturale e internazionale…) prendono necessariamente vita da essa in quanto non bisogna dimenticare che la comunicazione, qualunque aggettivo sostantivato o sostantivo abbia accanto nella costruzione delle varie locuzioni, coinvolge sempre individui ed in qualche modo è sempre e comunque interpersonale.
Quando un primo ministro o un presidente parla alla nazione, cerca sempre di articolare il suo discorso nella maniera più personale possibile: accarezza i bambini, si china verso la donna anziana in ospedale chiedendole del suo stato di salute. Nei suoi famosi discorsi davanti al caminetto trasmessi alla radio, F.D. Roosevelt, presidente degli Stati Uniti dal 1933 al 1945, parlò a tutta la nazione con un tono molto personale. Quando i capi di Stato di due paesi si incontrano e discutono questioni di reciproco interesse, la Francia parla alla Germania, il Giappone all’India… ma la conversazione reale ha luogo sempre tra due individui, anche se di norma, sullo sfondo si confrontano gli staff dei due leader e talvolta gli incontri sono supportati da mediatori professionisti (Rosengren K.E., 2001).
La figura del mediatore professionista appare indispensabile quando si agisce in situazioni interculturali. Il linguaggio e la gestione dello spazio sono infatti prodotti della cultura e la competenza comunicativa per interagire con persone appartenenti a culture diverse, siano queste capi di Stato o semplici operai, va oltre la comprensione della lingua.
Tutte le unità al di sopra del livello individuale si possono considerare gruppi e la comunicazione può essere considerata come un fattore di definizione dei gruppi e delle organizzazioni umane di ogni grado e dimensione.
Solitamente sia la comunicazione interna ad un gruppo sia tra i gruppi, avviene tramite un medium, è dunque una comunicazione mediata.
Nelle società moderne, gran parte della comunicazione si svolge tramite i mass media o con mezzi di comunicazione speciali e particolari a cui non tutti possono avere accesso.
Un’organizzazione formale è un tipo speciale di gruppo che ha una struttura comunicativa formalizzata più o meno gerarchica, un obiettivo esplicitamente definito, un sistema di procedure standardizzate che regolano il reclutamento, l’esclusione, il processo decisionale… . La comunicazione può essere interna all’organizzazione oppure esterna, tra l’organizzazione e il suo intorno sociale (compresi gli individui, i gruppi, le altre organizzazioni e la società in generale).
Della comunicazione in generale, della sua organizzazione e del suo rapporto con i media, in particolare, si occupa o dovrebbe occuparsi solitamente la figura professionale del Relatore Pubblico. Tuttavia a quasi cento anni dalla nascita di questa figura professionale si sta ancora discutendo affinché i “comunicatori” riescano ad imporre il loro ruolo di coordinamento all’interno del governo della comunicazione nell’ambito delle organizzazioni siano esse pubbliche, private o sociali. Il Relatore Pubblico, maestro della primigenia forma di comunicazione, quella interpersonale, dovrebbe esser in grado di gestire al meglio il dialogo con i media tradizionali e con i nuovi mezzi di comunicazione che il progresso informatico e tecnologico mettono a disposizione, dialogo che si risolve sempre e comunque nella creazione di rapporti di fiducia con i giornalisti (nel caso dei media tradizionali) o direttamente con il pubblico (nel caso dei nuovi media), le cui curiosità e le cui aspettative vanno rispettivamente alimentate e soddisfatte sempre nel rispetto di quella coerenza indispensabile tra quello che si dice e quello che si fa.
Del resto se il significato assegnato alla comunicazione è quello di “mettere qualcosa in comune con qualcuno”, la sua efficacia non dipende solamente dalla volontà/capacità di chi emette il messaggio o dallo strumento utilizzato ma soprattutto dal ricevente, dal clima e dal contesto in cui avviene la condivisione dello stesso.
Il Relatore Pubblico dovrà impegnarsi nel tentativo di suscitare aspettative di significato (efficienza del messaggio) e di alimentare l’immaginifico del destinatario (efficacia del messaggio) mantenendo così vivo il suo desiderio di conoscenza. Per far questo e per evitare d’esser soppiantati dalle discipline più vicine, occorre che le Relazioni Pubbliche rivelino la propria scientificità e allo stesso tempo la propria mutevolezza costante che si adatta ai processi evolutivi della mente nella sua infinita, lentissima ma continua autodefinizione adattativa.
Forse solo in quest’ottica cognitiva che vede le Relazioni Pubbliche come fenomeno biologico in quanto isomorficamente riproducenti a livello sociale ciò che la cellula neuronale svolge nel suo collegamento interno con gli altri neuroni ed esterno con l’ambiente al di fuori del proprio perimetro somatico (Bertirotti A. 2004), forse, ripeto, solo in quest’ottica, è possibile costruire una teoria delle Relazioni Pubbliche che finalmente le istituzionalizzi assicurando loro, all’interno delle organizzazioni, il posto che meritano.
Il tipo di teoria al quale si fa riferimento non può essere statico poiché altamente dinamica e mutevole è la natura della disciplina che cerca di sistematizzare. Come architetti o ingegneri si intende progettare una struttura per un uso determinato che poi si potrà modificare se, avviata la costruzione, dovessero insorgere problemi nella struttura originaria, del resto non esiste evoluzione senza la presenza di problemi (…). Nell’opinione del filosofo Karl Raimund Popper, i problemi perdono definitivamente la loro connotazione negativa per diventare il motore stesso dell’osservazione scientifica e per quanto sopra esposto a riguardo della teoria è ancora Popper ad asserire:
“Dobbiamo ammettere in ogni momento di essere prigionieri della cornice concettuale delle nostre teorie; delle nostre aspettative, delle nostre esperienze passate; del nostro linguaggio. Ma ne siamo prigionieri in senso ‘Pickwickiano’: se vogliamo possiamo fuggire da quella cornice in qualsiasi momento. Certo, ci ritroveremo subito all’interno di un’altra cornice, ma sarebbe sicuramente migliore e più accogliente della precedente; e in ogni momento potremo sempre fuggire” (Popper K.R., in Bertirotti A., Succi A.J., 2005).
La struttura somiglierà dunque a quella forma di rappresentazione delle conoscenze che è lo Schema Cognitivo: una struttura di conoscenza generale che include numerose rappresentazioni cognitive correlate e che conserva la sua struttura originaria anche quando viene rifinita e arricchita di nuove rappresentazioni e conclusioni evidenti.
Questa struttura non può spiegare tutto sulle Relazioni Pubbliche, è piuttosto una forma mentis, un nuovo modo di considerarle che permette di darne un senso più congeniale alle loro caratteristiche e di migliorarne la pratica così da contribuire a costruire un maggior valore per l’organizzazione, i suoi pubblici e la società in generale.
“La mente opera in un rapporto di stimoli che provengono dal di fuori in una ininterrotta transazione tra sé e l’ambiente” (Bertirotti A., 2005), allo stesso modo le Relazioni Pubbliche come cellule neuronali del cervello dell’organizzazione, “interiorizzano” i pubblici strategici con i quali è fondamentale sviluppare relazioni al fine dell’efficacia organizzativa e pianificano diverse e mirate strategie di comunicazione. La maggior parte degli stimoli che giungono al cervello provengono da altri cervelli in un costante dialogo che permette loro di ristrutturarsi secondo una dinamica di riuscite o mancate attivazioni.
Comunicare con i propri pubblici (opinione pubblica, pubblici mirati interni ed esterni all’organizzazione) non significa solo diffondere informazioni ma anche esser capaci di ascoltare questi pubblici e coinvolgerli in un dialogo consapevole per condividere e allineare le idee e i comportamenti dell’organizzazione ai loro, più che per controllarne il modo di pensare e comportarsi. Questo tipo di comunicazione permette la realizzazione di relazione di qualità con i pubblici strategici e quindi la possibilità per l’organizzazione di identificare gli obiettivi condivisi con questi e raggiungerli più facilmente attraverso la collaborazione con gli stessi.
Esser efficace per un’organizzazione significa comportarsi in modo da risolvere i problemi e soddisfare gli obiettivi degli stakeholder (dipendenti, media, investitori, comunità locali, clienti, governi, associazioni e donatori) e della coalizione dominante. Per comportarsi in modo socialmente accettabile, l’organizzazione deve monitorare l’ambiente circostante per identificare gli stakeholder su cui si impatteranno le potenziali conseguenze delle sue decisioni organizzative e quegli stakeholder che presseranno perché l’organizzazione assuma decisioni atte a risolvere i problemi importanti per loro.
L’apparato cognitivo dell’organizzazione di cui fanno pienamente parte le Relazioni Pubbliche, opera secondo un coordinamento dato dalla cultura cui l’organizzazione appartiene. Ecco perché le soluzioni che adatte ad un’organizzazione non possono essere generalizzate ciecamente a tutte le altre.
Le Relazioni Pubbliche non potranno mai avere un ruolo nella gestione delle organizzazioni fino a quando i Relatori Pubblici non avranno un modo per misurarne e dimostrarne l’efficacia. Sappiamo che un buon indicatore del benessere dell’organizzazione è senza dubbio il livello di soddisfazione dei suoi dipendenti sia per il lavoro svolto che per l’ambiente in cui operano. “Mente sana in corpo sano” dicevano gli antichi saggi. Volendo forzare un po’ l’analogia, mai nessun assioma era stato più consono: se le Relazioni Pubbliche sono la mente dell’organizzazione ed i dipendenti il corpo della stessa, risulta evidente che una comunicazione efficiente ed efficace che saldi la relazione tra le parti sia indispensabile per il benessere di tutto il sistema. Questa comunicazione estesa anche all’esterno del proprio “perimetro somatico” e quindi all’ambiente politico, sociale ed istituzionale dell’organizzazione le permette attraverso i diversi feedback di aggiungere una prospettiva esterna al processo decisionale. La reputazione di un’organizzazione cioè la rappresentazione cognitiva che ne hanno i suoi stakeholder dipende fortemente dal tipo e dalla qualità delle relazioni che un’organizzazione ha con i suoi pubblici. Il valore tipicamente attribuito alla reputazione dovrebbe quindi esser ascritto alle Relazioni Pubbliche visto che esse contribuiscono fortemente a gestire la reputazione coltivando le relazioni con i pubblici e incoraggiando il management, attraverso il risultato delle analisi dell’ambiente circostante, ad assumere decisioni socialmente responsabili.
Gli indicatori non finanziari di valore e i beni intangibili costituiscono un tema molto caldo nei circoli manageriali e contabili. Uno dei beni più importanti tra questi sono appunto le relazioni. Se si potesse dimostrare che le Relazioni Pubbliche creano per l’organizzazione questo valore aggiunto se ne potrebbe anche valutare “the return on investment”, tuttavia la logica suggerisce che non è davvero possibile “gestire” una relazione e neppure una reputazione o un brand. Questi concetti sono infatti conseguenze di processi. Si possono gestire i processi ma non le loro conseguenze. Al massimo si può ambire ad influenzare tali conseguenze gestendo i processi relazionali che le determinano. Ciò non toglie che le relazioni possono essere “coltivate” attraverso strategie che guardino ai pubblici come ad attori attivi del processo comunicativo ma non basta una comunicazione simmetrica per garantire la giustizia sociale ed il mantenimento di una relazione di qualità. H.S.Kim (2005) ha dimostrato come una comunicazione interna simmetrica produca scarsi effetti sulle relazioni fra dipendenti e organizzazione se non è sostenuta nel determinare giustizia organizzativa così come questa viene percepita dai dipendenti (Grunig J.E., 2005).
Principi generali e applicazioni specifiche definiscono a questo punto una struttura delle Relazioni Pubbliche in continua evoluzione, una struttura che date le caratteristiche che si è cercato di analizzare sopra, merita di collocarsi al vertice dell’organizzazione per poter contribuire alla gestione strategica della stessa e creare una matrice organizzativa a supporto delle altre funzioni e non più porsi in competizione con queste per l’attribuzione delle risorse.
Intese ancora come “l’espressione di una raffinata strategia del cervello dell’organizzazione” (Bertirotti A., 2004), le Relazioni Pubbliche non possono più esser viste nell’accezione negativa di leva che le organizzazioni utilizzano per proteggersi dal cambiamento, il cosiddetto “buffering”, ma dovrebbero essere istituzionalizzate come funzione di management strategico. È un paradosso inaccettabile che i professionisti della comunicazione non riescano ad entrare in contatto con il mondo che li circonda per costruire un dialogo che lo illumini di conoscenza e consapevolezza di ciò che realmente rappresentano: un ponte fra le organizzazioni e i pubblici; un valore per le organizzazioni, i pubblici e la società intera.
Conclusioni
“Noi non cesseremo l’esplorazione e la fine di

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