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Nella società attuale si richiede e si avverte la profonda necessità di un’attenzione specifica e di interventi puntuali e competenti da parte degli operatori socio-educativi nell’ambito delle problematiche connesse all’apprendimento, alle difficoltà cognitive o psicologiche, psicopatologiche, psichiatriche ed in generale un interesse dettagliato ed una presa di consapevolezza, scevra da ipocrite pregiudiziali, circa le psicopatie di ogni genere e matrice di tutti i disturbi del comportamento in età evolutiva, in età infantile. In passato la società e soprattutto il mondo dell’educazione hanno spesso segregato, escluso, emarginato, etichettato le problematiche cognitive e psicopatologiche dell’infanzia connesse anche all’handicap, aprendo divari incommensurabili, barriere di segregazione ed emarginazione dettate da pregiudizi e paure del “diverso” scaturite spesso da stupida paura e da bieca ignoranza. Sembra che attualmente il mondo e quello della scuola in particolare, presenti una netta e quanto mai pressante esigenza di apertura alla poliedrica realtà delle differenze e delle diversità in genere, di qualsiasi livello e matrice tipologica (etniche, di stato sociale, razziali, religiose, psichiche, legate all’handicap e via discorrendo), non più con l’approccio ipocrita, ma con l’intenzione volta alla comprensione di quanto di umano rientri nell’”altro”, nel “diverso da noi”, alla ricerca, all’approfondimento della conoscenza della specificità umana e delle sue molteplici insite ed implicite caratteristiche, nell’ambito di un orizzonte di senso volto all’integrazione del diverso e delle alterità, in genere, dell’altro, non per forza proveniente da un “altrove” lontano, distante, ma portatore di una implicita diversità dettata dai caratteri insiti nella genetica, nel dna, in tutto quanto vi è di umano e che la mente umana può comportare, compreso l’inconscio. Il fenomeno delle diverse culture oggi è presente in diversi ambiti e interessa la scuola, il mondo lavorativo, sociale e culturale. In modo particolare, l’infanzia è sempre stata più vulnerabile e soggetta a dinamiche di emarginazione ed esclusione, soprattutto per quei casi, o meglio per quei soggetti, per gli individui, per le persone portatori di “diversità” congenite, di problematiche psicopatiche e comportamentali sempre bollate ed etichettate, soprattutto, inizialmente, in modo subdolo e ipocrita, dalle borghesie benpensanti, successivamente dalle nazioni del progresso, dall’”uomo forte” delle dittature che la storia ha sempre presentato, non solo in passato. La diffusione nel territorio dei cittadini stranieri e il loro radicarsi in contesti sociali ed economici differenti, comporta una sempre maggiore diffusione, estensione e complessità dei problemi dell’accoglienza, dell’inserimento e dell’accettazione delle diversità. Quindi, uno degli obiettivi che si tenta di perseguire all’interno della società contemporanea è quello di trasformare l’attuale realtà storica della convivenza più o meno pacifica delle varie culture in un complesso armonioso che, nel rispetto reciproco delle identità, arricchisca la società stessa nel suo insieme. Il problema sostanziale alla base di questo obiettivo, però, sta proprio nei mezzi per raggiungerlo. Viviamo in una società multiculturale, in cui la cultura si manifesta in molte forme, dove più culture coesistono; ma la cosa veramente importante riguarda non tanto l’accettare in modo più o meno positivo questa coesistenza, quanto il far entrare in relazione e confrontare queste diverse culture: in altre parole, è necessario avviarsi a ciò che viene chiamato interculturalità. Ma questo non è molto facile. Diventa così importante la costruzione di una società solidale, pacifica e ricca di convivenza democratica, realizzare una realtà interculturale. Nelle scuole di oggi vi sono tanti bambini di colore, di altre culture, asiatici, africani, dell’America Latina, che sono venuti nel nostro Paese, come in altre parti del mondo, perché spinti dal bisogno di sopravvivenza, dal desiderio di fuggire da una realtà ostile, per ricominciare, insieme alle loro famiglie, una vita più serena, per poter avere un futuro migliore. Dunque, è nostro dovere accoglierli pacificamente e garantire loro un’adeguata formazione, perché essi sono “gli uomini del domani”, e dobbiamo fare in modo che questi bambini siano nelle condizioni di avere tutti le stesse opportunità, senza discriminazioni di razza, religione, lingua. Indubbiamente, un forte contributo per la loro formazione individuale viene dato dall’ambito scolastico. E’ a questo punto che gioca un ruolo importante l’insegnante, insieme allo psicologo, che nel rapporto con l’allievo deve costruire una buona relazione educativa. Infatti, la presenza di bambini immigrati nella scuola italiana, ad esempio, ha comportato per gli insegnanti la necessità di formare persone con difficoltà di comprensione della nostra lingua e cultura, la necessità di riconoscere l’identità diversa di questi nuovi alunni e allo stesso tempo di dare loro strumenti adatti per vivere nella nostra realtà. Ciò implica, nel lavoro con questi bambini, appunto, il confronto con la psicologia di chi viene da altri mondi e da altre storie, la necessità di possedere una varietà di abilità diverse nel costruire gli ambienti educativi e la consapevolezza di creare qualcosa che, in un certo senso, modifica la stessa comunità di cui si è parte. Questo, perciò, prevede un rilancio di valori come la pace, la solidarietà, il rifiuto del razzismo. Quindi, su ciò si può sviluppare una politica scolastica interculturale, caratterizzata dall’accoglienza e dalla facilitazione (come aiuto a superare le differenze di adattamento), dall’apertura agli altri, e dall’assunzione di una cittadinanza interculturale (come creazione di una mentalità interculturale). Ciò significa che gli insegnanti non devono far sentire ai bambini stranieri la diversità come qualcosa da compensare, ma devono creare nella scuola un “clima” dove questi bambini si sentano partecipi di un mondo comune. Una buona educazione interculturale, quindi, si basa anzitutto su una metodologia dell’ascolto, in cui si pone attenzione alle domande d’accoglienza, alle storie di vita e, infine, a se stessi in quanto educatori che s’interrogano sulla propria esperienza. Inoltre, è utile seguire le narrazioni dei bambini, perché ciò permette di comprendere la loro evoluzione interna, anche il modo in cui ciascuno “mette insieme se stesso” di fronte ai cambiamenti che lo riguardano. E’ importante parlare anche della “diversità”, riportando alcuni esempi, intesa come diversità di genere, etnia, religione, o ancora intesa come diversità causata da qualche forma di handicap.
Quindi, è importante che la psicologia e i professionisti operino in modo tale che all’interno di un contesto specifico, come è quello della scuola, dove i bambini si rapportano e si confrontano con altre culture, per poter giungere ad una maggiore collaborazione affinché le diversità vengano accolte e conosciute come facenti della realtà attuale, cercando di trovare un punto di convergenza che crei condivisione e rispetto per ogni soggetto. 
 

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Francesca Maisano

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