Due funzioni complementari da tenere in equilibrio
Memoria e intelletto formano un’unità di enti complementari: l’eccesso di uno rispetto all’altro deprime il valore esprimibile come prodotto di tali funzionalità, dato che la prima funzione si arresterebbe all’esistenza e la seconda descriverebbe un divenire pieno di speranze o di timori, ma vuoto e inutile nel generare un’effettiva crescita della propria personalità intelligente.
Dosare opportunamente le funzioni di memoria e intelletto in relazione a un fine è importante come andare in bicicletta, dove per procedere bisogna agire sull’uno e sull’altro pedale. Come nella bicicletta possiamo usare un cambio per dosare gli sforzi sui pedali ed evitare fatiche non utili alla propria salute, così dobbiamo imparare a utilizzare vari sistemi di integrazione delle aree cerebrali rispondenti a percorsi differenziati.
I circuiti della memoria
Questi percorsi correlano i due emisferi cerebrali essenzialmente con la parte emozionale del cervello (il talamo, quale sede della memoria emotiva), con l’ippocampo (sede principale della memoria a lungo termine) e con il cervelletto (che interagisce nella formazione della memoria operativa, la quale implica il coordinamento dei movimenti degli arti e del corpo). Memoria e intelletto costituiscono quindi i due principali processi di integrazione tra le varie aree cerebrali, che congiuntamente facilitano l’evocazione delle memorie già esperite e le utilizzano per sviluppare forme di intelletto adeguate al problema da risolvere.
Se il processo di integrazione privilegia il rapporto tra l’emisfero sinistro e l’ippocampo, riconosciamo tale tipologia come “memoria semantica”, cioè appropriata all’espressione linguistica; se invece il rapporto focalizza il processo nell’area talamica, siamo in presenza di un’evocazione mnemonica di tipo “emotivo”, ovvero “empatico”; se nella processazione integrativa della memoria viene incluso il cervelletto, allora parliamo di “memoria operativa”, e così via.
Dalle memorie all’intelletto finalizzato
Le memorie evocate sono come ombre che devono essere ricondotte al confronto significativo con il presente, in una prospettiva di sviluppo e di trasformazione dell’informazione in conoscenza. Per attuare questa transizione tra passato, presente e anticipazione cognitiva, l’intelletto agisce come un processo parallelo di confronto selettivo dell’informazione memorizzata e attualizzata dai dati sensibili, teso a convergere verso un fine, nella direzione finalizzata a risolvere determinati obiettivi e ad atteggiare la propria attività al seguito dell’impulso della propria volontà e del proprio intuito.
Dall’incrocio del sistema di integrazione divergente (la ricerca di una più o meno ampia evocazione mnemonica) con il processo convergente di elaborazione finalizzata, più proprio dell’intelletto, emergono varie potenziali forme di intelligenza: critica, analitica, pragmatica, artistica, e così via.
Problem setting: predefinire le aspettative
Howard Gardner ed Edward De Bono, noti pedagogisti contemporanei, nei loro scritti dedicati a insegnare come sviluppare le abilità di pensiero sostengono che non abbiamo un’intelligenza unica, ma almeno sette tipi diversi di intelligenza, ognuno dei quali può avere la prevalenza nelle diverse occasioni di risoluzione dei problemi. È bene però osservare che i processi mentali organizzati da memoria e intelletto devono essere preceduti dalla capacità di apprendere come articolare i processi di integrazione cerebrale, proprio al fine di rispondere, con peculiari strategie cognitive, all’esigenza di predefinire le aspettative e i risultati attesi.
Prima di risolverlo o di evitarlo, un problema va infatti preordinato sulla base di una strategia fondata sulla volontà e sull’intuito. Questa situazione è detta generalmente “problem setting”, perché capace di elaborare con immediatezza le memorie a breve termine e di integrarle con le altre forme di memoria a più lungo termine. Le categorie di integrazione della memoria e dell’intelletto dipendono quindi dalla preliminare capacità di porsi finalità, obiettivi e scopi in relazione diretta con il pronostico dei risultati attesi. È solo così che il circuito cerebrale del pensiero può svilupparsi armonicamente.
Gli scacchi come palestra di problem solving
Lo studio delle potenzialità di una tipologia specifica di intelligenza è stato realizzato sia con la risonanza magnetica funzionale sia mediante interviste ai campioni di scacchi, un ben noto e antico gioco di strategie di problem solving.
Al contrario di un principiante, che tende a immaginarsi le mosse possibili di ogni singolo pezzo della scacchiera, il campione facilita l’integrazione funzionale delle memorie evocando il posizionamento di alcune schermate (templates) tratte dalla propria esperienza, le quali vanno a focalizzare alcuni blocchi critici delle possibili configurazioni della scacchiera, sia in relazione ai pezzi sia agli spazi rimasti vuoti (chunk). Il campione, a differenza del dilettante, ragiona esclusivamente su di essi (templates & chunk) per reperire la strategia e ordire ingegnosamente una soluzione vincente, denominata “scacco matto”.
Questa impostazione è messa ancor più in evidenza da alcuni aforismi di famosi scacchisti, brevi concetti tratti dalla lunga esperienza:
1) “Cerca di essere il giocatore di scacchi, non il pezzo sulla scacchiera” (Ralph Charrell). 2) “Un Maestro di scacchi non cerca la mossa migliore: la vede” (Garry Kasparov). 3) “A scacchi io mi sforzo sempre di giocare contro i pezzi del mio avversario piuttosto che contro di lui” (Svetozar Gligoric). Da tali aforismi si comprende quale sia il miglior modo di porsi il problema di risolvere situazioni critiche, basandole sulle finalità proprie di un giocatore professionista, che imposta il gioco integrando intelligentemente i processi mnemonici e intellettivi per raggiungere l’obiettivo attraverso una serie di mosse vincenti.
Intelligenza e creatività: oltre memoria e intelletto
In verità l’intelligenza e l’ingegno creativo non risiedono direttamente nella memoria o nell’intelletto, proprio perché memoria e intelletto, presi fine a se stessi, sono solo due funzioni cerebrali necessarie ma non sufficienti a produrre attività creative capaci di costruire conoscenze innovative. L’espressione dell’intelligenza e della creatività risulta quindi una funzione complessa, dipendente dalla capacità di definire a priori apposite unità o configurazioni interpretative, frutto dell’intuito e della volontà, e quindi delle attività più recondite e ancestrali degli esseri viventi.
È facile notare, ad esempio, quanto sia difficile memorizzare una fila di settanta numeri in sequenza casuale, rispetto a rammentare dieci numeri telefonici di sette cifre ciascuno: qui la memoria è facilitata dalla suddivisione in blocchi dei numeri telefonici, ma soprattutto dall’opportunità di comunicare con altre persone. Analogamente, sarebbe praticamente impossibile capire il significato di una frase se le parole non fossero disgiunte tra loro, e se non conoscessimo già dall’indice e dal titolo del libro il quadro cognitivo che andiamo scoprendo nella lettura.
La previsione realizzabile con l’intuito e la volontà di capire il divenire di una situazione è ciò che, in fin dei conti, permette la risoluzione di soluzioni intelligenti e creative, in un corretto apprendimento della funzionalità mnemonica e intellettiva del cervello. In conclusione possiamo ripetere con Seneca: “non c’è vento favorevole a chi non sa dove andare”. Memoria e intelletto sono funzioni cerebrali che devono coordinarsi per un’esperienza consapevole finalizzata a verificare un’ipotesi, un sogno o comunque un fine che sta maturando dentro di noi; altrimenti le inquietudini dovute al dubbio e all’indeterminazione degli eventi inattesi ci assalgono costantemente, affossando progressivamente tutti i valori costruiti dalla memoria e dall’ingegno più raffinato.
Un’eco dantesca
Dante Alighieri, Paradiso:
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra memoria e intelletto?
La memoria è la capacità di evocare in modo selettivo le informazioni acquisite nel passato; l’intelletto è la capacità di ragionare per risolvere o evitare i problemi. Sono funzioni complementari: la memoria fornisce il materiale, l’intelletto lo elabora verso un fine. L’eccesso dell’una a scapito dell’altra impoverisce il risultato complessivo del pensiero.
Che cos’è il problem setting?
È la fase, precedente al problem solving, in cui si predefiniscono aspettative, obiettivi e risultati attesi. Consiste nell’elaborare rapidamente le memorie a breve termine e integrarle con quelle a lungo termine, sulla base di una strategia guidata da volontà e intuito. Senza un buon problem setting il ragionamento non riesce a svilupparsi armonicamente.
Perché si parla di intelligenze multiple?
Secondo pedagogisti come Howard Gardner ed Edward De Bono non esiste un’unica intelligenza, ma almeno sette tipi diversi (critica, analitica, pragmatica, artistica e altre), ciascuno dei quali può prevalere a seconda del problema da affrontare. Ogni tipo nasce da un diverso modo di integrare le aree cerebrali della memoria e dell’intelletto.
Cosa insegna il gioco degli scacchi sul ragionamento?
Il campione di scacchi non calcola tutte le mosse possibili come fa il principiante: riconosce configurazioni ricorrenti memorizzate (templates) e blocchi critici della scacchiera (chunk), su cui concentra la strategia. Mostra così come l’esperienza trasformi la memoria in schemi utili al problem solving, riducendo lo sforzo di calcolo.
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