Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Maledetto Lunedì

Comincia la domenica sera, a volte già dopo pranzo: il malessere al solo pensiero che l’indomani si torna al lavoro. È il “male del lunedì”. Ma cosa lo provoca davvero, l’ufficio malsano o le relazioni difficili? La ricerca offre una risposta sorprendente, e soprattutto una buona notizia: l’atteggiamento giusto per starci meglio si può imparare. […]

Psicolab — Maledetto Lunedì
Comincia la domenica sera, a volte già dopo pranzo: il malessere al solo pensiero che l’indomani si torna al lavoro. È il “male del lunedì”. Ma cosa lo provoca davvero, l’ufficio malsano o le relazioni difficili? La ricerca offre una risposta sorprendente, e soprattutto una buona notizia: l’atteggiamento giusto per starci meglio si può imparare.

La “sindrome dell’edificio malato”

Esiste un insieme di disturbi legati all’ambiente di lavoro, definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Sick Building Syndrome (SBS), o sindrome dell’edificio malato. Riguarda tutti gli aspetti del “microclima” a cui i lavoratori sono esposti: illuminazione, umidità dell’aria, ricambio della ventilazione, possibili emissioni nocive dai materiali di costruzione, numero di persone per locale.

I sintomi comprendono astenia (debolezza generale), difficoltà di concentrazione, mal di testa, bruciore agli occhi, irritazione delle vie aeree e della pelle, lievi sintomi allergici. Le cause individuate sono varie: acari delle moquette, filtri malfunzionanti dell’aria condizionata, materiali tossici degli arredi, luce al neon, inquinamento acustico, esalazioni di prodotti chimici per la pulizia. Insomma, l’ambiente fisico sembrerebbe il grande imputato.

Una ricerca ribalta le aspettative

Uno studio britannico, pubblicato su una rivista di medicina del lavoro, ha però messo in discussione questa idea. I ricercatori hanno esaminato circa 4.000 impiegati tra i 42 e i 62 anni, che lavoravano in 44 edifici diversi nell’area di Londra, verificandone lo stato di salute e ponendo domande sulle condizioni degli uffici e sullo stress associato al lavoro. I luoghi sono poi stati ispezionati, misurando inquinanti ed emissioni fin sulle scrivanie.

Il risultato è sorprendente: di legami tra le condizioni fisiche e i sintomi (lamentati da una donna su cinque e da un uomo su sette) ne sono stati trovati pochissimi. I disturbi erano solo di poco più frequenti dove batteri, polvere, temperatura e umidità erano meno ideali. Paradossalmente, in alcuni edifici con cattiva circolazione dell’aria gli impiegati avvertivano minori disturbi.

Il vero “inquinamento”: l’ambiente umano

Dove si annidava allora la causa? I sintomi apparivano associati molto più strettamente a un’alta richiesta di produttività accompagnata da uno scarso supporto da parte di superiori e colleghi. In altre parole: soffriva di più chi si sentiva pressato dalle richieste di lavoro e, al tempo stesso, poco gratificato e aiutato. A pagarne il prezzo maggiore erano le donne e i lavoratori più giovani, più vulnerabili allo stress.

La conclusione è netta: un maggior controllo ambientale del posto di lavoro (poter regolare temperatura, luci, umidità) aiuta, ma le principali cause del malessere vanno imputate all’ambiente umano, l’antagonismo dei colleghi, le angherie dei superiori, le pressioni di capi troppo esigenti e per nulla gratificanti. Detto in modo diretto: un capo dispotico e colleghi poco collaborativi “inquinano” più degli acari e dei prodotti chimici.

Non tutti reagiscono allo stesso modo

Eppure, nelle stesse identiche condizioni, non tutti reagiscono uguale. Ci sono persone a cui le provocazioni di colleghi e superiori sembrano scivolare addosso. Qual è il loro segreto? Più che una questione di “carattere”, si tratta di atteggiamento, e la buona notizia è che un atteggiamento funzionale si può imparare.

Il primo passo è concentrarsi più su di sé, sui propri obiettivi, e meno sugli altri. Chi agisce sempre in reazione agli stimoli altrui è reattivo e finisce per “delegare” agli altri la propria vita; chi costruisce verso le proprie mete è invece proattivo. Utile anche non fare “letture del pensiero”: quando qualcosa ci infastidisce, meglio chiedere subito spiegazioni sul significato di un gesto, invece di interpretarlo arbitrariamente.

Va poi ricordato che ognuno ha la propria percezione della realtà: ciò che gli altri fanno e dicono è frutto delle loro esperienze passate, non necessariamente diretto contro di noi. Probabilmente, con lo stesso background di un capo o un collega, ci comporteremmo come loro.

La profezia che si autoavvera

Attenzione a un meccanismo insidioso. Quando accumuliamo piccoli rancori, questi iniziano a occupare la nostra mente: immaginiamo il capo o il collega tramare contro di noi ancora prima di arrivare al lavoro, e il loro “fantasma” ci accompagna persino a casa, rubando tempo alla famiglia e agli hobby.

Se ci convinciamo che l’altro sia una “carogna”, rischiamo di innescare la profezia che si autoavvera: ci comporteremo, anche inconsciamente, in modo che l’altro percepisca cosa pensiamo di lui, e ci renderà pan per focaccia. Arriveremo al lavoro già tesi, pronti a combattere, e basterà una piccola cosa a farci reagire con aggressività, ottenendo la stessa risposta e innescando una reazione a catena che peggiora il clima.

Cosa fare: alcuni punti pratici

  1. Dare meno peso agli stimoli esterni: battute, provocazioni, azioni dei colleghi. Come dice un proverbio, “non è il veleno del serpente che ti uccide, ma il tuo sangue che lo mette in circolo”.
  2. Passare un colpo di spugna sulla mente prima di entrare al lavoro e, soprattutto, prima di uscire. Perché portarsi a casa, tra gli affetti, il capo o il collega che si detesta? Non basta doverlo sopportare in ufficio?
  3. Concentrarsi sul proprio benessere e sui propri obiettivi. Se il superiore urla o il collega è acido, spesso è un problema loro: magari insoddisfatti, o senza le risorse che abbiamo noi per restare sereni.
  4. Non perdere di vista il vero obiettivo quando si interagisce. Vogliamo mantenere un rapporto civile e collaborativo, o “dare una lezione” sapendo che il giorno dopo saremo di nuovo lì fianco a fianco? Vogliamo un clima sereno o dichiarare guerra a tutti, andando al lavoro col coltello fra i denti? Messo a fuoco l’obiettivo, si agisce di conseguenza: ricordando che ogni guerra dichiarata comporta una battaglia da combattere ogni giorno.
  5. Valutare un cambiamento, se davvero non si può più trarre nulla di buono dal posto attuale: fare il punto sulle competenze, aggiornare il curriculum, cercare nuove opportunità. Con realismo, però, sulle prospettive e sui possibili periodi difficili.

Il “male del lunedì”, insomma, raramente dipende dai muri: dipende dalle relazioni e, soprattutto, da come scegliamo di viverle.

Domande frequenti

Cos’è la Sick Building Syndrome?

È la “sindrome dell’edificio malato”, un insieme di disturbi (astenia, mal di testa, difficoltà di concentrazione, irritazioni) legati al microclima del luogo di lavoro: illuminazione, ventilazione, umidità, materiali. È definita dall’OMS e a lungo attribuita soprattutto alle condizioni fisiche dell’ambiente.

Le condizioni fisiche dell’ufficio sono la causa principale del malessere?

Secondo una vasta ricerca britannica, no. I sintomi risultano associati molto più allo stress: alta richiesta di produttività unita a scarso supporto di capi e colleghi. Un capo dispotico e colleghi poco collaborativi “inquinano” più degli acari o dei prodotti chimici.

Perché alcune persone reggono meglio lo stress lavorativo?

Più che questione di carattere, è questione di atteggiamento, che si può imparare. Chi sta meglio è proattivo, si concentra sui propri obiettivi, non fa “letture del pensiero” e ricorda che i comportamenti altrui nascono dalle loro esperienze, non necessariamente contro di lui.

Cos’è la profezia che si autoavvera sul lavoro?

È il meccanismo per cui, convinti che un collega o un capo sia ostile, ci comportiamo (anche inconsciamente) in modo da provocarne una reazione negativa. Arriviamo tesi, pronti a combattere, e inneschiamo una catena di aggressività reciproca che peggiora davvero il clima.

Il “male del lunedì” spesso non dipende dai muri. La Sick Building Syndrome raccoglie disturbi legati al microclima dell’ufficio, ma una vasta ricerca britannica ha mostrato che le condizioni fisiche pesano poco: i sintomi sono legati soprattutto allo stress, cioè ad alta richiesta di produttività unita a scarso supporto di capi e colleghi. Il vero “inquinamento” è l’ambiente umano. Non tutti però reagiscono uguale: è questione di atteggiamento, e si può imparare. Meglio essere proattivi, concentrarsi sui propri obiettivi, non fare letture del pensiero ed evitare la profezia che si autoavvera. Punti pratici: dare meno peso alle provocazioni, non portarsi il lavoro a casa, mettere a fuoco il proprio obiettivo nelle relazioni e, se serve, valutare con realismo un cambiamento.
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