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Un po’ più Lontano di Massimo Cassani

Il protagonista non ha nome. Non un nome di fantasia, non un’iniziale: nulla. È la prima cosa che si nota in questo romanzo, ed è anche la sua chiave, perché di un uomo che ha costruito trent’anni di distanza dagli altri non sappiamo neppure come chiamarlo. Articolo divulgativo di analisi letteraria. Il romanzo tocca temi […]

Psicolab — Un po’ più Lontano di Massimo Cassani
Il protagonista non ha nome. Non un nome di fantasia, non un’iniziale: nulla. È la prima cosa che si nota in questo romanzo, ed è anche la sua chiave, perché di un uomo che ha costruito trent’anni di distanza dagli altri non sappiamo neppure come chiamarlo.
Articolo divulgativo di analisi letteraria. Il romanzo tocca temi di lutto non elaborato e isolamento: se questi argomenti risuonano con un’esperienza personale in corso, può essere utile parlarne con uno psicologo.

Il titolo come programma

Il titolo indica un confine che scopriamo fin dalle prime pagine già irrigidito nel tempo: una distanza costruita pazientemente e mantenuta con metodo. Una separazione dagli altri e, prima ancora, da sé.

L’assenza del nome non è un vezzo. Il protagonista narra in prima persona, e nel suo deserto affettivo non c’è nessuno che possa rivelarcelo. Custodisce segreti, ma soprattutto è un segreto.

Lo spazio

La città è Milano nella canicola estiva, ma lo spazio si è ristretto rispetto ad altri lavori dell’autore: un condominio in Città Studi, con vicini nevrotici e impiccioni.

Le scale, il pianerottolo, il cortile. E i viaggi (treni, alberghi) che però sono di servizio: il protagonista deve nascondersi per professione, avendo scelto in un passato altrettanto lontano di lavorare per i servizi segreti.

L’osservazione più acuta della recensione riguarda proprio questo: quale altra attività avrebbe potuto fornire un alibi tanto generoso alla determinazione di vivere negandosi?

È un meccanismo psicologicamente credibile. Le difese più solide sono quelle che trovano una giustificazione esterna: non devo spiegare perché mi tengo a distanza, è il mio lavoro a richiederlo.

Le due figure femminili

La lettura proposta è che le due donne del romanzo rappresentino due lati della stessa personalità.

Gaia, la donna con cui quindici anni prima aveva pensato di condividere l’esistenza, faceva emergere la parte più pratica e attiva. Quella relazione avrebbe forse offerto l’opportunità di una vita normale, alla luce del sole.

Ma non c’era amore: solo il desiderio di riscattarsi da una normalità simulata, la progettazione di un rifugio. Con una formula precisa, se ancora non si sentiva il desiderio di una relazione, se ne intuiva la necessità.

Iaia, la giovane dirimpettaia arrivata da poco, sollecita invece la parte più intima e tenuta sullo sfondo.

Nota il testo un dettaglio che il protagonista stesso tarda a cogliere: la rima tra i due nomi. E l’ironia è che sta scrivendo un saggio sull’agnizione (il riconoscimento) senza riconoscere ciò che ha davanti.

Il costo del disgelo

Qui il romanzo tocca il suo nucleo psicologico.

L’impulso improvviso a rientrare nella propria vita emotiva, quando se ne è persa l’abitudine, non può avvenire senza lutto: quello di un passato che torna a pretendere di saldare i conti, di trent’anni spesi in una lucida anaffettività.

Le origini vengono indicate con precisione: la morte della madre a dodici anni e la negazione di quel dolore, oppure l’esclusione da parte dei compagni a quindici.

Ed è corretta l’osservazione conclusiva su questo punto: quale che sia l’origine, l’esercizio della solitudine così accuratamente praticato appare irreversibile.

I segni del cambiamento

I gesti che segnalano il movimento sono minimi e per questo credibili.

Lui, che si era sempre difeso attraverso un’afasia studiata, comincia a essere stranamente loquace e a stupirsi delle proprie chiacchiere. Asseconda le meschinità condominiali per sperimentare l’empatia. Attacca bottone, porta il vino alla cena collettiva, si commuove davanti alle vite intraviste dal treno.

E prova malinconia: uno stato d’animo rifiutato fin dall’adolescenza.

La citazione usata è calzante: la malinconia come gioia di essere tristi. Per trent’anni quell’uomo non si era concesso nemmeno quella piccola felicità.

L’osservazione sulla città

C’è una frase del romanzo che la recensione isola giustamente: a Milano la solitudine è una vergogna da nascondere, come l’alcolismo o i calzini bucati.

Il punto è che una condizione da nascondere si autoalimenta: dovendo occultarla, si affinano ulteriormente le tecniche di allontanamento, che a loro volta la aggravano.

È il meccanismo per cui l’isolamento non è una condizione statica ma un processo che accelera.

Un romanzo senza intreccio

A differenza dei precedenti lavori dell’autore, di genere noir, qui non c’è un intreccio ma una trama interiore condizionata dagli eventi.

Resta però la tensione verso uno scioglimento: che in questo caso è quello che il protagonista stesso sta cercando.

Anche il percorso meteorologico è rovesciato rispetto a un romanzo precedente: qui si va dalla calura cittadina alla pioggia di metà agosto, anziché il contrario.

La conclusione della recensione vale come osservazione generale: le storie della mente e delle difese emotive, quando le si sa raccontare, non sono meno avvincenti di un giallo. Perché in fondo, come nota l’autrice, un po’ tutti coltiviamo le nostre.

Domande frequenti

Perché il protagonista non ha nome?

Perché narra in prima persona e attorno a lui non c’è nessuno che possa nominarlo: l’assenza del nome è la conseguenza formale del suo isolamento. Custodisce segreti ed è egli stesso un segreto.

Che ruolo hanno le due figure femminili?

Rappresentano due lati della stessa personalità: Gaia la parte pratica e la possibilità di una vita ordinaria, priva però di amore reale; Iaia la parte più intima, tenuta sullo sfondo per trent’anni.

Perché il lavoro nei servizi segreti è una scelta narrativa significativa?

Perché fornisce una giustificazione esterna alla distanza. Le difese più solide sono quelle che non devono essere spiegate: non è lui a tenersi lontano, è la professione a richiederlo.

Cosa comporta il tentativo di riaprirsi?

Un lutto. Rientrare nella propria vita emotiva dopo averla esclusa a lungo significa fare i conti con trent’anni non vissuti, e questo produce una sofferenza nuova.

Il romanzo costruisce un personaggio a partire da un’assenza: non ha nome, perché nessuno attorno a lui potrebbe pronunciarlo. La scelta del lavoro nei servizi segreti è la trovata più efficace, perché fornisce alla sua distanza una giustificazione esterna (le difese più solide sono quelle che non devono essere spiegate. Il nucleo psicologico sta però nel costo del movimento contrario: riaprirsi dopo trent’anni di anaffettività comporta un lutto, quello di ciò che non è stato vissuto. E i segni del cambiamento sono minimi e per questo credibili) attaccare bottone, portare il vino, e finalmente concedersi la malinconia.
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