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Un po’ più Lontano di Massimo Cassani

Breve Estratto

Il titolo, innanzi tutto: “Un po’ più lontano”. Accenno a un confine che scopriamo fin dalle prime pagine irrigidito nel tempo, una distanza costruita pazientemente e meticolosamente mantenuta, ostinata separazione da Sé, e dagli altri.
Poi l’assenza di un nome, se pure di fantasia, se pure reso con semplici iniziali. Niente. Il protagonista del nuovo libro di Cassani narra in prima persona, e non saranno certo gli altri, nel suo deserto affettivo, a rivelarci come si chiama; una scelta voluta, per custodisce segreti, ma soprattutto perché lui stesso è un segreto.
Intorno, la città nella canicola estiva che non ama svelarsi. E se ci era piaciuto vagabondare per Milano insieme al commissario Micuzzi (piacevole creatura di Cassani), a nostro agio in questa provinciale metropoli senza più nebbie e con più brutture, ora lo spazio si è fatto ristretto, soffocante, e non solo per il clima: un semplice condominio in Città Studi, con vicini nevrotici, impiccioni e antipatici.
Le scale, il pianerottolo, il cortile del palazzo, alternato ai viaggi, sì, ma di dovere: treni e alberghi frequentati per seguire una persona, perché il protagonista di Un po’ più lontano deve nascondersi per professione: in un passato anche quello lontano ha scelto di lavorare per i servizi segreti (quale altra attività avrebbe potuto fornire un alibi così generoso alla sua determinazione di vivere negandosi?).
Solo una passeggiata davvero solare dalla Fondazione Mazzotta a casa; chilometri milanesi in compagnia di Iaia, “la ragazzetta” – così la chiama in modo riduttivo il narratore – quella giovane studentessa un po’ new-age e sprovveduta, che cammina a piedi scalzi, e che, arrivata da pochissimo nell’appartamento di fronte, ha il potere di scuotere la fredda tranquillità del quotidiano.
Fa sempre caldo in queste giornate che si avvicinano a Ferragosto; un’afa che il ventilatore non riduce, un calore esterno che si vorrebbe diventasse, all’età di quarantacinque anni, finalmente, calore dell’anima. Ma l’anima è rimasta fredda per troppo tempo, e per di più consapevolmente; volerla diversa ora richiede una sofferenza del tutto nuova.
Un passaggio di pochi giorni dalla calura cittadina alla pioggia battente di metà agosto; un percorso meteorologico opposto a quello di Pioggia battente, il secondo romanzo di Cassani, dove l’umidità esterna lasciava il posto alla luce della soluzione finale. Pioggia battente e Sottotraccia, il primo romanzo di Cassani, appartengono al genere noir, per cui, si sa, tutta la narrazione tende allo scioglimento.
Ma anche qui, in questa nuova storia, che del noir non possiede l’intreccio, bensì una trama interiore condizionata dagli eventi, lo scioglimento è ciò che l’uomo senza nome sta ricercando, impegnato guarda caso nella scrittura di un saggio sull’agnizione, e tanto preso dalla teoria da non accorgesi di una coincidenza che invece il lettore avverte immediatamente. C’è una rima sfacciata (lui ne coglie non subito e solo l’assonanza!) tra i nomi dei due personaggi femminili: Iaia (la giovane, travolgente dirimpettaia: anche qui una rima!), e Gaia, la donna con cui ha pensato di condividere l’esistenza quindici anni prima.
Parrebbero entrambe evidenti proiezioni dei due lati della sua stessa personalità. Gaia, sempre in ombra, faceva emergere di lui una parte sopita, quella più pratica ed attiva. Se fosse duratura, la storia forse gli avrebbe offerto l’opportunità di una vita alla luce del sole, di una vita davvero normale. L’amava? No. Non c’era vero amore in questa relazione; solo il desiderio di riscattarsi dalla finta normalità, la progettazione di un rifugio che sapeva di poco. Come a dire che se ancora non si sentiva il desiderio di coppia, se ne intuiva la necessità.
Iaia, invece, nella sua apparente immediatezza, sembra quasi sollecitare in lui la parte più profonda, più notturna, più intima, tenuta sempre sullo sfondo. Ma l’improvviso impulso di entrare nell’anima, quando se ne è persa la consuetudine, non può che avvenire a costo di un grande lutto. Quello di un passato che ritorna a pretendere spudoratamente di saldare i conti, quei trent’anni non vissuti e spesi tutti all’insegna di una lucida anaffettività.
Da quando? Dalla morte della madre, dai dodici anni, e dalla negazione di quel dolore, o da quando, a quindici, scopre che i compagni di scuola lo escludono? Che importa: in un caso o nell’altro, l’esercizio della solitudine così accurato sembra irreversibile.
Eppure, Iaia col suo sorriso e la sua naturalezza, apre uno spiraglio, addirittura la percezione di un bisogno mai provato prima, il desiderio del conforto di qualcuno, uno sforzo eroico di adattamento. Lui, che si è sempre difeso attraverso una studiata afasia, comincia ad essere stranamente loquace e a stupirsi, per primo, delle sue chiacchiere; asseconda le piccinerie dei condomini, per sperimentare niente di meno che l’empatia, estranea al suo mondo interiore privo di emozioni.
Insomma, comincia a compiere strani gesti: attaccar bottone, portare il vino alla cena collettiva, impietosirsi di fronte alle vite di periferia intraviste dal treno in corsa. E provare malinconia, uno stato d’animo che aveva rifiutato fin dall’ adolescenza. Victor Hugo diceva che la malinconia è la gioia di essere tristi; per trent’anni, il nostro uomo senza nome non si è concesso neanche questa piccola, struggente felicità.
In più, siccome “A Milano la solitudine è una specie di vergogna da nascondere, come l’alcolismo, i calzini bucati o il conto corrente in rosso”, la solitudine non ha fatto altro che alimentare se stessa, affinando sempre più le tecniche di allontanamento dal mondo. Ora, grazie a Iaia, e ancor più ad un percorso interiore che non ci viene raccontato, ma che noi possiamo intuire, si vogliono confini più fluidi, ed una vita più vera.
Riuscirà il nostro quarantacinquenne milanese a completare, per quanto possibile, il suo processo di cambiamento? Il suo saggio sull’agnizione? Ce la farà a sperimentare la giusta distanza? E, soprattutto, riusciremo noi a dargli un nome, un’identità che potrebbero farcelo sentire un po’ più vicino?
Sul retro di Sottotraccia Massimo Cassani scrive simpaticamente: “Tempo di lettura, una notte”. Anche quest’ultimo romanzo lo si legge d’un fiato, perché le storie della mente, della psiche, dell’anima, dei pensieri (in fondo un po’ tutti coccoliamo le nostre difese emotive), quando le si sa raccontare, non sono meno avvincenti dei libri gialli.
“Ogni vita merita un romanzo”, diceva il grande Flaubert. E Massimo Cassani, mentre dà spessore ad un personaggio che si ostina a descrivere la propria opacità, ce lo conferma.

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