Psicologia Clinica e Psicopatologia

Lo stereotipo del femminicidio

Il racconto pubblico degli omicidi di donne poggia su alcune immagini ricorrenti: il raptus, l’eccesso d’amore, l’uomo insospettabile. Nessuna regge al confronto con i dati, e ciascuna ha una conseguenza pratica su chi cerca di proteggersi. Se ti trovi in una situazione di pericolo, il numero antiviolenza e stalking 1522 e attivo 24 ore su […]

Psicolab — Lo stereotipo del femminicidio
Il racconto pubblico degli omicidi di donne poggia su alcune immagini ricorrenti: il raptus, l’eccesso d’amore, l’uomo insospettabile. Nessuna regge al confronto con i dati, e ciascuna ha una conseguenza pratica su chi cerca di proteggersi.
Se ti trovi in una situazione di pericolo, il numero antiviolenza e stalking 1522 e attivo 24 ore su 24, gratuito e anonimo, anche in chat. Emergenze: 112. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale.

Gli stereotipi, uno per uno

Il raptus: l’idea di un gesto improvviso e inspiegabile. I dati indicano il contrario, nella grande maggioranza dei casi l’omicidio è preceduto da una storia documentabile di violenza, minacce, controllo o persecuzione. Non è un evento senza storia: è l’esito di una sequenza.

L’amore eccessivo: la gelosia e il possesso vengono presentati come amore portato all’estremo. Sono invece manifestazioni di controllo, e il legame con l’affetto è una costruzione culturale che rende quei comportamenti leggibili come romantici quando compaiono in forma più lieve.

La follia: l’attribuzione a un disturbo mentale. La quota di questi casi attribuibile a disturbi psichiatrici è minoritaria, e le persone con disturbi mentali sono più spesso vittime che autori di violenza. L’attribuzione alla follia rimuove il fatto che si tratti, nella maggioranza, di comportamento intenzionale.

Lo sconosciuto: il pericolo rappresentato come esterno, notturno, casuale. Negli omicidi di donne l’autore è nella maggior parte dei casi un partner o un ex partner, o comunque una persona conosciuta. Il luogo più frequente è l’abitazione.

E lo svantaggio sociale: l’idea che riguardi contesti marginali. Il fenomeno attraversa tutte le condizioni economiche e culturali.

Perché gli stereotipi fanno danno

Non sono errori innocui, e le conseguenze sono documentabili.

Impediscono il riconoscimento: se il pericolo è raffigurato come sconosciuto e improvviso, una donna in una relazione con un uomo conosciuto, stimato, senza precedenti, non riconosce la propria situazione come pericolosa.

Riducono la credibilità delle segnalazioni che non corrispondono al modello: chi denuncia un uomo che tutti descrivono come tranquillo trova più resistenza.

Deresponsabilizzano attraverso il lessico: espressioni come «dramma della gelosia», «amava troppo», «gesto folle» spostano la causa su un’emozione o su una malattia, e questo passa poi nel modo in cui il fenomeno viene compreso collettivamente.

E producono attenzione sulle scelte della vittima (perché non se n’è andata) anziché sulle condotte di chi agisce.

Cosa i dati indicano

Alcuni elementi ricorrenti sono utili anche a chi valuta una propria situazione.

La separazione è il periodo a rischio più elevato: l’idea che lasciarsi risolva il problema non corrisponde ai dati, ed è la ragione per cui l’uscita va preparata con chi ha competenza.

Alcuni fattori di rischio sono ricorrenti negli strumenti di valutazione usati dalle forze dell’ordine e dai centri antiviolenza: precedenti episodi di violenza fisica, minacce di morte, strangolamento anche non lesivo, gelosia ossessiva e controllo continuo, persecuzione dopo la separazione, disponibilità di armi, minacce di suicidio dell’autore.

Va segnalato che lo strangolamento non fatale è fra i predittori più forti di omicidio successivo, ed è spesso sottovalutato perché può non lasciare segni.

E vale l’elemento che precede tutti: il controllo coercitivo continuato (isolamento, controllo economico, monitoraggio) è il contesto entro cui questi esiti si producono, e la sua presenza è più informativa dei singoli episodi.

Cosa si può fare

  • Se ci si riconosce: contattare il 1522 o un centro antiviolenza, anche solo per informarsi. Non impegna a nulla e i centri sono attrezzati per la valutazione del rischio.
  • Se riguarda una persona vicina: restare disponibili senza dare ultimatum, non giudicare la scelta di restare, non contattare l’altra persona.
  • Nel modo di parlarne: descrivere condotte, non emozioni; nominare chi ha agito; evitare le formule che spostano la causa.
  • Sul piano collettivo, gli interventi con qualche evidenza agiscono sulle norme nei contesti in cui si formano (scuole, gruppi sportivi) più che sulle campagne informative generiche.

Domande frequenti

Esiste il raptus?

Nella grande maggioranza dei casi l’omicidio e preceduto da una storia documentabile di violenza, minacce o controllo. Non e un evento senza storia.

Chi sono gli autori?

Nella maggior parte dei casi un partner o ex partner, o comunque una persona conosciuta, e il luogo piu frequente e l’abitazione.

Si tratta di disturbi mentali?

Solo in una minoranza. Le persone con disturbi mentali sono piu spesso vittime che autori di violenza.

Lasciare la relazione mette al sicuro?

Il periodo della separazione e quello a rischio piu elevato: l’uscita va preparata con i centri antiviolenza, non improvvisata.

Raptus, amore eccessivo, follia e sconosciuto sono immagini che i dati non sostengono: l’autore e quasi sempre una persona conosciuta e l’omicidio e preceduto da una storia di violenza e controllo. Gli stereotipi ostacolano il riconoscimento del pericolo e riducono la credibilita delle segnalazioni. La separazione e il momento a rischio maggiore, e alcuni segnali (in particolare lo strangolamento non fatale) sono predittori noti.
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