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L’integrazione Antropica e la Filosofia del Paesaggio

Breve Estratto

“ Paesaggio come immenso, totale processo evolutivo, Paesaggio come sintesi del tempo, luogo della testimonianza e della premonizione” (Giacomini/Romani 2002)
Paesaggio é termine ambiguo.
Oggettivamente, esso si presta ad interpretazioni, per contro, soggettive.
Paesaggio é forse ciò che si “vede”, quando lo sguardo scollina?
Allora, così, tutto é Paesaggio: ove l’occhio investa una conurbazione si dirà che esso é urbano; industriale, per le unità di territorio a produttività secondaria; rurale se a sfruttamento primario; e poi sottoclassi, unità, distinzioni: forestale, agrario, litorale, montano, pedemontano, antropizzato, e così in una pressoché infinita seriazione.
Mancando dunque una definizione univoca vorremo allora localizzare locuzioni il più esaustive possibili ricorrendo, ad esempio, a didascaliche cornici lessicali. Così il DEVOTO-OLI, Dizionario della lingua italiana: “Paesaggio é l’insieme delle caratteristiche di un territorio”.
Questa lata definizione certo non consente un’applicazione generalizzabile che correntemente si fa del territorio, proponendo questo una varietà di contesti tipologici gravidi di problematiche che individualmente concorrono alla sortita di un determinato Paesaggio. Al caos, si sa, si risponde con rigore tassonomico e, quando ciò é impossibile, tentata invano la ricerca di una traiettoria omogenea, incatenati in angusti stilemi professionali, gli architetti del territorio (o del Paesaggio che dir si voglia), hanno coniato ognuno un proprio termine d’uso con la conseguenza, almeno concettuale, di una pressoché inconfrontabilità professionale.
Vorremmo qui riproporre la lettura di un testo base, seminale per il pionerismo metodologico della dinamica paesistica: Uomini e Parchi di Valerio Giacomini e Valerio Romani. L’attuale dibattito sulla Ecosostenibilità, nonostante la sua manierosa moda e svendita lessicale, nasce logoro; esso prendeva le mosse da concezioni, allora vituperate ed incomprese, di fior fiore di biologi ed antropologi “diversi”, il cui umile lavoro, a quasi quarant’anni di distanza, viene adesso rispolverato ed elevato a tronfio intellettualismo, vuoto e saccente, da parte di figuri che si improvvisano esegeti dello “sviluppo integrato”, i quali, forse, talvolta nemmeno percepiscono la scontatezza e la superficialità delle loro analisi.
Quel lavoro pose infatti le basi per sgrezzare la materia, introducendo come angolo di lettura del Paesaggio il superamento della dicotomia uomo-natura, ed anzi identificando nelle modificazioni antropiche gli attributi chiave del Paesaggio stesso, come conseguenza di processi filostorici che sempre hanno visto e vedranno l’uomo e le sue attività come fuoco genetico del problema e fulcro PER cui e CON cui l’utilizzazione delle risorse debba essere intesa: non si possono separare i problemi dell’ambiente da quelli dell’uomo. E’ quest’ultimo, infatti, che si colloca come il beneficiario di una corretta gestione del territorio ed è all’uomo che spetta la proposta dei modelli d’uso del bene in materia compatibile con esso. Un naturalismo ignaro della dinamica umana, che vede anzi nell’uomo unicamente un concorrente della natura, non può comprendere che non si dà politica all’ambiente senza soluzione dei problemi sociali.
Il manuale puntualizza però che la centralità del fenomeno umano non deve essere intesa come ritorno ad una visione antropocentrica di prevalenza dell’uomo sulla natura: la centralità dell’uomo è la constatazione realistica che tuttavia non concede allo stesso il riferimento di qualsivoglia processo naturale: “non ammettere questa realtà significa avvallare l’estraneità o la superiorità del pensiero umano rispetto al mondo fisico”, significa cioè rischiare un dualismo physis/ratio, al cui artificio occorre sostituire una visione olistica del mondo, dove l’uomo, con le sue opere, non può più invocarsi artificioso, alieno ed estraneo alla natura.
Obiettivo dunque è la calibratura dello “sviluppo sostenibile”, attuato mediante la pianificazione territoriale integrata (antropica ed ambientale) che, più che una scienza, è un “modo di pensare la risorsa ambientale”. In particolare si considerava la risorsa dei parchi naturali, superando la concezione che li vede come una sommatoria di restrizioni normative e tecniche, una declinazione parco-non parco, data come natura-uomo. L’economia di un parco vuole concepirsi come occasione contingente, progetto pilota di una gestione territoriale da esportare, sino a divenire una paradigma, al di là del parco. Al limite, a tutto il territorio. La struttura diviene complessa, cibernetica, dove ogni intervento naturale (e perciò anche antropico) modifica l’omeostasi. Accanto all’omeostasi animale e vegetale rivendicheremo allora l’esistenza di un ulteriore prodotto della natura: la ragione. “La consapevolezza della ragione ci fornisce la possibilità – ma anche l’arbitrio – di correggere le nostre stesse azioni, persino alla scala globale di tutta la specie umana, la cui coscienza collettiva è forse il più gigantesco complesso apparato omeostatico che la natura abbia mai concepito”.

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