E’ iniziato il conto alla rovescia per i liceali del quinto anno mentre i Docenti hanno appena concluso la spasmodica definizione del programma da presentare agli esami, un elenco apparentemente asettico puntellato dagli autori trattati, ma, in realtà, esso nasconde la feroce consapevolezza di tralasciarne una parte rappresentativa insieme alla demistificante coscienza che, per molti studenti, un nome, seppur di grande spessore, quando non si è conosciuto a scuola, resterà per sempre una voragine scoperta… “Completare i programmi” è un sintagma astratto impossibile da codificare… A chi rinunziare? Tra i tanti prosatori misconosciuti, CESARE PAVESE (1908-1950),
Un “caso” umanamente doloroso nel panorama della storia letteraria del Novecento…
Uno fra i non molti grandi romanzieri ispirati dalla Resistenza e da tutti i contrasti o i dubbi che non solo attraversavano la società italiana di allora, ma che, ancora oggi, sono fonte inesauribile di riletture, strumentalizzazioni, lacerazioni individuali o collettive energicamente decise a rinunziare a facili e superficiali intenzioni celebrative…
Un personaggio di fondamentale importanza per la cultura e la letteratura del Novecento, al quale, però, viene riservato, al massimo, l’esiguo spazio per una conoscenza superficiale in pillole e stereotipi delle tematiche-chiave, impossibile andar oltre alla fine del quinto anno del liceo nella corsa verso gli ultimi giorni di lezione. Più funzionale appare, invece, anticiparne lo studio all’inizio del terzo anno, proporlo come lettura estiva, rivederlo al quarto e riprenderlo ufficialmente al primo quadrimestre dell’ultimo per far sì che il contatto dei giovani adolescenti con l’autore possa meglio incidere nella loro formazione. Tale strategia didattica consente ai monumenti letterari dello scrittore di Santo Stefano Belbo e, nella fattispecie, a “La casa in collina” (Einaudi, 1948), di dimostrare quanto possano essere incisivi personaggi dall’istinto vitale e immediato i quali non combattono con la disperazione di chi non ha più http:\\/\\/psicolab.neta da perdere, ma con la forza e la fermezza di chi vuole cambiare il mondo, perseguendo l’obiettivo di sconfiggere quel cerebralismo fatto di parole, riflessioni, dubbi, chiusure, riserve mentali che se, da un lato, è dell’intellettuale Corrado rinchiuso nel suo aristocratico isolamento, dall’altro, tanto più frequentemente, è riflesso nei giovani, spesso così inclini a percepire, con amplificata intensità, i problemi dettati dall’insicurezza, dalla precarietà, dall’inquietudine.
LA CASA IN COLLINA è una delle opere di Pavese che meglio esprime l’anima dello scrittore, travagliato dalla sua ansia di pace in contrasto col desiderio di partecipare alla vita, spesso rischiosa, che lo circonda, il testo nel quale il richiamo alla responsabilità storica e il senso doloroso di una maturazione personale si armonizzano nel modo più compiuto. Il lettore, nei 23 capitoli, assiste allo snodarsi dei gangli fondamentali dell’Italia degli anni Quaranta, un Paese dilaniato e allo sbando, pieno di poveri, di disperati e di senzatetto, ma animato da una irriducibile speranza di riscatto che si indovina nelle “vecchie canzoni di ieri” con l’Inno alla Bandiera Rossa vocalizzato “ridendo” e inneggiando al Socialismo, mentre Seconda guerra mondiale, bombardamenti, Sbarco degli alleati, caduta di Mussolini, Armistizio, Resistenza partigiana, Repubblica di Salò, Ritirata nazista imperversano. Ogni attimo dell’avventura esistenziale di tutti gli attanti è pervaso da un senso di insicurezza, paura, angoscia, impotenza di fronte alle persecuzioni, motivo centrale della poetica di Pavese in cui spicca il nuovo concetto di evemerismo consegnato ai luoghi dell’infanzia che, nella sostanza, non sono definibili; essi sintetizzano un aspetto delle cose, un modo di vivere e ritornano alla memoria perché vi si sono registrati episodi che li hanno resi unici e li trascelgono sul resto del mondo con questo suggello. Ogni uomo, cioè, deve ricercare qualcosa che abbia un senso e si ponga come un baluardo sicuro di fronte al divenire caotico della storia.
Corrado, un quarantenne Docente di scienze di Torino, mentre “laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente” (Verlaine, Languer, da Un tempo e poco fa, 1883), anziché agire fattivamente, alla stregua di un animale impaurito, dal ‘43 al ’45, sceglie di ritirarsi dal frenetico moto degli eventi, rifugiandosi metaforicamente dietro a un muro ad ascoltare tutte le atrocità che accadono dall’altra parte della parete, recluso in un casolare delle colline torinesi, “un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico … strade, cascine, burroni … le strade formicolano di povera gente che sfolla a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo della città condannata, della notte e dei terrori imminenti”, un luogo che, contrastivamente, riesuma ricordi della sua infanzia, quando egli viveva in quel luogo protetto. Il protagonista, spesso io narrante, non è l’eroe straordinario, eccezionalmente ricco di doti, e ora, uniformandosi ai pochi che hanno scelto l’inedia di un mondo ovattato, è in continua tensione, “ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso prende la gola, un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia, gli paiono corpi distesi”, neanche con Morfeo trova la pace sperata, “sapendo che, nella notte, la città può andare tutta in fiamme”. “Pavese-Corrado vuole narrare la guerra, anzi, la guerra civile, come idea, come impegno che, per la prima volta, non risparmia le città, la guerra che termina solo per chi muore, la guerra che continua, che è sempre presente, che non cessa con la fine del romanzo, giacché le ultime pagine si soffermano alle soglie dell’ultimo difficile inverno ” (Redazione Virtuale, www.italialibri.net) e vi riecheggiano termini fortemente connotativi … “terrore, fuoco, orgasmo, dolore, orrore”… Egli “chiedeva, in sostanza, un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedeva la pace del mondo, chiedeva la sua … Voleva esser buono per essere salvo”.
Sulle colline è ospite di “due attempate signore di estrazione borghese, l’accollata, ossuta Elvira e la vecchia madre di lei”; la donna più giovane è una materna zitella di mezza età “agitata e lamentosa” che, segretamente innamorata del professore, gli prepara piatti gustosi, lo aspetta con ansia ogni sera, si preoccupa per il rischio che egli corre in città, cerca ogni pretesto per poter parlar con lui chiedendogli notizie della guerra; egli, però, la tratta con indifferenza, quasi con fastidio, cerca di sfuggirle perché non l’ama e si sente oppresso dalle continue attenzioni. Elvira, però, nonostante sia apparentemente debole e incapace di dominare le situazioni, verso la fine del romanzo, quando sarà necessario farlo nascondere per sfuggire ai Fascisti, si rivela sorprendentemente dinamica, diventa coraggiosa, intraprendente, razionale e lo salva. Corrado, intanto, appena può, “accompagnato dall’inseparabile Belbo”, si reca “Alle Fontane”, conquistato dal clima vitale che si respira in quel “covo di “sovversivi”, spiraglio di luce contro la congiuntura nefasta della guerra “che inferocisce, morde più a fondo, giunge ai nervi e nel cervello”; tra le mura dell’osteria gestita dall’anziano Gregorio, si incontrano molti sfollati, giovani e vecchi; si canta, si balla, si trascorrono in piacevole compagnia alcuni momenti della giornata, si parla di politica e delle responsabilità del Fascismo, si ascoltano da Radio Londra gli ultimi bollettini dal fronte, si organizza il movimento partigiano, si nascondono delle armi … Il Docente, sul filo della memoria, riallaccia il dialogo con la donna che egli ha abbandonato ingiustamente otto anni prima per il desiderio di evitare ogni possibile obbligo e di isolarsi nel suo individualistico egoismo. Il primo incontro avviene di notte, la riconosce, malgrado il buio, dalla voce “un poco scabra, provocante, brusca” … “. Cate non è sposata e tale notizia lo turba profondamente … Un tempo “del tipo scalcagnato, inesperto e ignorante ”, ora è forte, determinata antifascista, madre di un ragazzino ed egli prova rimorso per “le assurde villanie di una volta … Vengo con te per stare a letto … e a lei scendevano le lacrime, gli stringeva il braccio come una morsa, sola e umiliata … non aveva saputo difendersi ed è scappata … Egli ha sentito più tardi la vergogna, in seguito, da solo, avrebbe pianto di rabbia, non fosse stata la gioia che lo aveva invaso perché era rimasto libero … E quando ha capito che non sarebbe tornata, il bruciore del suo insulto s’era ormai spento”. Ora, invece, il rapporto tra i due si è rovesciato, è lei che lo vede soffrire e le fa pena nel vederlo tanto smarrito e intimidito. Il narratore si affeziona a Dino, che, nel diminutivo, riecheggia il suo nome, il bambino nel quale trova somiglianze con sé stesso da piccolo tanto da essere combattuto dall’ossimòro concettuale insito nel binomio velatamente contraddittorio in bilico tra il “sospettare” e, insieme, il “vagheggiare” di esserne il padre; avrebbe l’intenzione di occuparsene, dar vita all’uomo e al padre che non è stato, ma si autoconvince che “ci sia stato qualcuno più villano di lui”, senza badare al fatto che, negli ultimi tempi in cui si frequentavano, “lei capitava nel caffè dove egli vedeva gli amici e se ne stava seduta in soggezione”, come chi nascondesse un grande segreto nel cuore …
L’otto settembre 1943 li sorprende con l’annunzio dell’armistizio. La situazione, dopo i primi entusiasmi, precipita, cominciano i rastrellamenti da parte dei Tedeschi, il nascondiglio viene scoperto e tutti vengono deportati, eccetto Corrado, che osserva il tutto “dalla finestra”, e Dino, per la giovane età. Quando, poi, l’adolescente, preso dalla smania dell’azione e dalla “ prospettiva di partecipare alla guerra come un gioco da affrontare con coraggio”, scantona per tentare di unirsi ai partigiani, l’antieroe, incapace di uscire dalla prigione della sua inettitudine, rimane rinchiuso nella “casa in collina”, sintagma in cui il singolare “casa” si codifica come figura di rifugio devitalizzato, metafora del suo tentativo fallito di vivere con e per gli altri. “Il ragazzino scompare nel http:\\/\\/psicolab.neta, come nel http:\\/\\/psicolab.neta si perde la speranza di Corrado” (Redazione Virtuale, www.italialibri.net); “se davvero è arrivato in montagna, nelle ultime settimane sarà finito chi sa dove. Certe bande, si diceva, sconfinavano in Francia” e di lui rimane il ricordo di un bambino che, con l’entusiasmo e gli ideali tipici dei giovani, si unisce, nonostante la sua giovane età, alla lotta partigiana sulle colline, sembra aver ereditato la “spavalda allegria materna, lontana anni luce dalle tonalità malinconiche e già deluse di Corrado irrigidito dalla viltà” (Italo Calvino, Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno 1964) … Il racconto si configura, così, come la drammatica vicenda di chi, incapace di confrontarsi con la realtà, di condividere l’esperienza degli altri nelle responsabilità e nei pericoli, di assumere i propri doveri nel ruolo di amante di Cate, di padre di Dino, di antifascista, conduce un’analisi sofferta e impietosa della propria esclusione. Nelle sue riflessioni si fa strada, intanto, la coscienza che non esistono ragioni storiche sufficienti a giustificare gli orrori della guerra; essa non fa che rendere evidente la debolezza umana e conduce al superamento dell’egoismo; attraverso la scoperta che “ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione” e che, se qualcuno chiedesse cosa sia la guerra civile, “l’escluso dalla vita” non saprebbe cosa rispondere, “forse lo sanno unicamente i morti, soltanto per loro la guerra è finita davvero”.
Scrittore, poeta, critico, saggista e traduttore italiano, Pavese, ne “La casa in collina”, dà vita a una narrativa che non obbedisce alla legge dinamica della variatio, ma a quella statica della ripetizione. Sul piano del linguaggio, attraverso il lungo lavoro di analisi e il prezioso contributo della lezione americana, rifiuta le costruzioni elaborate, utilizzando modi e forme tendenzialmente vicine all’elementarità del discorso parlato con la registrazione di cadenze dialettali, “che” paratattici, anacoluti, paratassi prevalente. Non si tratta, però, della presunta immediatezza del Verga omodiegetico, perché lo scrittore vivifica la prosa inglobando le stesse inflessioni dialettali all’interno di una lingua che è attenta, elegante, di classica dignità e, contemporaneamente attuale, malgrado il passaggio degli anni e delle mode culturali. Il suo dettato, scrupoloso persino nel rispetto dei tratti prosodici, si presenta come lo strumento più adatto per esprimere la propria visione del reale e le problematiche interiori contraddistinguendosi anche attraverso il gioco delle strutture verbali, con il sapiente intrecciarsi di presente-passato prossimo; tale tecnica è particolarmente palese nel ventitreesimo capitolo, l’ultimo, in cui si concentrano gli ultimi sei mesi della vicenda, il tempo, cioè, in cui Corrado, nella casa dei genitori, trasferendo sulla pagina gli eventi di un intero anno, confessa la sua estraneità all’impegno diretto, con un misto di malcelato disappunto nei confronti di sé stesso, della propria incapacità a operare una scelta, di senso di colpa nei confronti di chi è stato capace di assumersi responsabilità e mettere in gioco la propria vita e, tuttavia, un profondo ripudio della violenza, della guerra, di ogni guerra.
Il narratore è, nel corso del romanzo, auto – omodiegetico, l’alter ego dello scrittore, che, attraverso “La casa in collina”, analizza sé stesso, i propri incubi, le proprie paure. Nell’ultimo capitolo, invece, fa capolino un autore eterodiegetico abbandonato a una profonda meditazione sul significato della guerra che “brucia le case, scaccia come lepri di rifugio in rifugio, semina di morti fucilati piazze e strade… di morti senza più colore di parte … per lui guardare certi morti è umiliante perché ogni guerra è una guerra civile”. Si desume, da tali asserzioni, come al posto del morto potrebbe esserci chiunque altro e Corrado in primis, il quale, da spettatore della vita, sta di fronte agli avvenimenti che gli scorrono davanti e lo stesso Belbo, mandato, in avanscoperta, diventa quasi un prolungamento di sé in attesa di una “salvezza” inizialmente codificata nella guerra, “la guerra, ne è certo, potrebbe salvarlo perché lo autorizza a cercare una tana e un orizzonte in grado di placare il sordo rancore che aveva accompagnato la sua gioventù”, più tardi sembra Dino, che lo costringe a confrontarsi con la realtà, “lui solo poteva salvarlo”.
Nelle ultime pagine, Corrado, dopo la permanenza nel convento a Chieri, si avventura in un pericoloso ritorno a casa fra gli orrori, le devastazioni della guerra civile, l’eco dei clamori, i rivoli del sangue sparso, la risonanza degli spari … Troppa gente manca, qualcuno resterà sulle montagne per sempre … Le valutazioni spietate sollecitano a toccare con mano il senso della dignità umana calpestata dall’odio di una parte della popolazione verso l’altra, ma quello del protagonista è, soprattutto, un percorso di dolorosa maturazione interiore che gli fa porre interrogativi sempre più demistificanti … “Se ci si arresta davanti al corpo di un nemico morto, se si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che, anche vinto, il nemico è qualcuno, che bisogna placarlo, dare una voce al sangue sparso? … Perché i Tedeschi non l’hanno catturato? … Perché la salvezza è toccata a lui e non a Gallo, non a Tono, non a Cate … E dei caduti che si fa? Perché sono morti? Deve forse soffrire dell’altro? E’ forse il più inutile e non merita http:\\/\\/psicolab.neta, nemmeno un castigo? Conviene davvero aspettare inermi che il peggio passi per ritrovarsi alla resa dei conti salvi e impotenti? … Essere vivo per caso, quando tanti migliori di lui sono morti, lo soddisfa”?
ECCOLO, tra le righe è ricomparso l’uomo-Pavese, sempre pronto a identificarsi in Corrado e, attraverso di lui, far risalire a galla, con l’immaginazione, i contenuti endocettuali, con tutte quelle emozioni da ritrovare scavando nella vita da lui trascorsa sulle colline piemontesi … è riaffiorato il figlio timido e introverso di Consolina Mesturini strozzato da una madre energica e severa, che non è riuscita a fargli vincere le ansie nei confronti del domani, a farlo interagire con quel mondo estraneo alla sua anima tesa più all’osservazione della realtà che all’azione, a compensarne la fragilità psicologica. CORRADO-PAVESE, a cui “rimane, come unico ultimo confidente sincero, soltanto il grosso cane Belbo”, è davvero “scampato”? … Forse, … ma, due anni dopo la pubblicazione di questo romanzo, l’autore si è suicidato … “E’ sfuggito alle bombe, sfuggito ai Tedeschi”, ma non ha sconfitto il senso di solitudine esistenziale aggravato da rimorsi per le non scelte del passato. NO, non “è scampato” se, all’età di 42 anni, il 27 agosto 1950, “la sua impotenza lo ha schiacciato” (Pavese, Mestiere di vivere: diario 1935-1950) e gli ha fatto anteporre la morte alla vita ; il tema, che aveva fatto capolino nelle sue parole, nei suoi versi, nei suoi romanzi sin dall’adolescenza, si è svelato in tutta la sua drammaticità in due strofe di novenari postumi … “Verrà la morte … Questa morte accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un un vizio assurdo” (Cesare Pavese, Verra’ la morte e avra’ i tuoi occhi, vv. 1-5, Einaudi editore, 1951), “questa morte”, in cui il “verrà'” riecheggia una terrificante profezia nichilistica, gli ha destinato una soluzione alternativa al http:\\/\\/psicolab.neta che lo circondava e gli ha guidato la mano nel lanciare, con le ultime parole trascritte frettolosamente sul frontespizio dei “Dialoghi con Leucò (1947), il suo estremo saluto … “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi”. In tale dichiarazione è manifestamente esclusa ogni esterna responsabilità; se, infatti, le sue condizioni erano diventate ancora più precarie in seguito al fallimentare legame sentimentale con l’attrice americana Constance Dowling conosciuta alla fine del 1949, lo scrittore ha subito precisato che “non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, rivela la propria miseria e la propria infermità potenziale rispetto alla realtà arida che circonda ogni uomo” … SÌ, le numerose cartine di sonnifero ingerite nella stanza dell’albergo “Roma” di Torino lo hanno ucciso, eppure lo spirito di questa prepotente personalità umana e artistica continuerà a segnare l’impronta indelebile di un arco vitale abbracciato con passione, capace di far sentire la necessità di abbattere le pareti, di eternarsi nell’attimo che valga una vita intera.
La pregnanza del romanzo sta tutta nel profondo insegnamento che scaturisce, per i lettori di ogni fascia di età, dalla dicotomia fra chi, nonostante l’amarezza e la malinconia che salgono a galla, decide di stare sempre dalla parte di “chi agisce davvero” e l’ inetto, incapace di scegliere, di operare, di osservare, “così lento ai propositi” (Verlaine, Languer, Ibidem), la vita che gli scorre addosso. Fonso, Nando, Cate …, per i quali “conta quello che si fa, non quello che si dice”, insomma, devono alzare ancora oggi alzare la voce per trasmettere la forza propulsiva necessaria per difendere i propri ideali, rivendicare la propria volontà di autodeterminarsi, schiudere il paesaggio interiore di chiunque si trovi in difficoltà, introiettare l’assioma secondo cui “la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno”…