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Ritorno nella Valle degli Angeli di Francesco Carofiglio

Pavese scriveva che un paese serve almeno per poterlo lasciare, e che significa non essere soli: sapere che in quei luoghi resta qualcosa di proprio, ad aspettare. Vincenzo Lauria, protagonista di questo romanzo, sembra pensarla diversamente: torna al paese d’origine dopo quindici anni, e solo per dovere. Nota di lettura: il testo tocca temi di […]

Psicolab — Ritorno nella Valle degli Angeli di Francesco Carofiglio
Pavese scriveva che un paese serve almeno per poterlo lasciare, e che significa non essere soli: sapere che in quei luoghi resta qualcosa di proprio, ad aspettare. Vincenzo Lauria, protagonista di questo romanzo, sembra pensarla diversamente: torna al paese d’origine dopo quindici anni, e solo per dovere.
Nota di lettura: il testo tocca temi di lutto, perdita e sofferenza psicologica. Se questi argomenti risuonano con un’esperienza personale in corso, può essere utile parlarne con uno psicologo. Articolo divulgativo, con qualche riferimento alla trama ma senza svelarne l’esito.

Il ritorno

Incontriamo il protagonista alla stazione di Foggia, diretto ad Aquilana, il luogo lasciato quindici anni prima. La ragione del viaggio è la morte del padre.

Due dettagli iniziali funzionano come segnali: il cellulare che si rompe e la corrente saltata in paese. Vincenzo si trova così impossibilitato a comunicare con il proprio presente, con Serena, la donna rimasta a New York, ispiratrice del nome che porta.

Grazie a lei e a un percorso terapeutico, cui l’autore accenna più volte, il passato si è in parte ripulito dai sensi di colpa. Non del tutto, però: Vincenzo porta con sé degli ansiolitici, e li usa quando l’estraneità iniziale lascia il posto al rischio di essere sopraffatto dalle emozioni.

Il meccanismo del ritorno

Nel silenzio della casa d’infanzia il passato non può che riaffiorare: il corridoio che conduceva alla stanza dei genitori, i suoni dimenticati delle cicale, i sapori, i paesaggi identici a un tempo, un cielo limpido che per troppi anni non aveva potuto vedere.

Contro tutto questo il sé adulto (costruito, si intuisce, con estrema cura) cerca di difendersi.

È la condizione descritta bene da un’osservazione attribuita a Mandela: tornare in un luogo rimasto immutato è ciò che rivela quanto siamo cambiati. Il paesaggio fermo funziona da termine di paragone, e misura la distanza percorsa.

Quando ricordi e sogni si confondono

Nei pochi giorni sospesi tra l’inizio dell’estate e la festa di San Giovanni, il controllo cede progressivamente: pensieri, ricordi, inquietudini e sogni prendono il sopravvento, fino a confondersi tra loro.

L’autore pone allora una domanda che vale la pena raccogliere: importa davvero se le scene che affiorano appartengano alla realtà o siano immaginate?

Dal punto di vista psicologico la risposta è meno ovvia di quanto sembri. La memoria autobiografica non conserva registrazioni: ricostruisce ogni volta, integrando ciò che si sa, si teme e si desidera. Un ricordo in parte immaginato non è per questo falso rispetto a ciò che quella relazione ha significato.

Le figure

Tornano, con i ricordi, i dolori familiari: richiamati dalla nota osservazione di Tolstoj secondo cui ogni famiglia infelice lo è a modo proprio.

La madre, morta di cancro. Il fratello, scomparso durante l’adolescenza di Vincenzo e con ogni probabilità morto lontano da casa. La nonna Sabella, figura un po’ strana e un po’ magica, ascoltatrice attenta delle storie inventate dal bambino: un’inversione di ruoli che lascia intatta la complicità tra i due.

Tutte scomparse, in cambio di un vuoto nel petto e nello stomaco che il protagonista confesserà solo alla fine.

Il padre

Il rapporto con la figura paterna è quello meno risolto, ed è raccontato con precisione.

Il padre era l’assenza che tornava rumorosamente dalla Germania due volte l’anno, rinnovando ogni volta le stesse attese e le stesse delusioni: il regalo sempre uguale, gli abiti bianchi della festa macchiati, e soprattutto la mancanza di un vero riconoscimento.

Che Vincenzo non arrivi in tempo per il funerale, osserva l’autore, non è casuale. Ed è un’interpretazione psicologicamente plausibile: il ritardo su un appuntamento a cui si è stati a lungo convocati senza essere davvero visti ha una sua logica.

I luoghi prima delle persone

Un’osservazione fine del testo riguarda ciò che scioglie la diffidenza del protagonista.

Non sono le persone di Aquilana (lo zio troppo invecchiato, la moglie troppo giovane) ma i luoghi. È la campagna a riconciliarlo con un tempo che non gli appartiene più.

Ha senso: un luogo non chiede nulla, non giudica l’assenza e non pretende spiegazioni. Consente di riavvicinarsi al proprio passato senza dover contemporaneamente gestire una relazione.

I tre pianti

Il romanzo scandisce il cedimento delle difese attraverso tre momenti di pianto, ed è la struttura emotiva più chiara del libro.

Il primo arriva nella stanza di quindici anni prima, dopo l’ascolto di registrazioni vecchie di vent’anni: un pianto silenzioso. Il secondo prende la forma di singhiozzi disperati. Il terzo, al momento della partenza, è fatto di lacrime di tenerezza, per aver finalmente incontrato il proprio sé bambino.

La progressione descrive con esattezza il decorso di un lutto elaborato: dallo sblocco, alla disperazione, alla tenerezza verso ciò che si è stati.

Un ritorno riconciliatorio

Il romanzo narra un ritorno che non è nostalgico ma riconciliatorio: una pace con il luogo d’origine che deve necessariamente riattraversare il dolore e riaprire ferite dimenticate.

Non a caso il protagonista porta con sé, nel viaggio, anche una ferita fisica al fianco.

L’esito non è il ritorno a casa nel senso convenzionale. Vincenzo può tornare da Serena con un amore più adulto, e non importa se ad Aquilana non tornerà più: resterà la cicatrice, sul fianco e nell’anima, a ricordargli l’importanza di origini che (anche quando sono sofferte) vale la pena rievocare.

Domande frequenti

Di cosa parla Ritorno nella valle degli angeli?

Del ritorno di Vincenzo Lauria al paese d’origine, lasciato quindici anni prima, in occasione della morte del padre. Nei pochi giorni della permanenza il passato familiare riaffiora e le difese costruite cedono progressivamente.

Perché il romanzo insiste sulla confusione tra ricordi e sogni?

Perché la memoria autobiografica non conserva registrazioni ma ricostruisce ogni volta, integrando ciò che si sa e si teme. Un ricordo in parte immaginato non è falso rispetto a ciò che quella relazione ha significato.

Perché sono i luoghi, e non le persone, a riconciliare il protagonista?

Perché un luogo non giudica l’assenza né pretende spiegazioni: permette di riavvicinarsi al proprio passato senza dover contemporaneamente gestire una relazione presente.

Che significato hanno i tre pianti?

Scandiscono il cedimento delle difese e descrivono il decorso di un lutto elaborato: dal pianto silenzioso che sblocca, ai singhiozzi disperati, alle lacrime di tenerezza verso il proprio sé bambino.

Il romanzo di Francesco Carofiglio racconta un ritorno che non è nostalgico ma riconciliatorio, e per esserlo deve riattraversare il dolore. Il protagonista torna al paese lasciato quindici anni prima per la morte di un padre che era stato soprattutto un’assenza rumorosa, senza vero riconoscimento. La struttura emotiva più efficace è quella dei tre pianti (silenzioso, disperato, infine tenero verso il proprio sé bambino) che ricalca il decorso di un lutto elaborato. E l’osservazione più fine riguarda ciò che scioglie la diffidenza: non le persone ma i luoghi, perché un luogo non giudica l’assenza né chiede spiegazioni.
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