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Libertà e Paralisi

I personaggi di Samuel Beckett sono quasi sempre immobili, o stanno per diventarlo. Eppure non sono marionette: sono liberi. È questo il paradosso al centro della sua opera. Beckett non muove i fili delle sue creature come un burattinaio, ma le rinchiude in labirinti sempre più privi di senso e osserva come reagiscono. E la […]

Psicolab — Libertà e Paralisi
I personaggi di Samuel Beckett sono quasi sempre immobili, o stanno per diventarlo. Eppure non sono marionette: sono liberi. È questo il paradosso al centro della sua opera. Beckett non muove i fili delle sue creature come un burattinaio, ma le rinchiude in labirinti sempre più privi di senso e osserva come reagiscono. E la scoperta è vertiginosa, anche sul piano psicologico: il massimo della libertà può coincidere con il massimo della paralisi.

Personaggi liberi, non fantocci

Qual è il rapporto che Beckett instaura tra i suoi personaggi e i contesti in cui si muovono? Una cosa è certa: i protagonisti delle sue opere non sono fantocci. Ognuno di loro è, in qualche modo, libero di muoversi a piacimento all’interno del mondo che l’autore gli ha disegnato attorno.

L’affermazione può sembrare azzardata, dato che quasi tutti i personaggi beckettiani sono pressoché immobili. Ma la tendenza alla stasi, alla paralisi, non va letta come un connotato intrinseco: è piuttosto una scelta che essi compiono in rapporto alle condizioni in cui si trovano. Gli eroi di Beckett sono tali perché i loro pensieri e comportamenti non derivano da un narratore onnisciente che ha soffiato in loro una ragione d’essere definita una volta per tutte. Sono sottoposti al dinamismo del tempo e dello spazio, costretti a fare scelte cercando una logica, a parlare e raccontarsi per costruirsi quella logica quando manca. In una parola, sono autonomi.

Il maligno scienziato e i suoi labirinti

Beckett, dunque, non agisce come un burattinaio, ma come un “maligno scienziato” che costruisce scenari intricatissimi e labirinti cosparsi di segni vuoti. Dentro questi labirinti, sempre più impossibili e privi di senso, rinchiude personaggi veri e liberi, e si limita a osservare come reagiscono.

Il punto cruciale è che la riduzione, la contrazione, non viene quasi mai applicata direttamente al personaggio, ma a tutto ciò che lo circonda. È il contesto a subire le contrazioni; l’agente che vi si trova dentro semplicemente lotta, scalcia, cerca una via d’uscita. Alla fine diventa consapevole dell’impossibilità di uscire dal labirinto, capisce che non ci sono “pezzi di formaggio” da trovare. E allora smette di scalciare e cerca la stasi. Ma la cerca lui: la paralisi è una sua conclusione, non una condanna imposta dall’esterno.

Dal concreto all’astratto

Non è difficile individuare, lungo l’intera opera di Beckett, questa politica della contrazione del contesto, che porta dal concreto all’astratto, dalla luminosità del particolare al grigiore dell’indistinto.

Le città dei primi romanzi sono già quasi indefinibili: si riconoscono a malapena i contorni di una città irlandese, i riferimenti sono pochi e più simili a esche che a punti di orientamento. Nei romanzi della trilogia il contesto si fa ancora più confuso, fatto di regioni indistinte, campi, canali, strade che si ripetono fino a far perdere l’orientamento. I personaggi successivi vivono in veri e propri “non luoghi”, spazi ambigui prodotti dalla loro mente, dove i paesaggi si trasformano e si sovrappongono senza soluzione di continuità. Lo stesso destino tocca al teatro: dall’albero spoglio di “Aspettando Godot” si passa a scenari sempre più desolati e astratti, fino a spazi puramente concettuali.

La morsa della libertà

Qui emerge il nodo centrale. Un contesto debole, da un lato, rende più liberi gli attori che vi si muovono; dall’altro, rende loro più difficile agire, per la scarsità di riferimenti a disposizione. I personaggi beckettiani sono schiacciati in questa morsa.

La loro natura di clochard, di emarginati, nasce proprio dall’eccessiva libertà di chi non agisce mai tramite automatismi sociali. L’ordine costituito, la legge, quando compaiono, rappresentano solo un ostacolo, un “buco di senso”. Il concetto di normalità sociale è loro completamente alieno: sono fuori dal mondo nella misura in cui il mondo parla una lingua che non capiscono.

Non qualunquisti, ma filosofi

Attenzione, però: non sono qualunquisti. Al contrario, sono dei filosofi. Il loro modo di stare al mondo ricorda gli arrovellamenti del pensiero critico, che tutto mette in discussione, molto più dell’ottusità di chi vive nell’indistinzione. In un regno dominato dall’opaco e dall’indeterminato, ogni atto perde la sua valenza di giusto o sbagliato; ogni metro per misurare la realtà subisce le dilatazioni e le contrazioni della realtà stessa.

Quando ogni passo avanti è un passo indietro

L’impasse a cui tutti i personaggi lentamente arrivano è la paralisi di chi non riesce ad agire perché ogni passo avanti equivale a un passo indietro. Viene a mancare quella che potremmo chiamare la “psicologia popolare”, o l’abitudine: non c’è nessun universo di significati condivisi con cui ordinare e indirizzare i propri comportamenti e valori.

È un punto che ha una risonanza psicologica profonda. Noi ci muoviamo nel mondo grazie a una fitta rete di significati condivisi, che ci permette di dare risposte quasi automatiche alle domande di ogni giorno. Priviamo un individuo di quella “gabbia semiotica” e ogni domanda ne genera altre, all’infinito, senza mai una risposta. Ed è proprio questo il destino dei personaggi beckettiani: senza risposte, non c’è azione. Il massimo della libertà coincide con il massimo della paralisi.

Domande frequenti

Perché i personaggi di Beckett sono immobili ma “liberi”?

Perché la loro stasi non è imposta dall’autore, ma è una scelta a cui arrivano. Beckett non li muove come marionette: costruisce attorno a loro labirinti senza senso e li lascia liberi di reagire. La paralisi è la conclusione a cui giungono di fronte all’impossibilità di uscirne.

Cosa significa la “contrazione del contesto”?

È la tecnica per cui Beckett riduce e svuota non i personaggi, ma il mondo attorno a loro: dai luoghi concreti dei primi romanzi ai “non luoghi” astratti delle opere successive. Meno riferimenti ha il contesto, più i personaggi sono liberi ma anche incapaci di agire.

Perché la libertà porta alla paralisi?

Perché ci orientiamo grazie a una rete di significati condivisi che rende automatiche le nostre scelte. Privati di questa “gabbia semiotica”, i personaggi beckettiani si trovano davanti a domande che generano solo altre domande: senza risposte condivise, ogni passo avanti equivale a un passo indietro, e l’azione si blocca.

I personaggi beckettiani sono nichilisti?

Non esattamente. L’autore li descrive più come filosofi che come qualunquisti: il loro stare al mondo somiglia al pensiero critico che mette tutto in discussione, non all’indifferenza. La loro paralisi nasce da un eccesso di interrogazione, non da mancanza di pensiero.

Nell’opera di Beckett la stasi dei personaggi non è una condanna imposta, ma una scelta: l’autore non li muove come marionette, ma li rinchiude in labirinti sempre più astratti e osserva come reagiscono. Questa “contrazione del contesto” li rende insieme liberissimi e incapaci di agire, perché viene a mancare la rete di significati condivisi che di solito rende automatiche le nostre scelte. Ne emerge un’intuizione psicologica potente: senza un universo di senso comune, ogni domanda genera solo altre domande, e il massimo della libertà finisce per coincidere con il massimo della paralisi.
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