fbpx

Mente

Libertà e Paralisi

Qual è il rapporto che Beckett istaura fra i suoi personaggi e i contesti in cui si muovono?
Una cosa è certa: i personaggi narranti d’ogni opera dello scrittore dublinese non sono dei fantocci. Non lo sono nella misura in cui ognuno di loro è in qualche modo libero di muoversi a piacimento, all’interno del mondo che il suo autore gli ha disegnato intorno.
Questa affermazione, potrebbe risultare forse azzardata, considerato il fatto che quasi tutti i personaggi beckettiani sono pressoché immobili, o lo stanno per diventare. Dobbiamo però considerare la tendenza alla stasi, alla paralisi, non come un connotato intrinseco dei personaggi, ma come una scelta che essi fanno in rapporto alle condizioni in cui si muovono. Tutti gli eroi beckettiani, sono tali nella misura in cui i loro comportamenti, i loro pensieri, non derivano direttamente da un narratore onnisciente, che vi ha soffiato dentro la loro ragione d’essere una volta per sempre. Sono cioè tutti sottoposti al dinamismo forsennato del tempo e dello spazio, si trovano nella necessità di fare delle scelte basandosi su una qualche logica, si trovano a parlare e raccontarsi per costruirsi una logica quando questa manca. In altre parole: sono autonomi, liberi.
Beckett non agisce come un burattinaio che muove i fili delle sue marionette, ma come un maligno scienziato, che costruisce intricatissimi scenari e labirinti, cosparsi di segni vuoti. All’interno di questi labirinti, sempre più impossibili, sempre più senza senso, rinchiude i suoi personaggi, veri, autonomi, liberi, e si limita ad osservare come reagiscono. La riduzione, la contrazione, non viene quasi mai direttamente applicata al personaggio, ma sistematicamente a tutto ciò che lo circonda. È il contesto a subire le contrazioni, l’agente che vi si trova all’interno, semplicemente lotta, scalcia, cerca una via di uscita. Alla fine, diventa consapevole dell’impossibilità di uscire dal labirinto, di smetterla di girare intorno, capisce che non ci sono pezzi di formaggio da trovare. Quindi, smette di scalciare e cerca la stasi. Ma la cerca lui.
Non è difficile individuare nell’arco dell’epopea letteraria di Beckett, questa politica della contrazione del contesto, che lo porta dal concreto all’astratto, dalla luminosità del particolare al grigiore dell’indistinto, da ambienti fortemente connotati ad altri quasi inesistenti. Infatti, le città in cui si muovono i personaggi dei primi romanzi, come Murphy, Belacqua o Watt, sono quasi indefinibili. Si riconoscono a malapena i contorni di una città irlandese, gli accenni toponomastici sono quasi inesistenti; ogni tanto saltano fuori dei punti di riferimento, ma sono più simboli lasciati come esca dal narratore, che fari per orientarsi: il mattatoio, i cessi pubblici. Anche i vigili urbani, che ogni tanto compaiono, sono ostili ai nostri vagabondi, non lasciano nessuna informazione utile.
Nei romanzi della trilogia, il contesto si fa ancora più confuso: Molloy/Moran vagano nella indistinta regione di Bally, nella contea di Balliba; ci sono campi, canali, fossi, boschi, strade, biciclette, vigili, qualche strada cittadina leggermente affollata; il tutto si ripete fino allo stremo, fino a perdere l’orientamento. I loro successori, Malone, L’innominabile e i loro luogotenenti, vivono in dei “non luoghi” quasi completamente privi di connotazione, spazi ambigui prodotti dalla loro mente; i paesaggi si trasformano e si sovrappongono senza soluzione di continuità: città, poi montagna, poi mare, vie, nessun connotato. Lo stesso destino per le opere teatrali: da Aspettando Godot, in cui compare solo un albero spoglio, si passa al deserto di Finale di Partita e di Giorni Felici,fino ad arrivare al fango di Com’è e al cilindro astratto de Lo Spopolatore.
Facciamo un passo indietro. Poco sopra abbiamo evidenziato come un contesto debole, da una parte, rende maggiormente liberi gli attori che vi si muovono all’interno mentre, dall’altra, gli rende più difficile l’azione a causa dei pochi riferimenti contestuali che hanno a disposizione. I personaggi beckettiani sono schiacciati in questa morsa. La loro natura di clochard, di emarginati, nasce dall’eccessiva libertà di chi non agisce mai tramite automatismi sociali. L’ordine costituito, la legge, quando compare come nota di sottofondo, rappresenta solo un ostacolo, un buco di senso. Il concetto di normalità sociale gli è completamente alieno. Loro sono fuori dal mondo nella misura in cui il mondo parla una lingua che loro non capiscono.
Attenzione però, essi non sono dei qualunquisti, al contrario, sono dei filosofi. Il loro modo di stare al mondo ricorda molto più da vicino gli arrovellamenti del pensiero critico, che tutto mette in discussione, piuttosto che l’ottusità di chi vive nell’indistinzione. In un regno dove domina l’opaco, il poco chiaro, l’indeterminato, ogni atto perde la sua valenza di giusto e sbagliato; ogni metro utilizzato per misurare la realtà, subisce le dilatazioni e le contrazioni di quest’ultima. L’impasse, la paralisi, a cui lentamente tutti i personaggi arrivano, è la paralisi di
chi non riesce ad agire perché ogni passo avanti equivale ad un passo indietro. La psicologia popolare o l’abitudine, se si vuole usare un termine beckettiano, viene a mancare. Non c’è, per i vari Molloy, Watt e altri Malone, nessun universo di significati condivisi con cui ordinare e indirizzare i propri comportamenti e valori. Nessuna gabbia semiotica che permetta di trovare risposte automatiche alle domande di tutti i giorni. Le domande, generano altre domande, e altre ancora.
Nessuna risposta. Nessun azione. Il massimo della libertà, coincide con il massimo della paralisi.

Staff

Staff

Aggiungi commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.