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L’Ecologia del Paesaggio

Breve Estratto

“Paesaggio”, per Valerio Romani (1994), rimane un termine polisemico la cui disamina lemmografica si presta a ricognizioni etimologiche convogliabili sostanzialmente nelle premesse di due opposte scuole di pensiero.
La prima accezione di Paesaggio almanaccabile dall’uso disciplinare, la più diffusa storicamente e maggiormente penetrata nel lessico tecnico italiano, è quella estetico-percettiva, incastonata colla nozione soggettiva del bello ed imbrigliata alla percezione visiva del fenomenico.
La seconda accezione approda alla sponda eco-geografica, non prima di aver ordinato le istanze dell’ecologia, analizzata e scomposta nelle discipline del suo seno per risintetizzarsi a livello di oloecologia, quando fa propria la nozione delle componenti viventi alla dimensione globale, paesistica, metrica superiore di organizzazione spontanea del Paesaggio.
E’ l’Ecologia del Paesaggio, che rigetta la concezione estetico-percettiva dello spazio e s’identifica nella corrente scientifica che, con orgoglio, s’incarna al “Paesaggio come processo evolutivo della biosfera, i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”.
Nel nostro Paese la concezione scientifica di Paesaggio stenta a decollare, opposta al consenso della definizione estetica. E ciò per una serie di circostanze che possono essere ricondotte ai sentimenti ed alle suggestioni che l’Arte sa suscitare negli uomini, dilagando nei salotti culturali italiani di ogni epoca. Nel 1892, il PORENA, parla ad esempio di “Paesaggio come aspetto complesso di un Paese, in quanto commuove il nostro sentimento estetico”; ed il RICCI, nel 1905, di “Paesaggio come insieme di bellezze naturali connesse alla letteratura, all’arte, alla storia”. Ed ancora, nell’edizione del 1900 dell’ENCICLOPEDIA TRECCANI: “Paesaggio come pittoresca ed estetica disposizione di linee, forme e colori”; HELLPACH (1960): “il Paesaggio é l’espressione sensibile dettata nell’uomo da una parte della superficie terrestre, insieme alla porzione di cielo che la sovrasta…l’elemento principale del Paesaggio é l’immagine, non la sua natura fisico-chimica”.
Ed è in quest’ultima affermazione che si compendia drasticamente la frattura tra concezione percettiva ed interpretazione scientifico-ecologica.
La concezione psicologica nega un’esistenza reale al Paesaggio ed il terreno di coltura su cui per anni ha allignato tale convinzione è stato, in Italia, nutrito dall’assenza di osmosi coi Paesi d’oltralpe, dall’imperante deserto informativo e d’opinione, dall’ambiguità e dalla vaghezza dei propositi accademici di seducenti discipline (e cattedre) quali “Assetto del Paesaggio”, “Progettazione del Paesaggio”, “Pianificazione ecologia del Paesaggio”, ecc., oltre che dal rifiuto, tutto latino, di liberare l’abito mentale dall’impostazione artistica del percetto Paesaggio.
La scuola estetica-fenomenica é peraltro presente anche altrove, ma in condizioni, se non di subalternità, di indifferente equidistanza. Non è un caso che la definizione oggi correntemente accolta fa breccia solo nel 1986 e per merito di autori americani e francesi (FORMAN-GODRON): “un Paesaggio é una parte eterogenea di una regione, composta da un’aggregazione di ecosistemi interagenti che si ripete in ogni punto con forme simili”.
Il Paesaggio vuole dunque divenire REALTA’, insieme di “oggetti”, tutte le cose del mondo, indipendentemente che abbiano o meno una qualsiasi relazione con noi. Non più un’immagine, un’informazione visiva, una percezione. Cos’é dunque Paesaggio? “Lo studio visivo, percettivo-culturale ed estetico del Paesaggio NON E’ lo studio del Paesaggio”, forse lo studio dell’ambiente visivo dell’uomo.
Il Paesaggio é “l’insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l’ecosfera, considerati nella loro struttura unitaria e differenziata, ecologico-sistemica e dinamica”.
Il testé enunciato sembra, a tutta prima, arido ed anonimo, mentre invece nasce dalla necessità di sbaragliare generiche locuzioni con cui “natura” vorrebbe arrogarsi il sinonimo di “ambiente esterno”, annichilire la speciosa identificazione fra ambiente e mondo esterno, sbarazzarsi dell’estraneità del paradigma uomo/natura ed infierisce legiferando che “dato un Paesaggio P ed un Soggetto S interno ad esso, definiremo ambiente relativo ad S, l’insieme degli elementi e dei processi appartenenti a P con i quali il soggetto S intrattiene una o più relazioni determinabili, nonché l’insieme delle relazioni stesse”.
L’ambiente è quindi redarguito come inappellabilmente RELAZIONALE, dipendente dal soggetto, ed è REALE, costituito di “oggetti”.
Ma cosa genera il Paesaggio?
I processi generatori del Paesaggio possono essere: a) naturali, b) antropici fisici, c) antropici culturali. Si tratta di “matrici paesistiche”. Il Paesaggio è classificabile solo per livelli o gradi di eterogeneità; se si classifica il Paesaggio per livelli di omogeneità, si introduce un concetto estraneo alla natura. Occorre pervenire al concetto di “unità paesistica”, assemblato come “insieme di elementi diversi ma tipici di un Paesaggio, configurazione di sintesi della più vasta configurazione generale”, nella quale si possono trovare tutti gli oggetti del Paesaggio. Fa capolino il denso concetto di CAOS, permettendosi di lambire lo sviluppo che dei sistemi aperti e dissipativi, quali quelli ecologici, dà il filosofo e matematico Prigogine.
Con un monito: la Pianificazione paesistica deve configurarsi come un probabilismo controllato, piuttosto che la ricerca miope di assetti fissi, mirando all’efficacia globale del piano piuttosto che ai singoli elementi costitutivi.
Più filosofia, dunque, e meno tecnicismo.

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