Psicologia Sociale e del Comportamento

Le Tre Zone della Mente di Murphy

In uno dei suoi primi romanzi, Samuel Beckett dedica un intero capitolo a descrivere la mente del protagonista come una sfera cava, divisa in tre zone: luce, penombra e oscurità. È una delle mappe letterarie più affascinanti della vita interiore, e un modo sorprendente per riflettere su significato, contemplazione e dissoluzione del sé. Murphy e […]

Psicolab — Le Tre Zone della Mente di Murphy
In uno dei suoi primi romanzi, Samuel Beckett dedica un intero capitolo a descrivere la mente del protagonista come una sfera cava, divisa in tre zone: luce, penombra e oscurità. È una delle mappe letterarie più affascinanti della vita interiore, e un modo sorprendente per riflettere su significato, contemplazione e dissoluzione del sé.

Murphy e la sua mente

Il romanzo Murphy, pubblicato a Londra nel 1938, segna la maturità di Samuel Beckett, ormai lontano dalle sperimentazioni linguistiche di ispirazione joyciana delle prime opere. Il protagonista, Murphy, è un uomo dedito all’ozio, che cerca momenti di pace per legarsi nudo alla propria sedia a dondolo e abbandonarsi alle peregrinazioni della mente. Antenato di tutti i personaggi che animeranno l’opera beckettiana, Murphy è l’occasione per una descrizione della mente che spiega (con evidente ironia verso la letteratura realista e le sue minuziose descrizioni) il suo comportamento bizzarro.

Beckett immagina questa mente come una grande sfera cava, chiusa ermeticamente all’universo esterno. Non un impoverimento, però: nulla di ciò che esiste “fuori” manca al suo interno, in potenza o in atto. La parte in atto è percepita in alto e in piena luce, quella in potenza in basso, degradante verso l’oscurità. Per accedere a questi mondi interiori Murphy ha bisogno di una lunga preparazione: escludere la percezione del mondo esterno, così da non “inquinare” i tesori racchiusi dentro di sé. Solo allora trova le sue tre zone.

La prima zona: la luce e il significato

Il primo mondo è collocato in alto, immerso nella luce. Qui Murphy dispone di tutto il materiale accumulato nella sua esperienza fisica, ma reso straordinariamente malleabile. È il padrone incontrastato del significato degli eventi: ne determina il corso e la direzione, come un direttore d’orchestra che dispone di pupazzi docili alla sua volontà.

Il piacere di questa zona è quello della rivincita: ciò che nel mondo fisico è stato subìto, qui viene rovesciato e “corretto” nella direzione desiderata. Il fallimento reale diventa un successo eclatante. È il mondo della narrazione e della costruzione di senso, in cui è ancora necessario un Sé (un punto di vista, un aggregato di intenzioni e desideri) che smonta e rimonta a piacimento i significati attribuiti alle cose. È il possibile inteso come libero gioco dei significati, il piacere del soggetto narrante finalmente affrancato dalla morsa dell’attuale.

La seconda zona: la penombra e la contemplazione

Il secondo mondo, di penombra, fa da spartiacque agli altri due. È costituito da forme senza paralleli, un sistema privo di collegamenti con il mondo fisico. Qui il piacere è la pura contemplazione: esistono solo enti svincolati dal loro significato, e il soggetto si libera dalla fatica di interpretare i segni.

A prima vista questa dimensione appare mutilata, ma non è il possibile a essere incompleto: è il soggetto, come coscienza che attribuisce senso, a farsi da parte. Resta un osservatore che non crea significato, perché il significato non serve. La libertà, qui, non è del soggetto ma del reale, che si mostra per come è, senza essere deformato dalla coscienza. È il mondo estetico per eccellenza, dove (con un rimando alla figura dantesca di Belacqua, l’emblema dell’ozio e del ripiegamento su di sé) l’essenza delle cose passa attraverso l’abolizione del senso.

La terza zona: l’oscurità e la dissoluzione

La terza zona, in basso e avvolta nell’oscurità, è radicalmente diversa dalle prime due. Se quelle si muovevano nell’ambito del possibile, questa lo supera, sconfinando in una dimensione extratemporale: un eterno fluire di forme che si congiungono e si disgregano, in un continuo farsi e disfarsi in cui passato e futuro si fondono nel presente. Un teatro senza spettatori né registi, dove tutto è implicato nel movimento incessante.

Qui Murphy scompare: non è più libero, è la libertà. Se la prima zona permetteva il gioco dei significati e la seconda aboliva la coscienza significante, la terza segna la scomparsa del soggetto nella sua totalità. Viene meno la possibilità stessa di percepirsi come “altro”: ciò che sparisce è la persona, ciò che affiora è, per usare un’immagine, la musica dell’essere. È questa la zona-meta di Beckett, quella a cui aspireranno tutti i suoi personaggi.

Uno scacco inevitabile

Dietro questo viaggio dal significato alla dissoluzione, però, si nasconde uno scacco. L’uomo non potrà mai godere fino in fondo del proprio annullamento: la “mutilazione” è percorribile solo fino a un certo punto, perché l’esserci pone un limite invalicabile al non-esserci-più. Non a caso la struttura tripartita richiama i tre regni della Divina Commedia, di cui Beckett subisce l’influsso, ma rovesciandone il senso: al posto della beatitudine e della sofferenza eterne c’è l’eterna ripetizione, in mondi ripuliti da ogni simbolismo etico o religioso.

I personaggi beckettiani restano intrappolati in questi mondi, scavando faticosamente la strada verso il proprio dissolvimento. Murphy è solo il primo di una lunga serie di figure che intraprenderanno il cammino dell’erosione, ciascuna burattino del proprio successore, ciascuna con il peso di una meta che non potrà mai raggiungere.

Domande frequenti

Quali sono le tre zone della mente di Murphy?

La luce, in alto, è il mondo del significato e della narrazione, dove il soggetto rovescia a piacimento l’esperienza reale. La penombra è quello della contemplazione, dove il senso è abolito. L’oscurità, in basso, è la dissoluzione del soggetto in un eterno fluire di forme.

Cosa rappresenta la terza zona?

Rappresenta la scomparsa totale del soggetto: non più libertà “di” qualcuno, ma libertà assoluta in cui la persona si dissolve. È la dimensione-meta di Beckett, extratemporale, fatta solo di forme che si creano e si distruggono senza principio né direzione.

Che rapporto c’è con Dante?

La struttura tripartita richiama i tre regni della Divina Commedia, di cui Beckett riprende spesso l’impianto. Ma ne rovescia il significato: al posto della beatitudine e della sofferenza eterne c’è l’eterna ripetizione, in mondi ripuliti da ogni simbolismo etico o religioso.

Perché il viaggio di Murphy è uno “scacco”?

Perché l’uomo non può godere fino in fondo del proprio annullamento. La riduzione del sé è percorribile solo fino a un limite: l’esserci pone un confine invalicabile al non-esserci-più. È il peso che tutti i personaggi di Beckett portano con sé: una meta irraggiungibile.

In Murphy (1938) Beckett descrive la mente del protagonista come una sfera cava divisa in tre zone. La luce è il mondo del significato e della narrazione, dove Murphy rovescia a piacimento l’esperienza fisica e ne è padrone. La penombra è la contemplazione pura, dove il senso è abolito e il reale si mostra per come è. L’oscurità è la dissoluzione del soggetto in un eterno fluire di forme: Murphy scompare e diventa la libertà stessa. La struttura richiama i tre regni danteschi, ma rovesciati nell’eterna ripetizione. Dietro il viaggio verso l’annullamento resta però uno scacco: l’esserci pone un limite invalicabile. Una mappa letteraria affascinante per riflettere su significato, contemplazione e identità.
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