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Mente

Le Tre Zone della Mente di Murphy

Per nostra sventura, è giunto in questa storia il momento di provare a dare un senso all’espressione “la mente di Murphy”. Fortunatamente non siamo costretti ad occuparci di tale apparato così come era nella realtà, che sarebbe quantomeno stravagante e impertinente, ma semplicemente di come esso stesso si percepiva e figurava. (S. BECKETT, Murphy, Einaudi, Torino 2003)
 
Così comincia il sesto capitolo di uno dei primi romanzi di Beckett. Il romanzo in questione è Murphy, che viene pubblicato nel 1938 a Londra, mentre il suo autore si era da poco trasferito da Dublino a Parigi. Inizialmente redatto in lingua inglese, il romanzo verrà poi tradotto in francese dieci anni più tardi. Quest’opera segna la raggiunta maturità dell’autore, da poco allontanatosi dalle sperimentazioni linguistiche joiciane, che avevano caratterizzato le sue prime opere.
 
Il personaggio principale del libro, Murphy, antecedente di tutti gli altri personaggi che animeranno tutti i romanzi e tutte le opere teatrali, è un fanhttp:\\/\\/psicolab.netone per “amor intellectualis quo Murphy se ipsum amat”. Dedito all’ozio, Murphy ricerca spesso dei momenti di pace, per potersi spogliare e legare sulla sua sedia a dondolo, dedicandosi completamente alla sua mente e alle peregrinazioni in essa. Nel capitolo in questione, Beckett architetta una descrizione della mente di Murphy, al fine di spiegare come funziona e rendere più comprensibile il suo bizzarro comportamento. Va tenuto conto che l’autore, attraverso la tecnica narrativa che utilizza nel libro, si diverte non poco a prendersi gioco della letteratura realista e del suo puntiglio per le descrizioni minuziose dei personaggi.
 
L’autore tenta di descrivere la mente del protagonista, figurandosela per come Murphy se la figurava, “ovvero come una grande sfera cava, chiusa ermeticamente all’universo circostante. Ciò non costituiva un impoverimento dal momento che http:\\/\\/psicolab.neta veniva escluso che non fosse già contenuto in se stessa. Niente era mai stato, o era, o sarebbe accaduto nell’universo che le era esterno, che non fosse già presente, vuoi in potenza, vuoi in atto, vuoi in atto declinante verso la potenza, vuoi in potenza emergente verso l’atto, nell’universo che le era interno”.
 
Ciò che era in atto e ciò che era in potenza veniva percepito da Murphy come diviso dall’alto verso il basso, ovvero “la parte in atto come fosse al di sopra e in piena luce, quella in potenza come in basso e degradante verso l’oscurità, senza che ciò avesse una qualsivoglia connessione con lo yo-yo etico.” Qui Inizia una lunga dissertazione in chiave cartesiana del rapporto che intercorreva fra la mente e il corpo di Murphy, che si perde nel tentativo di localizzare il modo e il punto attraverso il quale questi due enti comunicassero fra di loro. (Oltre al Realismo, Beckett si divertiva a farsi sberleffi della filosofia di Cartesio).
 
Quello che interessa è racchiuso nelle poche righe con cui Beckett descrive le tre zone che Murphy percepiva all’interno della sua mente. Il vagabondare all’interno di queste tre zone, provocava in Murphy un profondo piacere e un grande senso di libertà, e la sua possibilità di accederci richiedeva una lunga preparazione: era necessario escludere il mondo esterno e la sua percezione, per poter godere a pieno degli universi presenti al suo interno. Nudo, legato con dei lacci alla sua sedia a dondolo, Murpy si scioglieva dentro il lento movimento di questa, la sua coscienza si faceva più lenta e “a mano a mano che sprofondava nel corpo, si sentiva rinascere nella mente, per muoversi fra i suoi tesori in libertà. Il corpo ha le sue scorte, la mente i suoi tesori”.
 
È con questa iniziale diminuzione che Murphy/Beckett inizia il suo vagabondaggio all’interno del possibile, che lo porterà dal significato alla sua negazione, dal verosimile al vero, dalla libertà di esserci a quella dell’essere. Diminuzione che si premura di lasciar fuori il reale inteso come attualità della percezione, nel tentativo di non inquinare i tesori racchiusi nella mente. “Lì trovava le tre zone, luce, penombra e oscurità ciascuna con le sue caratteristiche.” Questa suddivisione tripartitica, richiama in maniera abbastanza evidente i tre mondi del pellegrinaggio dantesco nell’oltremondano. Beckett subisce fortemente l’influsso della Divina Commedia, riutilizzandone molto spesso la struttura. A differenza di Dante però, Beckett esplora mondi totalmente ripuliti da qualsiasi simbolismo etico o religioso, rovesciando l’eterna beatitudine e l’eterna sofferenza in eterna ripetizione.
 
Vediamo adesso le differenti caratteristiche di questi mondi mentali e del rapporto che Murphy vi instaura. Il primo mondo della mente di Murphy, viene localizzato in alto e immerso nella luce. Qui “risiedevano le forme che avevano paralleli, un radioso compendio della vitaccia da cani, gli elementi dell’esperienza fisica riutilizzabili alla bisogna.” In questa zona Murphy, dispone di tutto il materiale esperienziale che ha accumulato nella sua vita fisica. Questo materiale però, a differenza del mondo abitato dal Murphy fisico, è estremamente malleabile. Qui è il padrone incontrastato del significato degli eventi, ne determina il corso e la direzione. Come un direttore di orchestra, Murphy/Beckett è libero in questa terra di creare i suoi pupazzi e le sue cose, consapevole che essi rimarranno docili sotto la sua volontà. Al contrario dell’esperienza fisica, dove le intenzioni non bastano a piegare il reale alle esigenze del soggetto che si trova al suo interno, qui tutto è possibile e per questo, molto piacevole.
 
“Qui il piacere consisteva in una rappresaglia, nel piacere cioè di invertire l’esperienza fisica. Qui la pedata patita dal Murphy fisico, la infliggeva il Murphy mentale. Risultava essere la stessa pedata ma corretta nella sua direzione. Qui i negozianti erano disposti a farsi spennare, la signorina Carridge a farsi violentare da Ticklepenny, e via così. Qui il fiasco completo nel mondo fisico diveniva un eclatante successo.”
 
Questo è il mondo del significato, è il luogo della narrazione e della costruzione di senso. In questa terrà è ancora necessario un Sé, inteso come complesso aggregato di istanze, intenzioni e desideri, è necessario soprattutto un punto di vista; un master che gioca con i materiali della sua esperienza, smontandoli e rimontandoli a piacimento. In realtà il materiale del gioco sono solo i significati che il soggetto attribuisce alle cose e agli eventi, sono i nessi che li legano fra loro, è l’intricata fabula con cui ogni narratore si cimenta nel difficile compito di dare senso alla propria realtà. Questo mondo abita il possibile come libero gioco dei significati. Il piacere è quello del soggetto narrante, finalmente libero dalla stringente morsa dell’attuale.
 
Il secondo mondo, è contraddistinto dalla penombra e fa da spartiacque agli altri due. Esso è costituito dalle “forme senza paralleli. Qui il piacere era contemplazione. Era un sistema privo di collegamenti con l’altro mondo, sicché non aveva bisogno di corrispettivi in quello. Qui aveva luogo lo stato di grazia Belacqua, ed altri un po’ meno meticolosi.” È il mondo estetico per antonomasia. Una terra in cui esistono solo enti completamente svincolati dal loro significato. Qui non esistono segni e se esistono non c’è nessun bisogno di interpretarli. Il soggetto diventa pura contemplazione, libero dall’estrema fatica della significazione. Ogni parallelo con il mondo fisico è abolito; è una terra senza domande, e per questo senza una necessità di trovare risposte. La fatica del senso, della sua costruzione sono rimandati all’infinito. Il reale non si manifesta sotto il suo aspetto caotico e incomprensibile perché la coscienza intenzionante e unificatrice non ha materiale a cui appigliarsi. Per la prima volta in questo romanzo si cita la figura dantesca di Belacqua, dannato che abita l’antipurgatorio degli ignavi. Questa figura è molto cara a Beckett perché rappresenta l’istanza dell’ozio, della beatitudine e della stasi, del ripiegamento su se stessi.
 
A prima vista, questo possibile appare mutilato. In realtà non è il possibile ad esserlo, ma il soggetto, è la sua presenza come coscienza significante che viene a mancare. Il soggetto è presente in qualità di mero osservatore. Ma la sua è un’osservazione che non è in grado di creare senso, perchè esso non esiste. La libertà della seconda zona di cui parla Murphy è costitutivamente diversa dalla prima. Qui la libertà non è del soggetto ma del reale. È quest’ultimo che si svincola dal significato, permettendo al soggetto che ne fruisce di liberarsi dalla morsa della significazione. Quella morsa che lo costringe alla narrazione. La realtà si manifesta per come è realmente, non deturpata dalla coscienza poietica. L’essenza del reale passa attraverso l’abolizione del senso.
 
“In entrambe queste zone del suo mondo privato Murphy si sentiva sovrano e libero, nella prima di rendere ciò che gli era stato dato, nell’altro di muoversi a suo piacimento da una beatitudine senza paralleli a un’altra. Non vi era alcuna iniziativa concorrente.”
 
La terza zona, quella in basso e avvolta nell’oscurità è costitutivamente diversa dalle prime due. Se infatti, i primi due mondi si muovevano nell’ambito del possibile, questa in qualche modo lo supera, strabordando in una dimensione extratemporale, o meglio, in una dimensione contraddistinta solo dall’eterno fluire dell’essere nel non-essere, e viceversa. Essa era “un fluire di forme, che si congiungevano e si disgregavano”. In questa continuità di creazione e distruzione, il presente si configura come il teatro in cui il passato e il futuro si fondono. Ma in questo teatro non ci sono spettatori né registi, tutti sono implicati nell’eterno farsi e disfarsi delle cose.
 
“ La luce conteneva elementi docili a una nuova molteplicità, il mondo del corpo ridotto in pezzi minuti come un giocattolo. La penombra, stati di pace. Ma l’oscurità, né elementi né stati, solo le forme in divenire, e quelle che si sbriciolavano in frammenti per un ulteriore divenire, senza amore né odio né alcun intelligibile principio di mutamento. Qui egli non era altro che tumulto e forme pure d’un tumulto. Qui non era libero, ma un pulviscolo nell’oscurità della libertà assoluta. Qui non si muoveva, restando solo un punto nell’incessabile,
indeterminabile generazione e corruzione delle linee.”
 
Murphy scompare, non è più libero. È la libertà. Se la prima zona permetteva il libero gioco dei nessi di significazione e la seconda aboliva la coscienza come ente significante, la terza zona segna la scomparsa del soggetto nella sua totalità. Qui viene a mancare il soggetto come ente percepito/percipiente: quello che salta, insieme al tempo, è la possibilità di percepirsi come qualcosa di “altro”, quello che scompare è la persona, quello che sale in superficie è la musica dell’essere. Questa è la zona-meta di Murphy/Beckett, questa sarà la zona che tutti i personaggi beckettiani ambiranno a raggiungere.
 
In tal modo, nel mentre il corpo lo librava via, via più libero nella mente, egli trascorreva sempre meno tempo nella luce, a sputare sui frangenti del mondo; e meno nella penombra, dove la scelta degli stati di grazia era pur sempre uno sforzo; e sempre, ulteriormente sempre di più nell’oscurità, nell’abulia, un pulviscolo nella sua libertà assoluta.”
 
Ma dietro il viaggio che conduce dal significato alla musica dell’essere si nasconde uno scacco. Lo scacco dell’uomo che non potrà mai godere del suo anhttp:\\/\\/psicolab.netamento. La necessità della mutilazione può essere percorribile fino ad un certo punto, tutto può essere ridotto, ma l’esserci segna il limite al non-esserci-più.
 
I personaggi beckettiani sono intrappolati in questi mondi e lentamente scavano con fatica la strada verso il loro dissolvimento. Murphy è solo il primo prototipo di una lunga trafila di eroi che intraprenderanno la strada dell’erosione. Ognuno di essi si scoprirà burattino del suo successore, creato ad hoc dai recessi della mente di un entità narrante. Ognuno di essi si porta dietro il peso della sconfitta, di avere una meta e non potere raggiungerla.

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