La competitività si gioca sull’immateriale
Nelle economie avanzate, la competitività non può più seguire le regole del passato. Prodotti, servizi, macchinari e modalità di lavoro sono ormai simili in ogni parte del mondo. Per questo non è più possibile affidarsi soltanto alla logica di “processo“. La vera differenza si gioca su fattori immateriali, difficili da gestire con un approccio puramente gestionale: competenza, cultura, creatività, velocità di reazione ai cambiamenti, flessibilità.
Sono tutte qualità intrinsecamente legate alle persone. Ma il punto decisivo è che oggi non basta la singola idea geniale: ciò che conta è l’intelligenza collettiva presente in ogni organizzazione. È incredibile quante energie creative contenga un gruppo di lavoro, e quanto spesso queste restino compresse e inutilizzate da un approccio gerarchico e dirigistico. Rompere questo schema, contando sulla capacità delle persone, è la sfida centrale.
Comunità di interessi e comunità aziendali
L’esplosione dei social network ha mostrato la potenza delle comunità online. Ma è importante non confondere due realtà diverse. Una comunità di interessi (come quelle nate spontaneamente sul web) è fine a se stessa: esistenza e scopo coincidono. Una comunità aziendale, invece, è finalizzata al raggiungimento di obiettivi esterni: fatturato, efficienza, qualità, riduzione dei tempi, capacità di fare team.
Trasporre in azienda gli stessi meccanismi dei social network generalisti, o limitarsi ad aprire un blog aziendale o una wiki pretendendo che diventino da soli la base della conoscenza dell’impresa, significa ripetere l’errore dei primi “siti vetrina”. Anche un ambiente che incoraggia trasparenza, condivisione e coesione ha comunque degli obiettivi da raggiungere. Per questo, anche per le piattaforme social aziendali, la misura resta l’incremento di efficienza e il ritorno sull’investimento.
Il “terzo tempo” del lavoro
Uno studio ha analizzato come impieghiamo la giornata lavorativa nei contesti avanzati. In sintesi: circa il 20% del tempo è dedicato a leggere e raccogliere dati, il 40% a svolgere il proprio compito vero e proprio, e il restante 40% alle attività di relazione, riunioni, conversazioni con i colleghi, posta, spostamenti, coordinamento con chi lavora altrove, persino la pausa caffè.
Il primo 20% e il secondo 40% sono ben coperti dalle applicazioni gestionali, che anzi puntano ad accorciare questi tempi per aumentare l’efficienza. Ma il restante (più di un terzo della vita lavorativa, con la tendenza a espandersi) è privo di un supporto organico capace di trasformarlo in valore. È proprio qui che si inseriscono le piattaforme social: nell’area delle relazioni, altrimenti dispersa.
Trasformare la dispersione in valore
La forza di queste piattaforme è ricondurre a sintesi ciò che normalmente va perduto. Possono costruire cultura aziendale attraverso la somma di piccoli contributi, generare competenza valorizzando ricerche individuali che resterebbero personali, e creare memoria e best practice con l’accumularsi di esperienze reali in wiki e blog.
Basti pensare a quanto tempo, nelle riunioni, viene speso solo per allineare e informare i partecipanti, discutere e formarsi un’opinione condivisa: lasciando poco spazio alla decisione vera e propria. Ridurre questa dispersione dà la misura della potenza di una piattaforma di social enterprise. Un esempio per contrasto: in molte aziende si è provato a introdurre rigidi sistemi di pianificazione delle attività, salvo abbandonarli presto. Non funzionano, perché ogni attività impatta con il fattore umano, che non si lascia rinchiudere in un task o in una milestone. Avere il coraggio di destrutturare, parallelizzare e contare sul problem solving del gruppo dà vantaggi che nessuna pianificazione minuziosa potrà mai offrire.
Quale ritorno sull’investimento?
Nessun investimento di successo è privo di un ritorno misurabile nel tempo. Le piattaforme social aziendali intervengono proprio dove i sistemi gestionali tradizionali non arrivano: creano valore a partire da attività considerate marginali o non codificate, coinvolgono le persone e ridistribuiscono il sapere a livello di gruppo. Il loro valore, inoltre, cresce con l’uso, sedimentando e stratificando una vera e propria coscienza collettiva.
Non esiste una formula matematica universale per calcolarne il ritorno, ma settore per settore, obiettivo per obiettivo, è possibile misurare risparmi e benefici. Ignorare questo aspetto ridurrebbe l’Enterprise 2.0 a un’operazione di pura immagine, cosa che non è: le previsioni di crescita per questo segmento sono elevate. La vera scommessa è portare a valore l’intelligenza collettiva, dando identità e senso della prospettiva al lavoro di ciascuno all’interno di uno scopo comune.
Domande frequenti
Cosa sono le piattaforme Enterprise 2.0?
Sono strumenti social pensati per le aziende, come wiki e blog interni, che valorizzano l’intelligenza collettiva dell’organizzazione. A differenza dei social generalisti, sono finalizzate a obiettivi concreti come efficienza, qualità e capacità di fare team.
Che differenza c’è tra una comunità di interessi e una aziendale?
Una comunità di interessi è fine a se stessa: esistenza e scopo coincidono. Una comunità aziendale è invece orientata a obiettivi esterni, come fatturato ed efficienza. Trasporre in azienda i meccanismi dei social generalisti senza questa consapevolezza è un errore.
Dove intervengono queste piattaforme?
Nell’area delle “attività di relazione”, che occupa circa il 40% del tempo di lavoro ed è priva di supporto organico. Le piattaforme social trasformano in valore ciò che altrimenti va disperso: cultura aziendale, competenze, memoria e best practice.
Come si misura il ritorno di questi strumenti?
Non esiste una formula universale, ma settore per settore e obiettivo per obiettivo si possono misurare risparmi e benefici. Il valore cresce con l’uso, sedimentando conoscenza collettiva. Ignorare la misurazione ridurrebbe l’Enterprise 2.0 a pura immagine.
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