Tre grandi interpretazioni
Le tesi psicoanalitiche sull’uso di droga variano a seconda dei singoli autori, ma si possono ricondurre a tre ideologie di fondo:
- l’uso di droghe come segno di un attaccamento alla fase orale dello sviluppo psicologico (Freud, Abraham, Clark, Bergeret);
- l’uso di droghe come sintomo di problemi clinici appartenenti alla classe delle psicosi (Lacan);
- l’assuefazione alle droghe come fenomeno paragonabile al destino dell’oggetto transizionale (Winnicott).
Molti studiosi si sono dedicati al tema, considerando la tossicodipendenza una delle manifestazioni sintomatiche della società del Novecento. Va premesso che si tratta di ipotesi interpretative storiche, elaborate in epoche diverse: la dipendenza è oggi compresa come un fenomeno complesso, con basi neurobiologiche, psicologiche e sociali, e va affrontata con percorsi clinici specifici.
La fase orale dello sviluppo
La tesi dell’uso di droghe come segno di attaccamento alla prima fase orale dello sviluppo è condivisa da molti analisti, e il suo promotore è Sigmund Freud. L’idea centrale è che la psicopatologia dell’alcolismo sia una fissazione alla fase orale, in stretta connessione con la masturbazione infantile. L’alcol rappresenterebbe un sostituto dell’oggetto sessuale, divenendo per il bevitore un “oggetto ideale”. Nell’opera freudiana non esiste un saggio specifico sulla tossicomania, ma sono rintracciabili numerose indicazioni teorico-cliniche che fanno da base a una possibile lettura del fenomeno.
Freud e la cocaina: un capitolo da storicizzare
Nel 1884 Freud pubblica “Sulla coca”, il primo di quattro scritti dedicati alla cocaina, in cui, secondo le conoscenze e i limiti dell’epoca, ne elogiava gli effetti euforici e le presunte proprietà terapeutiche, per esempio nella disassuefazione dalla morfina. Le crescenti critiche dei colleghi lo indussero ad abbandonare queste ricerche. È un episodio che oggi va letto in chiave rigorosamente storica: quelle valutazioni riflettono uno stadio primitivo della conoscenza scientifica, del tutto superato, e non hanno alcun valore di indicazione clinica attuale.
Più rilevanti, sul piano teorico, sono gli scritti successivi. Freud giunge a concepire la masturbazione come l’abitudine di cui alcol, morfina e tabacco sarebbero i sostituti, così che tossicomania e alcolismo costituirebbero varianti dell’onanismo. Colloca l’intossicazione da alcol tra le cause capaci di scatenare l’attacco isterico, mette la propensione al bere in relazione con un rafforzamento della zona erogena labiale, ed evidenzia la funzione disinibente dell’alcol. Infine, sposta l’attenzione sul rapporto tra il bevitore e il suo “oggetto”, il vino, paragonandolo alla relazione tra l’innamorato e l’amata.
Abraham e Clark
Karl Abraham riprende da Freud lo studio dell’alcolismo e della sua relazione con le componenti perverse della sessualità: l’assunzione di alcol favorirebbe l’emergere di componenti rimosse e di impulsi latenti. Clark, invece, si sofferma sui fattori di regressione presenti nelle tossicomanie, individuando alcune caratteristiche ricorrenti nei tossicomani e negli alcolisti:
- la presenza di uno stato depressivo;
- tendenze narcisistiche;
- la propensione a ristabilire un’identificazione primaria con la madre.
Droga e psicosi: la lettura di Lacan
Jacques Lacan introduce, a proposito delle psicosi, il concetto di olofrase. Nell’olofrase il soggetto resta “incatenato” all’Altro. Nel caso delle droghe, il soggetto è legato in modo olofrasico all'”Altro-droga”, e al posto del sintomo subentra la dipendenza dalla sostanza.
La differenza è cruciale. Il sintomo, in senso psicoanalitico, è qualcosa che ha subìto la rimozione e si ripresenta in forma cifrata, enigmatica, da decifrare. La sostanza, al contrario, non assume per il soggetto un valore enigmatico: si impone con evidenza, senza rinviare a un significato nascosto. Lacan definisce questa identificazione come tratto unario: attraverso la sostanza, il tossicomane tenta di porsi come “Uno” contro l’Altro, di “unanizzarsi”. La dipendenza, in questa prospettiva, non apre la dimensione della mancanza, ma quella della rottura.
L’assuefazione e l’oggetto transizionale: Winnicott
Nel testo “Gioco e realtà”, nella parte dedicata agli oggetti e ai fenomeni transizionali, Donald Winnicott propone un paragone tra l’assuefazione alla droga e il destino dell’oggetto transizionale.
L’oggetto transizionale, in un primo momento, assume per il bambino un’importanza maggiore di quanta ne spetterebbe a un semplice oggetto-gioco: è una difesa contro l’angoscia. Con il tempo, però, viene lentamente relegato in una sorta di “limbo”, perdendo il suo ruolo. Secondo Winnicott, l’assuefazione alla droga seguirebbe meccanismi simili: la sostanza ricopre il ruolo dell’oggetto transizionale, riceve importanza e significato, ma poi, come l’oggetto transizionale, tende a perdere la propria efficacia. Un parallelo che restituisce alla dipendenza una radice profonda, legata ai primi tentativi infantili di fronteggiare l’angoscia.
Domande frequenti
Come interpreta la psicoanalisi l’uso di droghe?
Con letture diverse riconducibili a tre filoni: l’attaccamento alla fase orale dello sviluppo (Freud, Abraham, Clark), il legame con la psicosi (Lacan) e l’analogia con l’oggetto transizionale dell’infanzia (Winnicott). Sono ipotesi interpretative storiche, non teorie unitarie.
Cosa pensava Freud dell’alcolismo?
Lo considerava una fissazione alla fase orale dello sviluppo, connessa alla masturbazione infantile, con l’alcol come sostituto dell’oggetto sessuale. Tossicomania e alcolismo sarebbero, in questa lettura, varianti dell’onanismo. Sono concetti teorici legati al quadro psicoanalitico dell’epoca.
Cosa intende Lacan con “olofrase”?
È il concetto per cui il soggetto resta “incatenato” all’Altro. Nelle droghe, il legame è con l'”Altro-droga”: al posto del sintomo, che è enigmatico e da decifrare, subentra la dipendenza dalla sostanza, che si impone con evidenza senza rinviare a un significato nascosto.
Perché Winnicott paragona la droga all’oggetto transizionale?
Perché entrambi funzionano come difesa contro l’angoscia: ricevono un’importanza superiore al loro valore reale, per poi perderla nel tempo. La sostanza, come l’oggetto transizionale del bambino, viene inizialmente investita di significato e poi tende a perdere efficacia.
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