Solitudine e isolamento non coincidono
La distinzione è la premessa di tutto il resto.
L’isolamento è una condizione oggettiva: pochi contatti, poca frequenza. La solitudine è la discrepanza percepita fra le relazioni che si hanno e quelle che si vorrebbero.
Le due cose correlano debolmente: si può essere soli senza sentirsi soli, e sentirsi soli avendo molte relazioni.
Ne segue che gli interventi basati sull’aumento dei contatti (più occasioni sociali, più attività) funzionano sull’isolamento e poco sulla solitudine. È uno degli errori più frequenti, anche nelle politiche pubbliche.
Va aggiunto che la solitudine si distingue ulteriormente per tipo: quella intima, legata all’assenza di un legame stretto, e quella sociale, legata all’assenza di appartenenza a un gruppo. Rispondono a bisogni diversi e non si sostituiscono a vicenda.
Perché si può essere soli in una relazione
Alcuni meccanismi sono documentati.
L’assenza di reciprocità nella conoscenza: si è presenti l’uno all’altro senza che ciascuno sappia cosa l’altro sta effettivamente attraversando.
La mancata risposta ai momenti positivi: il modo in cui un partner accoglie una buona notizia predice la soddisfazione relazionale quanto e più della gestione dei conflitti, ed è la componente meno considerata.
L’invalidazione ripetuta: sentirsi dire, anche gentilmente, che ciò che si prova è eccessivo o sbagliato. È forse la via più diretta alla solitudine dentro una relazione.
E la presenza senza attenzione: stare nello stesso spazio con l’attenzione altrove è una condizione oggi ordinaria, e la sola presenza visibile di un dispositivo durante una conversazione si associa a una qualità percepita inferiore dello scambio.
Cosa mantiene la solitudine
Il meccanismo più utile da conoscere è che si autoalimenta.
La solitudine prolungata si associa a una maggiore attenzione alle minacce sociali: si notano di più i segnali di rifiuto e si interpretano come ostili i comportamenti ambigui.
Questo produce comportamenti più guardinghi, che generano negli altri risposte di distanza, che confermano l’aspettativa iniziale.
Ne segue l’indicazione più solida dell’area: gli interventi con maggiore efficacia sulla solitudine sono quelli che agiscono sui pensieri disadattivi (le interpretazioni automatiche dei comportamenti altrui) più di quelli che aumentano le occasioni sociali o insegnano abilità.
Va aggiunto un dato sulla salute che dà la misura del problema: la solitudine e l’isolamento sono associati alla mortalità con effetti paragonabili a quelli di fattori di rischio ampiamente riconosciuti.
Cosa si può fare
- Verificare le proprie interpretazioni anziché agire su di esse: chiedere, anziché dedurre.
- Nelle relazioni esistenti, curare la risposta ai momenti positivi, non solo la gestione dei conflitti.
- Praticare la validazione: riconoscere che l’esperienza dell’altro ha una sua logica, che è cosa diversa dall’essere d’accordo.
- Distinguere quale solitudine si sta vivendo: intima o sociale, perché richiedono risposte diverse.
- Considerare che una relazione può essere buona e non sufficiente: attendersi che una sola persona copra ogni bisogno relazionale è un’aspettativa recente e difficile da soddisfare.
- E chiedere aiuto se la condizione persiste: è una difficoltà comune, non un fallimento personale, e su di essa esistono interventi che funzionano.
Domande frequenti
Che differenza c’e fra solitudine e isolamento?
L’isolamento e oggettivo, la solitudine e la discrepanza percepita fra le relazioni che si hanno e quelle desiderate. Correlano debolmente.
Perche aumentare i contatti spesso non basta?
Perche agisce sull’isolamento e non sulla percezione. Gli interventi piu efficaci sulla solitudine lavorano sulle interpretazioni dei comportamenti altrui.
Come si puo essere soli in una relazione?
Per assenza di reciproca conoscenza, mancata risposta ai momenti positivi, invalidazione ripetuta e presenza senza attenzione.
La solitudine incide sulla salute?
Si: e associata alla mortalita con effetti paragonabili a quelli di fattori di rischio ampiamente riconosciuti.
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