Il Sé come racconto: la lezione di Bruner
Per Bruner l’identità non è un dato che precede la narrazione, ma qualcosa che la narrazione contribuisce a creare. Il Sé costruisce narrativamente la propria identità: nel momento in cui scegliamo da dove iniziare il racconto, quali episodi legare, quale svolta considerare decisiva, stiamo già dando forma a chi siamo. Il passato raccontato diventa così rilevante per il presente e per il futuro di chi lo scrive, perché stabilisce che tipo di storia stiamo vivendo e quali sviluppi le sono coerenti.
Secondo Bruner l’atto di scrittura rappresenta lo sforzo interpretativo di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto, di poter trovare e costruire la propria identità. In quanto tale, esso trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito possa essere. Non si tratta di una metafora letteraria: chi scrive di sé compie le stesse operazioni di un autore, seleziona, ordina, attribuisce cause, decide cosa merita di essere detto. E queste operazioni non lasciano intatta la materia su cui lavorano.
A che cosa serve raccontarsi
Il racconto di sé assolve funzioni psichiche diverse, che spesso convivono nella stessa pagina.
Confermare e sostenere l’autostima
Il racconto tende a soddisfare il bisogno di benessere e stabilità del Sé, confermando la propria autostima e cercando di mantenerla salda con strategie capaci di rendere positive le percezioni che gli altri hanno di noi. È una funzione che va riconosciuta senza scandalo: l’autobiografia non è un verbale, ed è normale che chi scrive si presenti sotto una luce sostenibile. Il lavoro terapeutico non consiste nello smascherare questa tendenza, ma nel renderla visibile a chi scrive.
Dare parola a ciò che la coscienza fatica ad accettare
Nella scrittura c’è inoltre il tentativo di dare spazio a vissuti interiori che la coscienza non sempre accetta in pieno. La trama degli eventi rappresenta una complessa risposta a un’emozione: la verbalizzazione di una rete di vissuti che diventa elaborazione psichica, un modo per portare a coscienza temi e contenuti che altrimenti soccomberebbero alla rimozione. Quello che non riesce a essere detto trova a volte una via obliqua nel modo in cui la storia viene costruita, in un dettaglio che ritorna, in un’ellissi che si ripete.
Prendere distanza e contenere l’emozione
Allo stesso tempo è presente la ricerca di un distanziamento, di un controllo delle emozioni attraverso parole che le contengano e che fungano da protezione. Mettere in frase un’esperienza dolorosa significa darle confini: un inizio, una fine, un ordine. La pagina regge ciò che la mente da sola faticava a sostenere, e la stessa emozione, una volta nominata, occupa uno spazio più definito e meno invadente.
Collocarsi in un mondo condiviso
Nel momento in cui i nostri atti autobiografici ci collocano culturalmente, essi servono anche a individuarci. Attraverso la scrittura di sé ci situiamo in un mondo culturale simbolico, ci identifichiamo con una famiglia, con una comunità e, indirettamente, con una cultura più ampia, che ci aiuta a definire meglio il nostro senso di identità. Raccontarsi è insieme un gesto di appartenenza e un gesto di distinzione: diciamo a quale storia collettiva apparteniamo e, dentro quella, quale storia è soltanto nostra.
Verità narrativa e verità storica
Nella terapia la verità assoluta non è importante: lo è molto di più quella narrativa, che permette di cogliere la verità del paziente e quindi di arrivare al vero problema. La distinzione è cruciale e viene spesso fraintesa. Non significa che i fatti siano indifferenti, né che qualunque versione valga l’altra. Significa che ciò che cura non è la ricostruzione forense di un episodio, ma il senso che quell’episodio ha assunto nell’economia psichica di chi lo ha vissuto.
Un ricordo d’infanzia può essere impreciso nei dettagli e insieme perfettamente esatto nel dire quale posto quel bambino sentiva di occupare nella sua famiglia. Il clinico che si affannasse a correggere la cronologia perderebbe proprio l’informazione che conta. La verità narrativa è la forma in cui il paziente rende disponibile il proprio problema, ed è da lì che il lavoro comincia.
La scrittura autobiografica nella pratica clinica ed educativa
Dalla riflessione teorica discendono usi molto concreti. In ambito clinico la scrittura di sé viene proposta come strumento accanto al colloquio, non in sostituzione: il paziente scrive tra una seduta e l’altra, e il testo diventa materiale su cui lavorare insieme. Ciò che si osserva non è solo il contenuto, ma la forma. Quali episodi vengono scelti, quali tempi verbali dominano, chi ha voce nel racconto e chi resta muto, dove il testo accelera e dove si arresta.
In ambito educativo e nella formazione degli adulti la pratica autobiografica ha una lunga tradizione, soprattutto italiana: in questo filone il raccontarsi è inteso come cura di sé nel senso pieno, esercizio di consapevolezza e non intervento su una patologia. Nei percorsi con persone anziane, per esempio, la scrittura di memoria restituisce continuità a una biografia che il tempo ha frammentato; nei gruppi di formazione professionale, ripercorrere il proprio itinerario aiuta a riconoscere le scelte implicite che lo hanno guidato.
Restano alcune cautele. La scrittura di sé riapre esperienze dolorose e non è per definizione un gesto innocuo: proposta senza un contesto che la accolga, o in fasi di scompenso, può amplificare la sofferenza invece di elaborarla. Il presupposto perché diventi cura è che qualcuno, il terapeuta, il conduttore, in certi casi il gruppo, sia disposto a leggere e a rispondere.
Domande frequenti
Perché Bruner considera la scrittura di sé un atto di autorialità?
Perché chi scrive la propria storia compie le operazioni tipiche di un autore: seleziona gli episodi, li ordina, attribuisce cause e significati. In questo modo non si limita a registrare la propria esistenza, ma la costruisce, riconoscendosi autore e non solo personaggio.
Che differenza c’è tra verità narrativa e verità storica?
La verità storica riguarda l’esattezza dei fatti; la verità narrativa riguarda il senso che quei fatti hanno per chi li racconta. In terapia conta soprattutto la seconda, perché è attraverso di essa che si arriva al problema reale del paziente.
Scrivere di sé aiuta davvero a stare meglio?
La scrittura può favorire l’elaborazione psichica: nomina emozioni, le contiene, porta a coscienza contenuti che tendevano alla rimozione. Non è però un rimedio automatico. La sua efficacia dipende dal momento in cui viene proposta e dalla presenza di un contesto che accolga ciò che emerge.
L’autobiografia terapeutica deve essere sincera fino in fondo?
Il racconto tende naturalmente a proteggere l’autostima di chi scrive, ed è un movimento inevitabile. Ciò che interessa in terapia non è correggerlo, ma renderlo osservabile: capire che cosa quel bisogno di presentarsi in un certo modo dice della persona.
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