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L’autobiografia come cura di sé

Breve Estratto

Lo studioso che più si è occupato dell’autobiografia in ambito terapeutico è Jerome Bruner, secondo il quale la scrittura di sé permette di riconoscersi autori della propria esistenza
Il Sé contribuisce a creare narrativamente la propria identità: il passato raccontato è rilevante per il presente e il futuro di chi lo scrive.
Il racconto tende a soddisfare il bisogno di benessere e stabilità del Sé per confermare la propria autostima cercando di mantenerla salda con strategie capaci di rendere positive le percezioni che gli altri hanno di noi.
Vi è inoltre il tentativo di dare spazio, attraverso la scrittura, a vissuti interiori che la coscienza non sempre accetta in pieno.
La trama degli eventi rappresenta infatti una complessa risposta ad un’emozione, la verbalizzazione di una rete di vissuti che diventa elaborazione psichica, un modo per portare a coscienza temi e contenuti che altrimenti soccomberebbero alla rimozione. Allo stesso tempo è presente la ricerca di un distanziamento, di controllo di emozioni attraverso le parole che le contengano e che fungano da protezione.
Secondo Bruner l’atto di scrittura rappresenta lo sforzo interpretativo di un soggetto mosso dalla necessità di dare un senso a ciò che è accaduto, di poter trovare e costruire la propria identità e, come tale, esso trasforma la vita in un testo, per quanto implicito o esplicito possa essere.
Nella terapia, la verità assoluta non è importante, lo è molto di più quella narrativa che permette di cogliere la verità del paziente e quindi di arrivare al vero problema.
Nel momento in cui i nostri atti autobiografici ci collocano culturalmente, essi servono anche a individuarci: attraverso essa collochiamo noi stessi in un mondo culturale simbolico, ci identifichiamo con una famiglia, con una comunità e, indirettamente, con una cultura più ampia che ci aiuta a meglio definire il nostro senso di identità.

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