Psicologia Sociale e del Comportamento

L’Aut-Aut del Paesaggio

Esiste un solo modo di guardare un paesaggio? Prendendo spunto dal celebre “aut-aut” del filosofo Søren Kierkegaard, possiamo distinguere due sguardi opposti: quello estetico, che vive nell’istante e nell’immagine, e quello etico, che cerca senso, identità e verità. Una distinzione filosofica che, oltre al paesaggio, illumina un tema profondamente psicologico: come scegliamo di stare al […]

Psicolab — L’Aut-Aut del Paesaggio
Esiste un solo modo di guardare un paesaggio? Prendendo spunto dal celebre “aut-aut” del filosofo Søren Kierkegaard, possiamo distinguere due sguardi opposti: quello estetico, che vive nell’istante e nell’immagine, e quello etico, che cerca senso, identità e verità. Una distinzione filosofica che, oltre al paesaggio, illumina un tema profondamente psicologico: come scegliamo di stare al mondo.

Una domanda apparentemente astratta

Se il paesaggio, nella sua accezione più ampia, è tutto ciò che esiste, ha ancora senso distinguere tra un paesaggio e un altro? E soprattutto: cosa cerchiamo quando lo guardiamo? Da un lato c’è la pretesa estetica, che vede il paesaggio come un insieme di forme, linee, luci e colori capaci di suscitare emozioni. Dall’altro c’è l’idea che esista un contenuto paesaggistico, dotato di significato, funzione e materialità.

Questa ambivalenza, invece di essere appianata con compromessi di comodo, può essere radicalizzata per comprenderla meglio. Ripristinare alcuni confini concettuali (tra soggetto e oggetto, tra forma e contenuto, tra senso estetico e senso etico) aiuta a capire qualcosa non solo del paesaggio, ma del nostro modo di rapportarci alla realtà.

La lezione di Kierkegaard

Per esplorare questa tensione è illuminante ricorrere all’opera di Søren Kierkegaard, e in particolare alla sua analisi del rapporto tra etica ed estetica. Per il filosofo danese, conoscere qualcosa non significa conoscere un semplice oggetto, ma incontrare un “tu”, una singolarità che si pone di fronte a un’altra singolarità. È il gioco dialogico dell’io di fronte al tu, opposto all’astrazione livellante di un sapere che tratta tutto come intercambiabile.

Applicata al paesaggio, questa prospettiva suggerisce l’idea di un paesaggio dotato di qualità non sostituibili. Così come nell’Umanesimo il soggetto è degno nella sua unicità, un paesaggio “etico” non ignora le differenze e resiste all’omogeneizzazione, dove ogni forma rischia di diventare merce interscambiabile. Il paesaggio etico non falsifica il mondo; il paesaggio estetico, invece, si limita a metterlo in scena.

L’esteta vive solo nell’istante

Il cuore della riflessione kierkegaardiana è la figura dell’esteta, colui che vive solo nell’istante. Per l’esteta non esiste un prima e un poi: ogni momento vale in sé, come pura autorivelazione, come prodotto emotivo colto in un attimo. Allo stesso modo, lo “sguardo estetico” sul paesaggio coglie le differenze (ogni scorcio, ogni giardino, ogni prospettiva è una bellezza diversa dalle altre) ma finisce paradossalmente in una totale indifferenza.

Perché? Perché se ogni cosa vale in quanto bella, allora tutto diventa equivalente: una vista vale l’altra, un giardino vale l’altro. L’esteta apprezza tutte le alternative, le sfoglia come un catalogo, ma proprio per questo, in fondo, non sceglie davvero nulla. Sceglie l’equivalente del contesto, seguendo le sue coordinate, e finisce per essere “scelto” dalle circostanze anziché sceglierle. È una condizione che, dal punto di vista psicologico, richiama una forma di dispersione e di svuotamento del sé.

Il rischio dell’estetizzazione

Kierkegaard coglie, nel meccanismo estetico, una dimensione inquieta e angosciante. L’estetizzazione del paesaggio, in questa lettura, equivale a un’estetizzazione dell’esistenza: la riduzione della vita a immagine patinata, immediatamente consumabile. È un tema di grande attualità, in un’epoca in cui tendiamo a fotografare e consumare i luoghi più che a viverli.

Lo sguardo puramente estetico “veste” le differenze, ma si risolve nell’indifferenza; ogni paesaggio diventa un tutto isolato, incomparabile e non relazionabile. È come una cornice vuota in cui l’osservatore viene a rispecchiarsi narcisisticamente, senza mai incontrare davvero l’altro da sé. In questo senso, lo sguardo estetico rischia di essere una forma di soppressione dell’io: ci si perde nell’istante, senza costruire continuità né identità.

Lo sguardo etico: sii vero, sii te stesso

A questa dispersione, lo sguardo etico oppone un imperativo diverso: sii vero, sii te stesso. Il paesaggio etico è identico a se stesso, fedele alla propria verità nel tempo, e non si “offre” indistintamente. Non è una piatta coordinata spazio-temporale, ma una produzione mediata, razionale, dotata di senso: antropologica, funzionale, ecologica.

La differenza è quella tra chi si sottrae alla ragione e al linguaggio per vivere “senza dovere”, e chi invece assume la responsabilità di scegliere e di dare senso. Trasferita alla nostra esperienza, questa distinzione ci parla di due modi di stare al mondo: uno che insegue l’istante e la bellezza consumabile, l’altro che cerca continuità, identità e verità. Riconoscere questa tensione (nel paesaggio come nella vita) è un invito a non ridurre l’esistenza a una collezione di immagini, ma a viverla con profondità e coerenza.

Domande frequenti

Cosa significa “aut-aut” applicato al paesaggio?

Riprende la distinzione di Kierkegaard tra una prospettiva estetica e una etica. Applicata al paesaggio, contrappone uno sguardo che coglie solo la bellezza dell’istante a uno che cerca senso, identità e verità. È un “o l’uno o l’altro”, non una terza via mediata.

Chi è l'”esteta” secondo Kierkegaard?

È colui che vive solo nell’istante, apprezzando ogni momento per la sua bellezza. Ma poiché tutto diventa equivalente, finisce nell’indifferenza e non sceglie davvero nulla. È una figura che richiama una forma di dispersione e svuotamento del sé.

Cos’è l’estetizzazione dell’esistenza?

È la riduzione della vita, e del paesaggio, a immagine patinata e immediatamente consumabile. Un tema attuale nell’epoca in cui tendiamo a fotografare e consumare i luoghi più che a viverli davvero, rischiando di perdere profondità e senso.

Cosa distingue lo sguardo etico?

L’imperativo “sii vero, sii te stesso”: la fedeltà alla verità nel tempo, l’assunzione di responsabilità e la ricerca di senso. Contrappone alla dispersione dell’istante una continuità di identità, sia nel modo di guardare il paesaggio sia nel modo di vivere.

Ispirandosi all'”aut-aut” di Kierkegaard, possiamo distinguere due sguardi opposti sul paesaggio e, più in generale, sull’esistenza. Lo sguardo estetico vive solo nell’istante: coglie la bellezza di ogni momento ma, rendendo tutto equivalente, finisce nell’indifferenza e nella dispersione del sé. È il rischio dell’estetizzazione dell’esistenza, la riduzione della vita a immagine consumabile. Lo sguardo etico, al contrario, cerca senso, identità e verità, secondo l’imperativo “sii vero, sii te stesso”. Riconoscere questa tensione è un invito a non ridurre la vita a una collezione di immagini, ma a viverla con profondità e coerenza.
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