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L’arte del Fallimento: la Ricerca Artistica e Filosofica di Samuel Beckett

Allievo e amico intimo di Joyce, profondo conoscitore della letteratura italiana, con una spiccata simpatia per Dante e per Leopardi, Beckett è uno degli autori più controversi del secolo scorso, che attraverso una produzione letteraria sterminata, ha passato in rassegna quasi tutti i mezzi espressivi a sua disposizione: dalla narrativa, al teatro, dal cinema, alla radio.
Per quanto si possano individuare alcune piccole discontinuità all’interno di una produzione che si estende dall’inizio alla fine del secolo scorso, l’opera di Beckett è caratterizzata da una quasi maniacale aderenza agli obbiettivi della sua ricerca artistica e una profonda continuità nel processo di elaborazione necessario a raggiungerli.
Per comprendere quali siano questi obbiettivi e quale è il punto di partenza della sua ricerca, si può fare riferimento soprattutto ad un saggio critico giovanile, che Beckett scrisse nel 1930 sulla Recherche di Marcel Proust.
Ad un analisi approfondita questo saggio può essere considerato come una sorta di dichiarazione di intenti dove, attraverso una lucidissima analisi del lavoro proustiano, si
mettono in evidenza i concetti cardine della filosofia che caratterizzerà tutta la produzione artistica dell’artista dublinese.
La prima parte è finalizzata a comprendere il ruolo che assume il tempo nella poetica proustiana, perché è da esso e dal nostro esserci dentro, che nasce la dannazione del genere umano. La condanna del divenire infatti, del nostro essere-nel-tempo, ci costringe ad
essere vittime del nostro continuo mutamento.
“Non ci si può sottrarre alle ore e ai giorni, e neppure al domani e all’ieri. Non ci si può sottrarre all’ieri perché l’ieri ci ha già deformati, o è stato deformato da noi. La maniera non ha importanza, la deformazione c’è stata”.
Questa deformazione costante a cui gli individui sono condannati, impedisce di cogliere se stessi e il mondo nella loro realtà ultima. La coscienza, come uno strumento improprio, deforma il reale sulla base di aspirazioni e desideri. Desideri che appartengono sempre ad un “io” ormai morto o sul punto di morire.
“Il mondo è una proiezione della coscienza individuale (…). La creazione del mondo non ha avuto luogo una volta sola per sempre, ma ha luogo ogni giorno”.
Beckett, come Proust, è un artista. A loro non basta il verosimile, interessa arrivare al fondo, interessa la verità. Questa verità va scoperta, svelata, attraverso il processo artistico. Come Beckett stesso scrive a proposito della ricerca artistica:
“la sola ricerca fruttuosa è uno scavo, un’immersione, una discesa, una contrazione dello spirito. L’artista è attivo, ma negativamente, in quanto si ritrae dai fenomeni extracirconferenziali, ed è trascinato verso il centro del vortice”.
In questa operazione di scavo Beckett troverà gli stessi nemici che ha trovato Proust nella sua ricerca. Nemici quasi invincibili.
La seconda fiera che incontra, dopo il tempo, è una sua ancella: l’abitudine. Questa viene definita da Beckett come “attributo del cancro del tempo”.
“L’abitudine, è il ceppo che incatena il cane al suo vomito. Respirare è un’abitudine. Vivere è un’abitudine. O piuttosto, la vita è una successione di abitudini. L’abitudine è un compromesso effettuato fra l’individuo e l’ambiente che lo circonda, o fra l’individuo e le sue eccentricità organiche, la garanzia di un insensibile inviolabilità, il parafulmine della sua esistenza”.
Beckett chiama abitudine, quello che uno psicologo e studioso come Bruner chiama Cultura o Psicologia popolare; ovvero la capacità di accordarsi, di stipulare un compromesso con il
reale, attraverso una serie di dispositivi, volti ad amalgamare ciò che per sua natura è frammentato e dislocato nello spazio e nel tempo. L’abitudine è il filtro che anteponiamo di fronte all’informe realtà senza senso, che ogni giorno ci troviamo davanti.
L’universo di simboli che ci attornia, con i suoi modelli e le sue categorie con cui addomestichiamo la realtà, in cui ogni oggetto diviene innocuo perché membro di una famiglia più grande, è l’incantesimo che ci impedisce di osservare il reale. Per Beckett la cultura è sì un universo di simboli, ma simboli inservibili per svelare la verità dell’esistenza. La cultura, non è altro che la maschera che l’uomo si è infilata, per riuscire a sopravvivere di fronte alla catastrofe della propria disintegrazione. È il bisturi con cui operiamo il tumore del tempo.
“La perniciosa devozione all’abitudine paralizza la nostra attenzione, droga quelle ancelle della percezione la cui cooperazione non sia assolutamente necessaria”.
Però, esistono momenti in cui questa meschina ancella del tempo si trova dinnanzi ad una realtà diversa, abbastanza diversa da renderla incapace di ricondurre questa alterità ad uno schema precostituito. Quando questo si verifica, il soggetto si libera dai filtri e dalle stampelle con cui era riuscito ad addomesticare la realtà, ed essa si manifesta a lui in tutta la sua portata;
“È allora che tutte le facoltà atrofizzate partono alla riscossa, è allora che viene restaurato il massimo valore del nostro essere”.
Questa esperienza si colloca all’interno di una transizione, in cui una vecchia abitudine si trasforma in una nuova, in grado di accogliere al suo interno la nuova realtà. Non solo, questo passaggio segna anche la morte del vecchio individuo, lasciando il passo alla nascita di uno nuovo.
Per Beckett una simile esperienza è necessariamente connotata dalla sofferenza e dall’ansietà, “la sofferenza del morente e la gelosa ansietà dell’espropriato. Il vecchio io stenta a morire. Come un dispensatore di insensibilità era anche un agente di sicurezza”.
L’io quindi è il garante dell’unità dell’individuo, e questo perché Beckett indica con “io” non solo un “principium individuationis”, ma un complesso aggregato di schemi, filtri, volizioni, desideri e bisogni di diretta filiazione culturale.
Se esiste un cancro ed un bisturi per operarlo, esiste anche una sutura che permette di celarcelo; questa sutura è rappresentata dalla memoria. La memoria a cui si fa riferimento è solo una delle due tipologie di memoria presenti nell’opera proustiana, ovvero quella volontaria. (Beckett fa molta attenzione a mettere bene in evidenza la sostanziale differenza che corre fra questa e quella involontaria).
“Con memoria volontaria intendiamo quella memoria che non è memoria, ma soltanto l’applicazione di un’antica concordanza all’antico Testamento dell’individuo. È questa, l’uniforme memoria dell’intelligenza; ed in essa si può fare affidamento quando si voglia riprodurre, per la nostra indagine cosciente, quelle immagini del passato che sono state formate consapevolmente”.
Anche per Beckett dunque, come per Bruner, la memoria ha una funzione ricompositiva nei confronti dell’esperienza. L’atto di memoria, guidato dalla coscienza, riesuma dal passato una realtà che è informata dalle prospettive future e dal contesto presente da cui l’individuo ricorda. Il passato in questo caso emerge come una necessaria successione di eventi, con delle cause e delle motivazioni precise. Parafrasando Beckett, essa appare come “omogenea e monocroma”. In realtà questo passato è falso, si configura come un pastrocchio immaginario in cui niente è com’era. Non c’è di fronte a questo nessuna medicina che permetta all’individuo di riesumare l’esperienza per come era stata vissuta, perché quell’individuo è ormai morto. Affermando il contrario, non possiamo fare altro che “mentire a noi stessi”.
Esiste però, un altro tipo di memoria, che Proust definisce “involontaria”. Quest’ultima, è un tipo di memoria che non siamo in grado di controllare, che non ha niente a che vedere con un atto memoriale. Beckett/Proust è convinto che solo essa è capace di custodire un vero ricordo, perché riesce a imprigionare la realtà senza che la coscienza ci ponga davanti il suo filtro.
“Noi possiamo ricordare solo ciò che è stato registrato dalla nostra estrema disattenzione e stivato in quell’ultima e inaccessibile prigione sotterranea del nostro essere, della quale l’abitudine non possiede la chiave, cosa di cui d’altronde non ha bisogno, perché non contiene nessun orrendo ed utile accessorio della guerra …ma lì è stivata l’essenza di noi stessi, il meglio dei molti noi stessi, e quelle loro concrezioni che i semplicisti chiamano il mondo”.
Questa memoria, non può essere richiamata, ma emerge. L’individuo non può fare http:\\/\\/psicolab.neta per invocarla, piuttosto è agito da questa improvvisa esplosione memoriale. Fuoriesce grazie ad un parziale intorpidimento dell’abitudine, ad un momentaneo abbassamento della guardia dell’“io”, che si dimentica e si scoglie, mostrando la sua vera essenza, il http:\\/\\/psicolab.neta. In essa si conserva intatta tutta la fragranza della realtà, una realtà altrimenti in conoscibile attraverso
l’esperienza cosciente. Non c’è più la guida della coscienza che direziona la percezione su ciò che gli è utile, c’è solo il reale che, custodito in un recesso del nostro essere, si riversa e inonda l’individuo.
È su questo tipo d’esplosione che si fonda l’esperienza artistica. La più grande sconfitta sta nell’impossibilità di trovarla. Per questo motivo per Beckett, l’arte non può essere altro che arte del fallimento e che il compito dell’artista è gridare, in tutti i modi possibili, questo fallimento.
Sono pochi coloro a cui è concesso di accedere a questo miracolo, e quei pochi faranno un esperienza di morte, di sofferenza. Sofferenza che nasce dalla consapevolezza della propria http:\\/\\/psicolab.netità. Per tutti gli altri, in cui l’abitudine è ben radicata e la cui memoria funziona troppo bene, la realtà non riserverà nessuna sorpresa, e la loro vita procederà non curante e sicura nella noia, il minore dei mali.
Beckett, attraverso la sua analisi della ricerca, riscopre Proust come suo alleato nella condanna del superfluo, e di tutti i dispositivi che l’uomo usa per allontanarsi dalla sua verità. Dopo questo saggio, l’autore di Aspettando Godot comincia la sua ricerca, con l’intento di portare alla luce, attraverso l’arte, la colpa e la condanna dell’umanità. Per farlo toglie all’uomo tutte le sue impalcature culturali, per mettere a nudo la sua essenza. Il processo di spoliazione dell’uomo culturale porta ad una verità biologica. Questa verità è amara e lascia poco spazio all’ottimismo.
L’uomo, afflitto dal cancro del tempo e della mutazione, si fonda sul desiderio.
Tale desiderio non sarà mai appagato purché è impossibilitato a possedere definitivamente il suo oggetto, incastrato come è, nei molteplici mutamenti e trasformazioni, sia del soggetto desiderante che dell’oggetto del desiderio.
Da questa incapacità nasce l’incapacità di comunicare uno stato di coscienza che è solo interno al soggetto. Soggetto che ingloba il mondo che desidera ma non lo comprende se non retrospettivamente attraverso il flusso memoriale, come attributo del tempo.
La memoria è fallace perché ridisegna e ridescrive il passato in funzione del presente da cui viene guardato. Essa da il senso di unità che l’uomo necessita per non disintegrarsi. Per non prendere coscienza della sua disintegrazione.
È la suprema vigliaccata dell’umanità. Se neanche la memoria ci restituisce il vero ma solo un verosimile, essa assume la dimensione della narrazione come dispositivo per saltare il http:\\/\\/psicolab.neta che ci si apre sotto.
Se Beckett cerca il vero trova il http:\\/\\/psicolab.neta. Trova l’impossibilità, trova la frammentazione. L’accetta. Ride. Ride del riso puro, quello senza speranza. Il desiderio, motore della sofferenza dell’uomo, spogliato della memoria e dell’abitudine, non si può abolire senza abolire la vita. L’uomo si porta la colpa di desiderare in una realtà in cui ogni desiderio è vano.

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