Un saggio come dichiarazione d’intenti
L’opera di Beckett attraversa l’intero Novecento e quasi tutti i mezzi espressivi: narrativa, teatro, cinema, radio. Pur nelle sue discontinuità, è segnata da un’aderenza quasi maniacale agli obiettivi della sua ricerca artistica. Per capire quali siano questi obiettivi, il punto di partenza migliore è il saggio critico che Beckett dedicò, giovanissimo, alla Recherche di Marcel Proust.
Analizzando l’opera proustiana, Beckett mette a fuoco i concetti cardine della propria futura poetica. Il primo è il ruolo del tempo: è dal nostro essere immersi nel tempo che nasce, secondo questa lettura, la condanna del genere umano. Il divenire ci rende vittime di un mutamento continuo: non possiamo sottrarci all’ieri, perché l’ieri ci ha già deformati, né al domani, che ci deformerà ancora. Questa deformazione costante ci impedisce di cogliere noi stessi e il mondo nella loro realtà ultima. La coscienza, come uno strumento improprio, deforma il reale sulla base di desideri che appartengono già a un “io” morto o morente.
L’arte come scavo
Beckett, come Proust, è un artista che non si accontenta del verosimile: cerca la verità, e ritiene che vada scoperta attraverso il processo artistico. La ricerca fruttuosa, in questa prospettiva, è una discesa verso il centro, un ritrarsi dai fenomeni esterni per immergersi nel profondo. Ma in questa operazione di scavo l’artista incontra nemici quasi invincibili.
L’abitudine, “ancella del tempo”
Il secondo nemico, dopo il tempo, è l’abitudine, che Beckett considera un attributo dello stesso “cancro del tempo”. Vivere, respirare, sono abitudini; la vita stessa è una successione di abitudini. L’abitudine è il compromesso che l’individuo stringe con l’ambiente, una garanzia di insensibile sicurezza, il “parafulmine” dell’esistenza.
È interessante il parallelo con la psicologia: ciò che Beckett chiama abitudine assomiglia a quella che studiosi come Jerome Bruner chiamano cultura o “psicologia popolare”, cioè la capacità di accordarsi con il reale attraverso dispositivi che amalgamano ciò che per natura è frammentato. L’abitudine è il filtro che anteponiamo alla realtà informe e senza senso che ci troviamo davanti ogni giorno. L’universo di simboli, modelli e categorie con cui addomestichiamo il mondo, rendendo ogni oggetto innocuo perché parte di una famiglia più grande, è per Beckett l’incantesimo che ci impedisce di vedere il reale. La cultura, in questa lettura, è la maschera che l’uomo indossa per sopravvivere alla catastrofe della propria disintegrazione.
Quando la realtà irrompe
Eppure esistono momenti in cui questa “ancella del tempo” si trova davanti a una realtà troppo diversa per essere ricondotta a uno schema precostituito. Quando accade, il soggetto si libera dei filtri con cui addomesticava il mondo, e la realtà gli si manifesta in tutta la sua portata. È allora, secondo Beckett, che le facoltà atrofizzate si risvegliano e il valore più autentico del nostro essere viene restaurato.
Questa esperienza si colloca in una transizione, in cui una vecchia abitudine si trasforma in una nuova, capace di accogliere la realtà emersa. Ma il passaggio segna anche la morte del vecchio individuo e la nascita di uno nuovo, ed è per questo necessariamente connotato da sofferenza e ansia: il vecchio “io” stenta a morire, perché era anche un dispensatore di sicurezza. L'”io”, per Beckett, non è solo il principio di individuazione, ma un complesso aggregato di schemi, filtri, desideri e bisogni di diretta origine culturale.
Le due memorie
Esiste anche una “sutura” che ci nasconde questa lacerazione: la memoria. Riprendendo Proust, Beckett distingue con cura due tipi di memoria.
La memoria volontaria è quella guidata dall’intelligenza e dalla coscienza, su cui facciamo affidamento per riprodurre le immagini del passato formate consapevolmente. Ha una funzione ricompositiva: riesuma dal passato una realtà informata però dal presente e dalle prospettive future da cui ricordiamo. Il passato appare così ordinato, con cause e motivazioni precise, “omogeneo e monocromo”. Ma è un passato falso, un montaggio immaginario in cui nulla è com’era, perché l’individuo che aveva vissuto quell’esperienza è ormai morto. Credere il contrario significa, in fondo, mentire a noi stessi.
La memoria involontaria, invece, non possiamo controllarla: non è un atto della volontà. Secondo Beckett solo essa custodisce un vero ricordo, perché imprigiona la realtà senza il filtro della coscienza. Ricordiamo davvero solo ciò che è stato registrato nella nostra estrema disattenzione e conservato in un recesso inaccessibile del nostro essere, di cui l’abitudine non possiede la chiave. Lì è custodita l’essenza di noi stessi. Questa memoria non può essere invocata: emerge da sola, l’individuo non può fare nulla per provocarla. Affiora grazie a un momentaneo abbassamento della guardia dell'”io”, che per un attimo si dimentica e si scioglie, mostrando la sua vera essenza, il nulla. In quell’irruzione si conserva intatta tutta la fragranza del reale.
L’arte del fallimento
È proprio su questa “esplosione” involontaria che si fonda, per Beckett, l’esperienza artistica. E qui sta il punto decisivo: la più grande sconfitta è l’impossibilità di trovarla a comando. Per questo l’arte non può che essere arte del fallimento, e il compito dell’artista è gridare in ogni modo possibile questo fallimento.
Sono pochi coloro a cui è concesso l’accesso a questo “miracolo”, e per loro sarà un’esperienza di morte e di sofferenza, che nasce dalla consapevolezza della propria nullità. Per tutti gli altri, in cui l’abitudine è ben radicata e la memoria funziona fin troppo bene, la realtà non riserverà sorprese, e la vita procederà sicura nella noia, il minore dei mali.
Dopo questo saggio, l’autore di “Aspettando Godot” avvia la propria ricerca con l’intento di portare alla luce, attraverso l’arte, la condizione dell’umanità. Per farlo, toglie all’uomo tutte le sue impalcature culturali, mettendone a nudo l’essenza. E questa spoliazione conduce a una verità biologica amara, che lascia poco spazio all’ottimismo.
Il desiderio e la colpa
L’uomo, afflitto dal “cancro” del tempo e della mutazione, si fonda sul desiderio. Ma tale desiderio non sarà mai appagato, perché è impossibile possedere in modo definitivo il suo oggetto: sia il soggetto desiderante sia l’oggetto desiderato sono incastrati in continue trasformazioni. Da qui nasce anche l’incapacità di comunicare uno stato di coscienza che resta solo interno al soggetto.
La memoria, fallace perché ridisegna il passato in funzione del presente, offre all’uomo il senso di unità di cui ha bisogno per non prendere coscienza della propria disintegrazione. È, in questo senso, l’estrema forma di autoinganno dell’umanità: se neanche la memoria restituisce il vero ma solo un verosimile, allora assume la forma della narrazione, un dispositivo per non guardare il vuoto che si apre sotto di noi. Beckett cerca il vero e trova il nulla: trova l’impossibilità, la frammentazione. E le accetta. Ride, di un riso puro e senza speranza. Il desiderio, motore della sofferenza umana, non si può abolire senza abolire la vita stessa. All’uomo resta la “colpa” di desiderare in una realtà in cui ogni desiderio è vano.
Domande frequenti
Cosa significa “arte del fallimento” in Beckett?
Significa che l’arte cerca una verità profonda, custodita nella memoria involontaria, che non può però essere raggiunta a comando. Poiché quel “miracolo” sfugge alla volontà, l’arte è destinata a fallire, e il compito dell’artista è dare voce, in ogni modo, a questo fallimento.
Perché il saggio su Proust è così importante?
Perché funziona come una dichiarazione d’intenti: analizzando Proust, il giovane Beckett mette a fuoco i temi che attraverseranno tutta la sua opera, il tempo come condanna, l’abitudine come filtro, le due forme di memoria e l’impossibilità di appagare il desiderio.
Che differenza c’è tra memoria volontaria e involontaria?
La memoria volontaria, guidata dalla coscienza, ricostruisce un passato ordinato ma falsato dal presente. La memoria involontaria, incontrollabile, affiora da sola quando l'”io” abbassa la guardia, ed è l’unica a custodire, secondo Beckett, un ricordo autentico del reale.
Qual è il ruolo dell’abitudine?
L’abitudine è il compromesso con cui addomestichiamo la realtà informe, simile a ciò che la psicologia chiama cultura o psicologia popolare. Ci protegge, ma ci impedisce di vedere il reale. Solo quando l’abitudine si incrina, la realtà può irrompere in tutta la sua portata.
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