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Neuroscienze

La sintassi come espressione delle nostre capacità conoscitive

Abstract: La punteggiatura e la sintassi rappresentano la trasposizione in lingua scritta di alcune caratteristiche dei nostri processi cognitivi. L’evoluzione delle caratteristiche stilistiche della letteratura, del cinema, della televisione e di tutte le modalità del nostro comunicare, riflettono i cambiamenti e l’evoluzione delle nostre capacità cerebrali nel tempo.

Da Internet:
…….la scrittura on-line ama la sintassi semplice e i periodi brevi, le colonne di testo strette e gli spazi bianchi. Il punto, soprattutto il punto a capo, impone quelle pause salutari che la lettura sullo schermo impone agli occhi e ai pensieri.

La punteggiatura che racchiude un periodo scritto, non è un semplice abbellimento stilistico dello scrivere o un mezzo per riprendere fiato durante la lettura, ma è la trasposizione in lingua scritta dei nostri processi cognitivi.
Nella codifica del linguaggio parlato in una serie di segni in grado di riprodurne per convenzione i fonemi, la scrittura, sono stati inseriti anche i nostri ritmi cerebrali di apprendimento, tradotti come struttura sintattica.
In effetti mantenere nel tempo lo stato cerebrale necessario ad inglobare in un unico concetto tutto quello che si sta leggendo non è così semplice e richiede molta energia, come conseguenza il nostro cervello lavora in modo discontinuo, per frame, per intervalli definiti di tempo durante i quali riesce a creare coscienza e conoscenza (Bonfiglio, 2002; Chiaramonti, 2002; Kircher, 2004).
La punteggiatura e la sintassi rappresentano quindi l’adattamento della scrittura alla nostra impossibilità cerebrale di mantenere nel tempo una attitudine continuativa alla coscienza e alla conoscenza.
Quanto volte leggendo una frase lunga abbiamo dovuta rileggerla più volte da capo perché ce ne sfuggiva il senso !
Questo perché non siamo riusciti a mantenere la sincronia cerebrale per tutta la durata della lettura della frase e quindi il concetto sotteso dalla frase non è entrato interamente in un frame conoscitivo, cioè un ambito circoscritto dal punto di vista temporale di cui siamo coscienti.
Il nostro cervello ha la capacità di mantenere lo stato sincronico e quindi di generare dei frame di coscienza, per un tempo medio di circa 3-4 secondi (Boncinelli, 1999), se provate infatti a leggere una frase di media lunghezza, vi accorgerete che la durata della lettura, prima che vi distraiate o pensiate ad altro è proprio di quei pochi secondi durante i quali il vostro cervello riesce a mantenere lo stato sincronico, cioè la capacità di inserire i dati percepiti in un concetto, cioè in un teorema logico-semantico che li inglobi quali dimostrazioni parziali del teorema stesso (Friederici, 2002).
Leggendo od ascoltando una parola, si generano all’interno del nuovo frame conoscitivo, sulla base delle parole precedentemente recepite, una serie di ipotesi logico-semantiche che comprenderanno, con diversi livelli di prevedibilità, l’attesa per la parola successiva.
La percezione della nuova parola, del nuovo elemento da inserire in uno dei teoremi logico-semantici disponibili, determinerà un minore o maggiore dispendio energetico cerebrale in base al livello della sua prevedibilità e all’assestamento che necessiterà il teorema logico-semantico in base ai nuovi elementi recepiti: ogni parola quindi rappresenta una dimostrazione parziale di un teorema, la frase, che si costruisce e si modifica nel tempo e che termina con la fine del frame conoscitivo: con un punto.
Una conversazione i cui contenuti siano perfettamente prevedibili, risulterà quella a minore dispendio energetico cerebrale, ma anche quella più banale e meno ‘stimolante’, al contrario una lettura ‘difficile’, i cui teoremi logico-semantici non sono prevedibili e il cui procedere risulta impegnativo, richiederà più energia cerebrale e sarà più faticosa.
Il teorema generato cerebralmente è funzione del tempo, ha un inizio ed una fine e il senso del suo procedere è univoco: la frase prevede solo la consequenzialità degli eventi. A dimostrazione di questo, il modo più sicuro per rilevare errori di ortografia è infatti quello di leggere le frasi al contrario. Il cervello non è capace di generare il teorema partendo dalla fine e procedendo in senso inverso, quindi in quel caso non potendo generarsi delle aspettative, ogni parola letta varrà per quello che è.
Leggendo invece nel senso giusto del procedere della frase, molto spesso non ci accorgeremo di errori di ortografia perché la percezione della parola verrà alterata dalla necessità di farla combaciare con quanto atteso.

Come per la lettura e la conversazione, tutto il nostro esistere e vivere nel mondo è suddiviso in frame conoscitivi discontinui, solo che il nostro cervello ce li fa percepire come un processo senza soluzioni di continuità.
Spesso, per la stanchezza e/o lo stress, i nostri frame di coscienza e di conoscenza si riducono di durata per l’incapacità cerebrale di mantenere uno stato sincronico sufficientemente lungo, attività che richiede fatica e dispendio energetico (questa capacità è probabilmente legata alla funzionalità dell’ippocampo, il quale è in grado di “dirigere” le attività della nostra corteccia cerebrale in modo da creare uno stato sincrono capace di dare un senso logico a quello che stiamo ricevendo dai nostri organi sensoriali. E’ stato dimostrato che elevati livelli di stress riducono la funzionalità e a lungo termine anche il volume dell’ippocampo (McEwen, 2005)).
Ecco allora che la capacità di comprendere frasi lunghe e complesse quando si è stanchi o stressati, si riduce e ci si ritrova spesso a rileggere più volte la stessa frase senza capirne il senso. E in quel caso si riprende a leggere la frase da capo perché se il teorema non viene completato ed inserito in un frame, non ha nessun valore dal punto di vista cognitivo e deve quindi essere rigenerato da zero.
La sintassi è quindi semplicemente la trasposizione di questa capacità cerebrale di generare frame conoscitivi, nel linguaggio scritto.
La differenza che esiste tra una frase di Proust nella sua “Ricerca del tempo perduto” ed una di uno scrittore contemporaneo, non è quindi semplicemente un fattore di stile, ma è significante dei differenti processi cerebrali dell’autore e dei lettori (dato che sono i lettori a far proliferare o a far scomparire un genere letterario), capaci di mantenere uno stato sincronico cerebrale sufficientemente lungo per la comprensione della frase.
Una maggiore capacità di aumentare la durata del frame conoscitivo è collegata ad una maggiore capacità di generare pensiero, cioè di arricchire un concetto includendo una maggiore quantità di dati.
Tornando quindi a Proust, non è casuale che alla lunghezza delle sue frasi corrisponda una ineguagliabile capacità di cogliere e descrivere sensazioni, emozioni e situazioni, mentre gli autori contemporanei deputano il loro successo più nella trama della storia che alla capacità di analisi dell’animo umano.

Anche il linguaggio cinematografico e televisivo, con i suoi ritmi di montaggio sempre più incalzanti e scene di conseguenza sempre più brevi, diventa una scuola di pensiero (o meglio di non-pensiero) abituando il nostro cervello a comprimere i frame di coscienza a pochi istanti.
Una frase o una scena di durata più o meno lunga significa costringere il nostro cervello ad un lavoro di mantenimento di sincronia più o meno lungo, significa abituare il nostro cervello corticale a generare teoremi di durata maggiore.
Il cervello ovviamente gradisce molto di più la possibilità di passare facilmente da un frame ad un altro senza dover mantenere lunghi stati sincronici che richiedono maggiore fatica e dispendio energetico.
Abituarsi a scene ed a frasi sempre più brevi significa abituarsi ad essere sempre meno capaci di approfondire i propri pensieri e ad essere sempre più schiavi di frame cognitivi brevi e bisognosi di azione: questo è il vero pericolo della letteratura, e del cinema contemporanei.
La differenza infatti è che la ricchezza di dati che costruisce un unico pensiero profondo viene distribuita in una serie di frame cognitivi brevi con pochi dati a corredo del concetto a cui corrispondono altrettante azioni motorie: la schiavitù di un efficientismo senza pensiero: frame cognitivi sempre più brevi = azioni sempre più veloci.
Questo perché esiste un meccanismo di feedback che inibisce l’area motoria cerebrale nel momento in cui viene generato un frame conoscitivo: il pensiero tendenzialmente è preparatorio ma non contemporaneo all’azione.
La concreta oggettivazione di questa nuova tendenza di non-pensiero la troviamo negli strumenti di comunicazione inter-individuale: l’e-mail e gli sms.
Siamo ormai circondati da una serie di strumenti di comunicazione che non favoriscono l’estensione temporale del pensiero: l’SMS ed il suo successo, soprattutto tra i più giovani, come strumento di comunicazione, è sintomatico di un trend che sta pericolosamente abituando a ridurre i tempi dell’elaborazione del pensiero, del frame conoscitivo, a pochi istanti.
Anche l’e-mail, che ha soppiantato in toto l’uso della carta da lettera, non ha sostituito il concetto che sottendeva la lettera, dove c’era una preparazione, un pensiero.
Se provate a confrontare l’ormai desueta lettera con l’e-mail, troverete uno “stile” di scrittura completamente diverso. L’e-mail è allineato con i ritmi cognitivi pressanti verso cui ci stiamo dirigendo: frasi brevi, pensieri brevi: comunicazione tecnica più che pensiero.
Arrivando al punto di non scrivere, ma semplicemente inoltrare un mail ricevuto ad altri: l’anhttp:\\/\\/psicolab.netamento totale del proprio pensiero, la spersonalizzazione totale; provate a pensare se avreste mai inviato ad altri una lettera ricevuta.
La lettera aveva le caratteristiche, il profumo e la personalità di chi l’aveva scritta, ed era stata scritta solo per voi.
Anche la calligrafia aveva un valore che si è perso per un’uniformità di carattere anonimo, incapace di comunicare.
Nessuno era in copia e a nessuno si sarebbe mai pensato di inoltrarla.
Ma si leggeva e si rileggeva e si conservava, perché aveva il prezioso valore di un pensiero intriso di tutta l’umanità di chi lo aveva generato.
Il declino del mondo Occidentale, è anche il declino della capacità di pensiero dell’uomo occidentale. E’ sempre di più il mondo dei tecnocrati e non più degli uomini di pensiero, ci si avvicina pericolosamente a quello che, come scrive Eco nel ‘Pendolo di Foucault’, è un mondo di nozioni e non più di Idee.

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Gianluca Basso

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