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Azienda e Organizzazione

La Globalizzazione e la Povertà

Premessa:
Attualmente si sente spesso parlare di globalizzazione. Ma cosa indica realmente questo termine? Un insieme di politiche? Un nuovo sistema di colonizzazione economica, culturale, sociale? Una nuova me-todologia per raggiungere uno sviluppo sostenibile? Rispondere a questa domanda non è facile e per questo, forse, tale termine è motivo di ampi dibattiti. Gli studiosi infatti hanno dato diverse definizioni di globalizzazione. Può essere utile annoverare alcune di esse.
Secondo quanto asserito da Giovanni Martini per globalizzazione si intende una crescente in-terdipendenza economica tra paesi grazie all’aumento del volume e delle varietà di beni e servizi scambiati internazionalmente, quindi la crescita dei flussi internazionali di capitali e la rapida ed estesa diffusione della tecnologia (Martini G., Pisetta M., 2002); il sociologo Zygmunt Bauman invece, la definisce come una sorta di svalutazione dell’ordine in quanto tale, alludendo all’impossibilità dell’individuo di dominare la realtà e i continui cambiamenti che caratterizzano quest’ultima; Thomas Friedman, giornalista del New York Times, considera la globalizzazione come “(…) l’inesorabile integrazione di mercati, stati-nazioni e tecnologie ad un livello mai prima raggiunto, con la conseguenza di permettere agli individui, alle imprese e agli stati-nazione di estendere la propria azione in giro per il mondo più velocemente, più profondamente e a minor costo di quanto sia mai stato possibile in precedenza”. I sostenitori della globalizzazione ritengono che quest’ultima rappresenti la soluzione al problema della povertà nei paesi in via di sviluppo; coloro che invece la criticano, ritengono che quest’ultima renda ancora più poveri questi paesi a vantaggio delle multinazionali.
Queste sono alcune delle tante definizioni di questo termine. Come si può facilmente notare non c’è una definizione unica del termine globalizzazione, un minimo comune denominatore che accomuni le di-verse posizioni. La maggior parte degli studiosi comunque sono d’accordo nel ritenere che vi sia un lega-me molto stretto tra la globalizzazione e alcune tematiche sociali quali la povertà, il lavoro minorile, la salute e la condizione femminile. Per provare a fare chiarezza su questa tematica molto discussa ritengo che sia necessario un breve excursus storico per capire quando si è sviluppato il fenomeno della globaliz-zazione.
La prima comparsa di questo fenomeno si è avuta con la scoperta dell’America (non considerando le crociate e l’imperialismo di Alessandro il Grande) ,la quale fu causa dell’inizio della modificazione delle relazioni internazionali tra gli Stati). Le potenze occidentali hanno sempre cercato di imporre il proprio “modello” di vita con la forza, non tenendo conto delle differenze sociali, etniche, culturali ed economiche degli altri popoli; basti pensare alla brutalità con cui furono letteralmente annientate le etnie centro-americane dei Maya e degli Atzechi. Questo fenomeno fu definito come “ mondializza-zione”, che accelerò gli scambi di piante, animali, ma anche di malattie (Serge Latouche dell’Università di Parigi). Nasce così il capitalismo commerciale, il quale sarà caratterizzato dall’ascesa militare, politica e appunto commerciale, dell’Inghilterra a danno della Spagna di Filippo II. Le relazioni internazionali tra le due grandi potenze, che cominciarono a peggiorare in questo periodo, cessarono dopo l’uccisione di Mary Stuart, cugina della regina inglese Elisabetta, fino a quando nel 1588 i due Stati si scontrarono “a viso aperto” nel canale della Manica dove si ebbe la grave sconfitta dell’Invincibile Armada spagnola. L’egemonia inglese verrà in seguito messa a repentaglio dalla Germania di Guglielmo II. Dal 1600 gli Stati cominciano ad investire ingenti capitali in tecnologie agricole, nel settore manifatturiero e, in seguito, in quello industriale; parallelamente si incrementano le reti di trasporto e le compagnie mercantili.
Possiamo considerare come un secondo episodio di globalizzazione, la rivoluzione industriale veri-ficatasi nel 1800 in Europa, in primis in Inghilterra, in quanto questa disponeva di numerose materie prime (importate anche dalle proprie colonie), una tecnologia molto avanzata, un abbondanza di mano-dopera, una buona quantità di capitali a disposizione. Questa fase è molto importante in quanto le differenze politiche, economiche e sociali tra il Nord e il Sud del mondo cominciano a manifestarsi in maniera sempre più evidente. Le grandi potenze tendevano a curare soltanto i loro interessi imponendo dazi doganali sui propri prodotti, misure commerciali protezionistiche di ogni tipo ed esportando nei nuovi mercati e non più in quelli europei.
Un’altra manifestazione del fenomeno della globalizzazione risale alla Conferenza di Berlino del 1886 in cui si sancì la suddivisione dell’Africa “a tavolino”. Già dal XVI secolo, comunque, i territori africani erano stati colonizzati dagli olandesi e in seguito dai portoghesi, i quali inizialmente sfruttarono le coste africane come basi logistiche e vi insediarono colonie marittime. Bisognerà aspettare il XIX – XX seco-lo per vedere tutti i regimi coloniali smantellati (ad eccezione di alcune zone del pianeta, come ad esem-pio il Sahara Occidentale, in cui la situazione è ancora incerta) e il ritorno all’apertura dei mercati a livello internazionale. Attualmente, nonostante la supremazia dal punto di vista numerico dei paesi in via di sviluppo in seno alle Nazioni Unite, le principali decisioni economiche, commerciali e quindi politiche sono dettate, come sempre, dagli Stati occidentali ai quali non viene negato http:\\/\\/psicolab.neta. I paesi in via di sviluppo sono stati, da sempre, riluttanti di fronte al sistema economico internazionale e al ruolo svolto dalle principali organizzazioni appunto internazionali (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Internazionale per la ristrutturazione e lo sviluppo, che insieme all’IDA e altri organi forma la Banca Mondiale), accusate di tutelare gli interessi degli Stati occidentali a scapito delle proprie economie. Ciò che questi paesi principalmente chiedono è la fissazione del prezzo delle merci che essi esportano (principalmente beni agricoli), l’imposizione di dazi doganali per tutelare le industrie nascenti, un aumento della cooperazione internazionale, ma principalmente trade, non aid, ossia la prevalenza del commercio rispetto agli aiuti umanitari.
La povertà e gli indici per misurarla
La globalizzazione quindi è strettamente collegata a molti fenomeni sociali, tra questi vi è la povertà. Essa rientra anche nei cosiddetti “obiettivi del millennio”. Nel 2000, in occasione del Millennium Summit, le Nazioni Unite hanno ospitato nella Sede di New York i leader di tutto il mondo in cui le maggiori istituzioni per lo sviluppo stabilirono una serie di obiettivi da raggiungere entro il 2015. Quest’ultimi sono strettamente connessi l’un l’altro e il raggiungimento di uno può portare al raggiungimento degli altri. “I progressi per dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame nei paesi in via di sviluppo entro il 2015 sono ancora molto lenti e la comunità internazionale è lontana dal raggiungere gli obiettivi e gli impegni stabiliti dal MDG e dal Vertice Mondiale”, così scrisse il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf. Gli obiettivi del millennio sono otto e recitano quanto segue:
1. Eliminare la povertà estrema e la fame
• Dimezzare il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno;
• Dimezzare il numero di persone che soffrono a causa della fame.
2. Assicurare istruzione elementare universale
• Garantire a tutti i ragazzi e le ragazze un ciclo di istruzione elementare.
3. Promuovere la parità tra i sessi e conferire maggior potere alle donne
• Eliminare la disparità tra i sessi nei cicli di educazione primaria e secondaria possibilmente entro il 2005, e in tutti i settori entro il 2015.
4. Diminuire la mortalità infantile
• Ridurre di due terzi il tasso di mortalità tra i bambini con meno di cinque anni.
5. Migliorare la salute materna
• Ridurre di tre quarti il tasso di mortalità materna.
6. Combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie
• Fermare e cominciare a invertire la diffusione dell’HIV/AIDS;
• Fermare e invertire la diffusione della malaria e di altri malattie importanti.
7. Assicurare la sostenibilità ambientale
• Integrare i principi dello sviluppo sostenibile all’interno delle politiche e dei programmi nazionali; fermare il degrado delle risorse ambientali;
• Dimezzare il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile;
• Migliorare sensibilmente le condizioni di vita dei cento milioni di persone costrette a vivere in baraccopoli, entro il 2020.
8. Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo
• Sviluppare un sistema finanziario e di mercato aperto, basato su regole definite, prevedi-bile e non discriminatorio. Questo implica l’impegno verso una buona amministrazione, lo svi-luppo e la riduzione della povertà – a livello nazionale e internazionale.
• Rivolgersi ai bisogni specifici dei paesi meno avanzati. Questo comprende il libero accesso alle tariffe e alle quote delle loro esportazioni; gli sgravi finanziari per i paesi poveri fortemente indebitati; la cancellazione del debito bilaterale ufficiale; e una più generosa assistenza per lo sviluppo dei paesi impegnati nella lotta alla povertà.
• Soddisfare i bisogni dei Paesi senza sbocchi sul mare e dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo.
• Cooperare con i paesi in via di sviluppo al fine di risolvere il problema del debito attraverso strumenti nazionali e internazionali, e di rendere il debito sostenibile nel lungo ter-mine.
• In collaborazione con i paesi in via di sviluppo, sviluppare concrete e decorose possibilità di lavoro per i giovani.
• In collaborazione con le aziende farmaceutiche, assicurare l’accesso alle medicine di base nei paesi in via di sviluppo.
• In collaborazione con il settore privato, mettere a disposizione di tutti i benefici delle nuove tecnologie, soprattutto nel settore dell’informazione e della comunicazione.
Per quanto riguarda il finanziamento per il raggiungimento di tali obiettivi esso è molto esiguo; ritengo che ciò dipenda in larga misura dalla biopolitica. Spesso si vuole che certi progetti non vengano finanziati perché è interesse di alcuni che la situazione critica rimanga tale. Basti pensare alla situazione dell’AIDS in Africa; l’occidente, non ha infatti nessuna intenzione di promulgare un’informazione e un trattamento profilattico adeguati. Inoltre, nonostante abbia scoperto un sorta di terapia volta a prolungare la sopravvivenza di questi pazienti (la triplice terapia basata su: un anti-proteasico volto a bloccare la funzione della trascrittasi inversa e due anti-nucleosidici aventi lo scopo di inibire la sintesi dell’RNA virale, l’Occidente tarda ad intervenire, o meglio si disinteressa del problema. Non bisogna, infine, dimenticare che l’igiene, la prevenzione e la sanità sono tre pilastri fondamentali dello sviluppo di un paese; tanto è vero che l’OMS/ WHO (World Health Organization), esorta gli Stati ad intraprendere una politica di finanziamento in questi settori.
Parlando della povertà bisogna innanzitutto distinguere la povertà assoluta da quella relativa. La povertà assoluta inoltre si suddivide in povertà assoluta in senso proprio e povertà assoluta estrema. La prima fa riferimento a quella parte della popolazione che per vivere non può usufruire di più di due dollari al giorno. La seconda fa riferimento a quella parte di popolazione che invece per vivere non può usufruire di più di un dollaro al giorno. La povertà relativa, è un concetto molto simile a quello della disuguaglianza economica, per la quale la distribuzione iniziale del reddito è una variante molto importante. Per distinguere i “tipi” di povertà si deve innanzitutto stabilire una linea di povertà( poverty line) la quale individua e considera poveri tutti coloro che sono posizionati al di sotto di tale li-nea.
La soglia di povertà può essere fissata con vari criteri o standard: standard assoluti, standard relativi, standard soggettivi e standard pubblici. Il primo considera la povertà come mancato soddisfacimento dei bisogni primari; esso definisce il valore monetario di un paniere minimo di beni essenziali alla sopravvivenza. Il secondo tipo di standard ritiene la povertà un fenomeno sociale che non riguarda il singolo, ma la collettività in cui egli è inserito, focalizzando l’attenzione nella distribuzione delle risorse e nell’accesso ad esse; lo stato di povero viene stabilito in relazione allo standard di vita medio della comunità, che determina quali sono i bisogni sociali essenziali. Per cui è povero colui che dispone di risorse inferiori alla misura media delle risorse disponibili nella società in cui vive. Gli standard soggettivi considera poveri coloro che si dichiarano tali, nel confronto che essi fanno in termini di benessere con gli altri membri appartenenti alla stessa società. Infine gli standard pubblici considerano poveri coloro che si trovano sotto un livello minimo di reddito fissato da misure pubbliche di assistenza sociale.
Per misurare la povertà sono stati definiti diversi indici, ma tra i più importanti possiamo annoverare l’indice di diffusione (Headcount Index), il divario di povertà (Poverty Deficit), l’indice di intensità relativa (Income Gap Ratio), l’indice di Sen e l’HDI, l’indice di sviluppo umano. Il primo indice è molto semplice da usare e consiste nel contare quanti siano i poveri e nel calcolarne la quota sulla popolazione totale:
HC= Indice di Diffusione o incidenza della povertà (Head-Count Index): rapporto complessiva (N):
PHR = P/N
Un limite molto importante di questo indice è dato dal fatto che non tiene conto della distribuzione del reddito tra i poveri; esso non rispetta il cosiddetto principio della “ monoticità”, secondo il quale l’indice deve crescere se, a parità di condizioni, il reddito di un solo individuo povero si riduce.
Un altro indice molto importante è il divario di povertà. Esso fa riferimento alla differenza fra il reddito di ciascun individuo povero e la linea di povertà:
PD= ( Z –Yi)= q(Z – Mq), dove Mq è il reddito dei poveri e Z è la linea di povertà. Esso rappresenta l’ammontare complessivo di reddito aggiuntivo che l’insieme dei poveri dovrebbe avere per raggiungere la linea di povertà ed uscire da questa condizione. Anche quest’indice presenta dei limiti: non registra le variazioni del numero di individui poveri; non soddisfa il principio dei trasferimenti( trasferimenti progressivi di reddito fanno ridurre l´indice di povertà e viceversa); è insensibile ai mutamenti della distribuzione del reddito; un buon vantaggio di quest’indice è che soddisfa il principio di monoticità.
Un altro indice che viene utilizzato è l’indice di intensità il quale tiene conto del divario di reddito(x) dei poveri rispetto alla linea di povertà (z):
I = Σ(Z- X1) (Qz); quest’indice però non tiene conto del numero delle persone povere, non tiene conto della distribuzione del reddito tra i poveri e non tiene conto dei trasferimenti a meno che quest’ultimi non comportino un passaggio oltre la soglia di povertà.
L’indice di Sen è sicuramente il più completo tra quelli elencati sopra; esso infatti tiene conto della distribuzione delle risorse tra i poveri. Al suo interno compaiono sia l’indice di diffusione che l’indice d’intensità:
S= HC[ PG+( 1- PG) Gq], dove Gq è l’indice di Gini (rapporto di concentrazione) calcolato sulla di-stribuzione degli individui poveri. Quest’indice soddisfa i principi di monoticità dei trasferimenti e non dipende dalla distribuzione del reddito fra i non poveri. Sen focalizza l’attenzione anche nella cosiddetta capabilities’approach, ossia “nel concentrarsi direttamente sulle acquisizioni di un individuo, ovvero su ciò che egli concretamente raggiunge in termini di benessere. Rispetto ad un approccio monetario (Fondo sul Reddito) non si commette l’errore di confondere i mezzi, ossia il reddito, con i fini” (Ricciuti G., 2006).
Un ultimo indice molto importante e legato alla teoria di Sen è l’human developement index. Quest’indice fu proposto per la prima volta dalle Nazioni Unite (più precisamente dall’UNPD) nel 1990. Le variabili principali considerate da quest’indice sono la speranza di vita alla nascita per la longevità, il logaritmo del reddito pro capite in parità di potere d’acquisto per la salute e il tasso d’alfabetizzazione per la creatività.
La relazione tra la globalizzazione e la povertà:
Anche per quanto riguarda l’influenza della globalizzazione sulla povertà vi sono opinioni di-scordanti; l’abolizione delle barriere doganali potrebbe essere causa di sviluppo e riduzione della povertà come d’altro canto, la globalizzazione potrebbe rappresentare elemento che di crescita delle differenze tra paesi ricchi e paesi poveri, che causerebbe le disuguaglianze economiche, sociali e politiche. La vi-sione che però accomuna la maggior parte degli studiosi e dell’opinione pubblica, e personalmente condivido questa ideologia, è che la globalizzazione potrebbe produrre effetti positivi se fosse controllata da una politica internazionale rigida, precisa e specifica a tutela anche dei mercati più deboli. Attualmente le istituzioni che dovrebbero svolgere questa mansione dipendono esclusivamente (o quasi) dagli Stati occidentali i quali manovrano il commercio a loro piacimento e soprattutto a loro favore. Inoltre, è necessario controllare la velocità con cui si verifica il processo di globalizzazione; un procedimento troppo rapido può portare ad un allontanamento dei capitali esteri e ad un aumento delle disuguaglianze, producendo un effetto negativo che si intende evitare. Ed è ciò che secondo alcuni autori si sta verificando attualmente; uno studioso, Gilberto Corbellini infatti afferma che “negli ultimi trent’anni la mortalità infantile nel mondo si è dimezzata, l’alfabetizzazione è aumentata del 30% e la produttività agricola è aumentata di oltre il 2%, (…); tuttavia i benefici della globalizzazione continuano ad essere distribuiti in modo ineguale (…). I problemi ambientali e sanitari sono strettamente intrecciati in una complessa rete di interazioni che comporta la necessità di strategie globali, che però devono essere localmente diversificate per tener conto delle diverse condizioni economiche di partenza e delle specificità socio-culturali” (Corbellini G., in Annunziato P., Calabrò A, Caracciolo L., 2001:199-200). Il Corbellini fa giustamente riferimento ai problemi ambientali sottolineando anche quanto asserito in recenti pubblicazioni della FAO “State of Food Insecurity in the World” del 1999 e di Chrispeels “Biotechnology and the Ooor” del 2002, che “(…) la popolazione globale del pianeta è attualmente di 6 milioni di persone, ma sta rapidamente crescendo. Nel 2020 oscillerà tra 7 miliardi e mezzo e 8 miliardi (Corbellini G., idem:203)”. Sarà quindi ancora più difficile ri-durre il numero di persone che vivono al di sotto della linea di povertà; bisognerà ricercare strade alter-native che consentano una produzione di cibo tale da sfamare il globo. Un tentativo di risoluzione di questo problema è in fase di sperimentazione e si chiama: biotecnologia. Su questa tematica ci sono ancora molti punti oscuri che la scienza sta tentando di chiarire. Il primo “esperimento” in materia fu quello di usare fertilizzanti, pesticidi e altre sostanze chimiche su determinate varietà di piante; tale tecnica fu denominata “ rivoluzione verde”. I risultati furono molto soddisfacenti ma non furono distribuiti equamente. Come dice il Corbellini nella citata relazione “(…) probabilmente queste iniquità hanno contribuito a creare diffidenza verso gli organismi geneticamente modificati (OGM)” (Corbellini G., ibidem:205).
Anche mons. Claudio Celli condivide il legame tra globalizzazione e povertà sostenuto da Corbellini, ma analizza principalmente il ruolo svolto dalle multinazionali nel processo di finanziamento; “le imprese transnazionali nell’epoca della globalizzazione sono sempre meno radicate in un dato Paese e sempre meno legate alla nazione d’origine. I loro interessi in genere non coincidono con quelli degli Stati nazionali né con le loro scelte politiche e sociali (…) Le multinazionali tendono ad assorbire imprese più piccole e ad allargare la propria partecipazione a diversi settori della vita economica, che non hanno http:\\/\\/psicolab.neta a che vedere con la produzione d’inizio” (Celli C., in Annunziato P., Calabrò A, Caracciolo L., 2001:223).
Personalmente ritengo che il ruolo delle multinazionali in teoria sia fondamentale per dare l’imput iniziale allo sviluppo interno delle diverse economie dei paesi in via di sviluppo. In pratica però ciò a cui effettivamente queste imprese mirano è la massimizzazione dei loro profitti sfruttando le risorse territoriali in loco, non reinvestendo gli utili conseguiti in quei mercati e in molti casi favorendo il lavoro minorile. Considero necessaria una partecipazione più attiva dello Stato e di altre istituzioni territoriali nazionali con l’obiettivo di migliorare la situazione di queste popolazioni arretrate.
Celli inoltre distingue le conseguenze positive della globalizzazione da quelle negative. Tra i primi a-spetti inserisce ad esempio la maggiore ripartizione internazionale del lavoro; il fatto che i prezzi tendano a stabilizzarsi e riducendo così le distorsioni generate da mercati protetti; un aumento della produzione, un aumento dei finanziamenti esteri, della tecnologia e così via. Tra gli aspetti negativi invece considera principalmente l’aumento delle disuguaglianze, il danneggiamento in primo luogo dei lavoratori a basse qualifiche, lo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali, e soprattutto il fatto che la globalizzazione rende difficile o addirittura impossibile gestire le politiche economiche e monetarie nazionali.
Franco Cardini invece, focalizza l’attenzione principalmente sul consumismo (Cardini F., in Annunziato P., Calabrò A, Caracciolo L., 2001). Lo storico infatti afferma che già dalla prima rivoluzione industriale l’uomo ha cominciato a produrre più di quanto avesse effettivamente bisogno. Basti pensare al fatto che spesso l’eccesso di molti prodotti viene distrutto per evitare il crollo del prezzo appunto del bene nei diversi mercati (come è accaduto per il burro o per diversi prodotti agricoli). In questo vedo emergere un forte egoismo della società occidentale in contrasto con paesi storicamente sfruttati che vivono nella malnutrizione e nella povertà più assoluta, quest’ultimo elemento dovuto alla volontà dei paesi più forti che da sempre ritengono la loro cultura la migliore, imponendo la loro cultura e le proprie ideologie con la forza.
C’è pure chi, come Stefania Ravazzi e Gianni Geroldi, considera la globalizzazione un fenomeno diso-mogeneo importante per lo sviluppo delle economie mondiali. Questi ritengono che sia necessario non criticare la globalizzazione in quanto tale, ma le politiche che dovrebbero accompagnarla. Un primo fautore dell’ideologia secondo cui il commercio e l’apertura internazionale dei mercati siano un elemento di crescita, è stato sir Dennis Robertson, economista di Cambridge, nel 1940. In seguito Adam Smith sostenne che la crescita riduce la povertà perché nel progresso, quando la società si dirige verso nuove acquisizioni, la condizione del povero che lavora, cioè della grande massa popolare, appare più felice e confortevole.
Uno studioso molto importante, Bhagwati, basandosi su una serie di statistiche sostiene la tesi secondo cui la globalizzazione è innanzitutto un fenomeno criticato principalmente nei paesi ricchi del Nord e che è invece riconosciuta come un fenomeno positivo nel Sud del mondo dove i movimenti no-global tendono a ridursi continuamente (le statistiche fanno riferimento ad un sondaggio portato avanti nel 2002 a New York dopo che furono intervistate circa 25.000 residenti urbani di 25 paesi). Ma non solo. Esso ritiene che anche se l’apertura agli scambi con l’estero è una scelta positiva, non è detto che sia sempre giusto attuarla o realizzarla con rapidità, in quanto ciò potrebbe creare gravi danni. Lo studioso, consapevole del legame che intercorre tra la povertà e la situazione delle donne, considera la globalizzazione un elemento positivo nei confronti di questi due fenomeni. Per quanto riguarda il primo, sostiene che il lavoro minorile sia una piaga delle società che però abbia poco a che fare con la globalizzazione “attuale”, ma sia certamente collegata con il problema della povertà. Infatti, in società povere, i genitori preferiscono a malincuore mandare i figli a lavorare piuttosto che morire di fame. L’analisi economica, secondo Bhagwati, dimostra che una volta che le famiglie ottengono una situazione migliore in termini di reddito, tendono a rimandare i propri figli a scuola in quanto “ l’istruzione dei figli è un bene superiore”; (…) “Con l’aumento del reddito dei genitori, e quindi con una maggiore facilità di accesso al credito, dvrebbe aversi anche un aumento della popolazione scolastica e una riduzione del lavoro minorile” (Bhagwati J., 2005:98).
Un’altra prova a giustificazione del fatto che tanti bambini non vadano a scuola è data dal fatto che spesso le famiglie più povere non hanno accesso al credito. Nonostante il grande successo svolto dal mi-crocredito, ossia un sistema finanziario il quale concede piccoli prestiti alle famiglie più povere (fondato in Bangladesh da Muhamad Junus, fondatore della Greeman Bank) “in cambio” di garanzie diverse da quelle richieste dal classico sistema finanziario, la possibilità di ricevere denaro rimane ancora una opportunità non generalizzata.
Bhagwati analizza anche la situazione femminile considerandola migliorata grazie alla globalizzazione; per spiegare la sua tesi lo scrittore usa come “prova” la situazione delle donne giapponesi le quali vivono in una situazione molto disagiata ma che dagli anni ’90, in seguito allo spostamento e all’emigrazione in altri paesi prendono coscienza del fatto che anch’esse godono di certi diritti.
Tommaso Nannicini nelle sue riflessioni considera il punto di vista di Bhagwati innovativo e lo com-menta dicendo che “ anche se la globalizzazione economica si rivelasse un processo “dal volto umano”, come dice lo scrittore indiano, che allarga la “torta” dei beni e servizi prodotti e favorisce la soluzione di problemi sociali come il lavoro minorile, la discriminazione della donna o lo sfruttamento dell’ambiente, non è detto che la collettività si accontenti dei progressi sociali creati per questa via. Potrebbero essere necessarie, allora, politiche aggiuntive che accompagnino la globalizzazione, distribuendone in maniera ancora più equa i benefici” (Nannicini T., 2005:2).
Conclusioni:
Nell’analizzare i diversi punti di vista degli studiosi relativamente al concetto di globalizzazione e ai suoi legami con la povertà mi sono reso conto che la tematica è sempre più complessa in quanto sia i fautori di questo “movimento” sia gli accaniti oppositori basano le proprie idee su tematiche da prendere assolutamente in considerazione essendo strettamente connesse alla situazione presente e futura della terra. Le disuguaglianze, la biotecnologia, l’ambiente, la salute, l’igiene, il lavoro minorile, la situazione delle donne. Entrambe le “fazioni” però ritengono che la causa del proliferarsi di determinati problemi economici, sociali, culturali siano da attribuire ad una politica internazionale che non regola a dovere lo svolgimento di funzioni fondamentali, tra cui principalmente l’istruzione, le infrastrutture e il ruolo delle istituzioni internazionali.
Ritengo che che attualmente, ma già da molto tempo, non si debba parlare di globalizzazione, ma di “ globocolonizzazione” da parte dell’occidente, il quale ha sempre cercato di imporsi sulle culture diverse. Ritengo inoltre che il ruolo svolto dalla geomediatica sia fondamentale per il raggiungimento di tale sco-po( per geomediatica intendo la capacità delle democrazie di influenzare l’opinione pubblica trasmetten-do continuamente le stesse immagini in modo tale da convincere appunto il pubblico che quell’azione sia giusta). Le misure intraprese dalle Nazioni Unite nei confronti dei paesi più poveri quali la cooperazione multilaterale, bilaterale e multi-bilaterale, insieme ad una maggiore sensibilizzazione delle maggiori isti-tuzioni internazionali( WTO, World Bank, FMI) e una tutela dei finanziamenti esteri nei paesi in via di sviluppo potrebbero essere la svolta per un futuro miglioramento di tanti paesi dal punto di vista economico, sociale, delle culture e delle colture.

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