Da “famiglia danneggiata” a famiglia con risorse
I primi studi sulle famiglie con un membro disabile risalgono alla seconda metà del Novecento e mettevano in luce soprattutto la negatività prodotta, in particolare nella madre, dalla nascita di un bambino con disabilità, e le sue conseguenze sulla rete sociale. Un autore come Farber, negli anni Cinquanta, descriveva tra le reazioni familiari una vera e propria “reazione di lutto” per la perdita simbolica del bambino “normale” immaginato durante l’attesa. La patologia era vista come qualcosa che danneggia la famiglia e ne altera il normale ciclo di vita.
Con il tempo le prospettive si sono modificate, assumendo un taglio più realistico e ottimistico. L’attenzione si è spostata dai soli processi di disadattamento a quelli di riadattamento, e non più solo sulla madre, ma su tutte le figure: padre, fratelli, nonni. Oggi la famiglia è concepita come un complesso ecosistema di relazioni in rapporto continuo e interdipendente con altri sistemi sociali più ampi. Un punto di riferimento di cui si riconoscono le risorse e la forza di ciascun componente, forza che gli interventi cercano di potenziare.
Le teorie che valorizzano la famiglia
L’enfasi sulle potenzialità della famiglia trova fondamento in alcune teorie psico-sociali. Eugenia Scabini ne ha individuate due in particolare: la “teoria del ciclo di vita”, che studia gli eventi normativi legati alle diverse tappe della vita familiare, come la nascita di un figlio; e la “teoria dello stress familiare e della sua gestione”, che si concentra sugli eventi non normativi e imprevedibili, come una malattia.
Una famiglia che si adatta positivamente a una situazione difficile diventa poi capace di intervenire al meglio anche in ambito educativo: rinnova le proprie risorse, si motiva, comprende meglio sé stessa. Perché ciò avvenga occorre che siano soddisfatti bisogni fondamentali, di sostegno affettivo, sicurezza, cura, sviluppo della personalità, e che la forza positiva del nucleo sia attivata da stimoli e opportunità interne ed esterne.
I momenti critici del ciclo di vita
La ricerca ha individuato alcuni momenti particolarmente critici per le famiglie con un figlio disabile, diversi da quelli delle altre famiglie:
- il momento della diagnosi;
- il momento in cui un fratello o una sorella più piccoli superano il figlio con disabilità per competenze e prestazioni;
- la scelta di un percorso educativo o di accoglienza adeguato;
- l’arrivo della pubertà, che porta con sé il tema della sessualità;
- la ricerca di soluzioni per l’età adulta, quando i genitori, per età o salute, non possono più occuparsene direttamente.
Conoscere questi passaggi aiuta educatori e operatori a costruire un rapporto empatico e a sostenere la famiglia proprio quando la tensione è più alta.
Cosa favorisce un adattamento positivo
Il benessere del nucleo dipende da molte variabili intrecciate. Diverse ricerche hanno mostrato che le madri di bambini con disabilità possono soffrire di depressione per il carico di tensioni, e che questo stress è legato più a fattori soggettivi e psicologici che ad aspetti puramente oggettivi.
Tra le fonti di forza che favoriscono un buon adattamento si possono raggruppare alcuni fattori chiave:
- Risorse concrete: condizioni economiche, stato di salute del figlio, disponibilità di cure, terapie e interventi educativi e psicologici efficaci.
- Rete di supporto: servizi e operatori sensibili ai bisogni dei familiari, una rete informale di parenti e amici, e la sensibilità generale della comunità, che rafforza il senso di appartenenza.
- Risorse relazionali interne: qualità della relazione coniugale, flessibilità dei ruoli, buone capacità comunicative ed educative, accordo tra i membri, attaccamento al figlio.
- Risorse personali: autostima, consapevolezza dei propri limiti e potenzialità, capacità di problem solving, stabilità psicologica, valori e ideali di riferimento.
Il ruolo dell’educatore, in questo quadro, è andare oltre la patologia per far emergere fattori costruttivi: credere nelle potenzialità dell’altro significa dargli credito, responsabilità e autonomia. Una famiglia con maggiore autostima e più consapevole delle proprie risorse è facilitata nel percorso di crescita del figlio.
Una rete di sostegno per tutto il ciclo di vita
Il sostegno alla famiglia deve configurarsi come una “rete” il più possibile ampia, che attivi la partecipazione sinergica di più attori: servizi formali, con operatori e tecnici, e fonti informali di supporto come altre famiglie, associazioni, gruppi di mutuo-aiuto, volontari, parrocchie e realtà del territorio.
La ricerca ha però evidenziato un rischio: la qualità dell’aiuto professionale tende a diminuire con l’aumentare dell’età della persona con disabilità. Genitori di adolescenti e giovani adulti risultano spesso molto meno supportati di quelli dei bambini piccoli. È un dato che richiama l’importanza di una rete di sostegno, territoriale e nazionale, che accompagni la famiglia lungo tutto il percorso esistenziale, e non solo nella prima infanzia.
Il “Parent Training” e la centralità educativa della famiglia
La presenza di un figlio con disabilità richiede solidi principi educativi e competenze specifiche, che un genitore non adeguatamente sostenuto e “formato” difficilmente può esprimere da solo. Per questo diventano preziosi sostegni esterni, come associazioni e istituzioni, che aiutino la famiglia ad apprendere come potenziare le abilità del figlio o ridurre eventuali comportamenti problematici.
In questa direzione si collocano i programmi di Parent Training, sviluppatisi negli ultimi decenni per incrementare il benessere di tutti i membri del nucleo. L’obiettivo è valorizzare le competenze educative dei genitori, dotandoli di strumenti di osservazione e intervento, così che la famiglia possa riappropriarsi del proprio valore pedagogico ed educativo senza delegarlo interamente ad altri. La famiglia, insomma, non come problema da gestire, ma come protagonista competente della crescita del figlio.
Domande frequenti
Come è cambiato lo sguardo sulle famiglie con un figlio disabile?
I primi studi sottolineavano soprattutto la sofferenza e il “danno” prodotto dalla nascita di un bambino con disabilità. Oggi la famiglia è vista come un ecosistema di relazioni ricco di risorse, capace, se sostenuto, di un adattamento positivo che valorizza le potenzialità di ogni membro.
Quali sono i momenti più critici per queste famiglie?
Tra i passaggi più delicati ci sono la diagnosi, il momento in cui un fratello più piccolo supera il figlio con disabilità, la pubertà con il tema della sessualità e la ricerca di soluzioni per l’età adulta, quando i genitori non possono più occuparsene direttamente.
Cosa aiuta un adattamento positivo?
Contano risorse concrete (cure, terapie, condizioni economiche), una rete di supporto formale e informale, buone relazioni interne alla famiglia e risorse personali come autostima, capacità di problem solving e stabilità psicologica. Lo stress materno, in particolare, dipende molto da fattori soggettivi.
Che cos’è il Parent Training?
È un insieme di programmi che formano i genitori dotandoli di strumenti di osservazione e intervento. L’obiettivo è valorizzare le competenze educative della famiglia, così che possa sostenere attivamente la crescita del figlio senza delegare interamente il proprio ruolo pedagogico.
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