Psicologia Clinica e Psicopatologia

La cultura visuale: la rilevanza dell’immagine

La percezione dell’immagine, ce lo dice già la Gestalt, è un processo cognitivo e sensibile allo stesso tempo, e opera cogliendo la forma in modo totale, come insieme strutturato di elementi. La semiotica planare ha poi iniziato a interpretare i linguaggi che fanno uso di un supporto bidimensionale: da qui la differenziazione del testo visivo […]

Psicolab — La cultura visuale: la rilevanza dell’immagine
La percezione dell’immagine, ce lo dice già la Gestalt, è un processo cognitivo e sensibile allo stesso tempo, e opera cogliendo la forma in modo totale, come insieme strutturato di elementi. La semiotica planare ha poi iniziato a interpretare i linguaggi che fanno uso di un supporto bidimensionale: da qui la differenziazione del testo visivo su due livelli, quello figurativo e quello plastico.

Un’esperienza sempre più visuale

L’esperienza umana è oggi più visuale e visualizzata di quanto lo sia mai stata nel passato. La visualizzazione della vita quotidiana, però, non determina necessariamente la comprensione di ciò che vediamo, come dimostra lo scarto tra la proliferazione dell’esperienza visuale della nostra cultura postmoderna e la capacità di analizzare questo dato.

Questo è un assunto di Nicholas Mirzoeff, che in un famoso saggio del 1999 dedicato alla visual culture sostiene, con vigore e profondità argomentativa, come oggi la forma primaria di approccio e comprensione del mondo sia visuale, e non più testuale come è stato per secoli.

La visual culture, di per sé, riguarda gli eventi visivi in cui il destinatario ricerca informazione, significato o piacere attraverso un’interfaccia di tecnologia visuale. Per tecnologia visuale si intende ogni genere di dispositivo ideato sia per essere osservato sia per aumentare la visione naturale, dalla pittura a olio alla televisione a internet. Il fascino del visuale, i cui effetti hanno caratterizzato il modernismo, ha dato vita a una cultura postmoderna che è tale soprattutto quando è visuale.

Visualizzare ciò che non è visivo

Una delle caratteristiche più sorprendenti della nostra società attuale è la crescente tendenza a visualizzare cose che di per sé non sarebbero visive. Alleata di questo movimento intellettuale è la crescente capacità tecnologica di rendere visibile ciò che i nostri occhi non potrebbero vedere da soli.

La notevole capacità di assorbire e interpretare l’informazione visiva è infatti la base della società industriale, e sta diventando ancora più importante nell’era dell’informazione. Non è un normale attributo umano, ma una capacità appresa relativamente di recente. La cultura visuale, dunque, non dipende dalle immagini in sé, ma dalla tendenza moderna a rassicurare o visualizzare l’esistenza.

Parliamo ad esempio dei computer. Propriamente, queste macchine non fanno parte degli strumenti visivi: elaborano i dati utilizzando un sistema binario di uno e zero, mentre il software rende i risultati comprensibili all’utente umano. I primi linguaggi informatici, come l’ASCII e il Pascal, erano decisamente testuali e richiedevano nozioni che non erano intuibili, ma dovevano essere apprese. La cultura occidentale ha sempre privilegiato la lingua parlata, considerandola la più alta forma di pratica intellettuale, e ha trattato le rappresentazioni visive come spiegazioni di seconda qualità delle idee.

Dal mondo come testo al mondo come immagine

Durante i secoli si è però assistito a un cambiamento, che ha sviluppato quella che Mitchell ha chiamato teoria dell’immagine: il fatto cioè che alcuni settori della filosofia e della scienza occidentali siano giunti ad adottare una visione del mondo illustrata piuttosto che testuale. Il mondo come testo è stato perciò sostituito dal mondo come immagine. La cultura visuale fa sì che la nostra attenzione non sia più orientata verso contesti visivi strutturati e formali, ma verso la centralità dell’esperienza visuale nella vita quotidiana.

Le parti costitutive della cultura visuale non sono delimitate tanto dal mezzo, quanto da un interscambio sensoriale e di informazione tra osservatore e osservato, che può essere definito evento visivo. L’evento visivo è dunque un’interazione tra il segnale visivo, la tecnologia che in origine supporta quel segnale e l’osservatore.

L’impostazione semiotica che divide il segno in due parti, il significante, cioè ciò che si vede, e il significato, cioè ciò che significa, interpreta il senso di un disegno come rappresentazione di un albero non perché esso sia in qualche modo un albero, ma perché chi lo guarda concorda sul fatto che rappresenti un albero. È perciò possibile, ed è di fatto avvenuto, che i modi di rappresentare cambino nel tempo, o vengano messi in discussione da altri mezzi di rappresentazione. In breve, e oggi più che mai nei new media, vedere non è credere, ma interpretare.

L’immediatezza sensoriale e l’effetto realtà

L’elemento fondamentale che rende tutte le immagini visive diverse dai testi è la loro immediatezza sensoriale. È questo surplus di esperienza che porta i diversi elementi del segno visivo, o del circuito semiotico, in relazione l’uno con l’altro.

Nell’epoca dell’immagine manipolata e computerizzata sembra ormai ovvio che le immagini siano rappresentazioni, non realtà in sé. Le convenzioni usate per rendere un’immagine intelligibile non sono necessariamente vere in senso scientifico, e variano a seconda dei tempi e dei luoghi. Le immagini sono determinate non da qualche magica affinità con il reale, ma dalla loro capacità di produrre quello che Roland Barthes chiama effetto realtà. La chiave della cultura visuale è infatti l’intelligibilità, non la compatibilità con il pensiero scientifico: il netto parallelismo tra conoscenza scientifica e rappresentazione visiva, a un’analisi più ravvicinata, non tiene.

Il caso della prospettiva

La prospettiva, ad esempio, non fu un unico sistema condiviso, ma un complesso di strategie di rappresentazione che variavano dai divertimenti popolari agli effetti geometrici agli strumenti di organizzazione sociale.

Fino al Seicento gli europei non sapevano ancora se l’occhio funzionasse assorbendo raggi di luce dall’esterno, la cosiddetta intromissione, oppure emettendone di propri per percepire la realtà esterna, l’estromissione. A dire il vero lo studioso arabo Alhazen aveva già risolto la questione nell’undicesimo secolo, prestando attenzione alle immagini che si possono vedere a occhi chiusi dopo aver guardato un oggetto luminoso come il sole. Gli europei conoscevano la sua opera, ma ci vollero seicento anni perché raggiungessero le stesse conclusioni: non erano realmente interessati al problema. Che cosa facesse l’occhio era irrilevante; ciò che importava erano l’intelletto e l’anima. I sensi facevano parte del fallibile corpo umano, mentre l’anima era divina.

Tornando alla prospettiva, l’uso rinascimentale di essa ha certamente cambiato l’aspetto delle immagini, ma questo mutamento non ha comportato un nuovo atteggiamento nei confronti della percezione della realtà. La prospettiva non è importante perché mostra come noi vediamo realmente, questione con cui gli psicologi continuano a essere alle prese, ma perché ci permette di ordinare e controllare ciò che vediamo.

Sistemi diversi, scopi diversi

La visual culture non riflette il mondo esterno, e nemmeno si adegua semplicemente a concetti creati altrove: è uno strumento per interpretare il mondo visivamente. I sistemi di rappresentazione non sono in effetti superiori o inferiori, ma assolvono semplicemente a scopi diversi.

Mentre gli occidentali, dal quindicesimo secolo in poi, hanno ritenuto che la prospettiva monofocale fosse un modo naturale di rappresentare lo spazio, gli artisti cinesi avevano saputo creare l’illusione della profondità fin dal decimo secolo. Tuttavia essi realizzarono anche grandi decorazioni pittoriche le cui numerose immagini non possono essere viste contemporaneamente, e di certo non da un solo punto. Il potere della corte imperiale cinese si basava infatti su un diverso sistema di potere e conoscenza, che non richiedeva il punto di vista prospettico. Era comune, per gli artisti medievali giapponesi, adottare convenzioni piatte dello spazio pittorico, che in Occidente sono considerate moderne.

Il tratto distintivo della prospettiva occidentale non era la sua capacità di rappresentare lo spazio, ma la scelta di un singolo punto di vista. E la prospettiva non è il solo esempio possibile: l’anamorfosi ne è contigua e quasi speculare. L’immagine, in ogni caso, non è realtà: è piuttosto un segno della realtà, e attua un processo di selezione di quegli aspetti che rendono il senso di un oggetto.

Domande frequenti

Che cos’è la visual culture secondo Mirzoeff?

Riguarda gli eventi visivi in cui il destinatario cerca informazione, significato o piacere attraverso un’interfaccia di tecnologia visuale. Per Mirzoeff, oggi la forma primaria di comprensione del mondo è visuale e non più testuale.

Che cos’è l’effetto realtà?

Un concetto di Roland Barthes: le immagini convincono non per una magica affinità con il reale, ma per la capacità di produrre l’impressione di realtà. La chiave della cultura visuale è l’intelligibilità, non la verità scientifica.

Perché la prospettiva è importante?

Non perché mostri come vediamo davvero, ma perché permette di ordinare e controllare ciò che vediamo. Il suo tratto distintivo non è la capacità di rappresentare lo spazio, che altre culture avevano, ma la scelta di un singolo punto di vista.

I diversi sistemi di rappresentazione sono migliori o peggiori tra loro?

No. Non sono superiori o inferiori, ma assolvono scopi diversi. La prospettiva monofocale occidentale e le convenzioni spaziali cinesi o giapponesi rispondono a differenti sistemi di potere e conoscenza.

La cultura visuale non è la semplice abbondanza di immagini, ma un modo di interpretare il mondo, appreso e storicamente recente. Le immagini non riflettono la realtà: la significano, producendo un effetto realtà che dipende da convenzioni mutevoli. Per questo, come mostra la prospettiva, un sistema di rappresentazione non è più vero di un altro: serve a ordinare ciò che vediamo, e vedere non è credere, ma interpretare.
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