Dal computer agli esseri umani
Il percorso di studi di Giacobbe, dalla laurea in filosofia alla specializzazione in psicologia, nasce da una scelta netta. “Mi sono stancato di lavorare con i computer, avevo finito per insegnare linguaggi di programmazione, e volevo lavorare con gli esseri umani”, racconta. Un passaggio che segna il senso di tutta la sua attività successiva: mettere la conoscenza al servizio delle persone e del loro benessere concreto. Le sue aree di interesse riflettono questa vocazione: filosofie orientali, psicologia e psicoterapia.
Far dialogare Oriente e Occidente
Uno dei tratti distintivi del suo lavoro è l’integrazione tra l’approccio psicologico occidentale e quello più olistico orientale. È possibile far comprendere a noi occidentali la cultura e la “filosofia di vita” orientale? Giacobbe non ha dubbi: “Sì, l’ho fatto vedere nei miei libri”. E alla domanda se la psiche occidentale possa davvero comprendere gli insegnamenti della filosofia orientale, risponde con un secco “certamente”.
Prendendo spunto da uno dei suoi libri, cosa significa allora “diventare un Buddha”? Per Giacobbe la risposta è tutt’altro che astratta: significa “raggiungere uno stato di serenità interiore, di gioia di vivere e di amore”. Non un traguardo mistico riservato a pochi, ma una condizione di equilibrio a cui ciascuno può tendere.
Il rapporto con la grande tradizione junghiana, che tanto si è interessata all’Oriente, è di rispetto ma anche di distinzione. Giacobbe conosce gli scritti di Jung sul mandala e sul fiore d’oro, ma osserva: “L’orientamento di Jung è fondamentalmente filosofico e metafisico; il mio è esclusivamente clinico”. Sul piano teorico si dichiara d’accordo con Jung anche a proposito della sincronicità, ma la sua bussola resta la pratica, non la speculazione.
Perché ci facciamo tante “seghe mentali”
Il successo clamoroso di “Come smettere di farsi le seghe mentali” ha portato Giacobbe all’attenzione di un pubblico vastissimo. Se lo aspettava? “Sì, ma non in questa misura”. E cosa è cambiato nella sua vita da quel successo? “Una vita sociale più intensa e una sicurezza economica”.
Ma perché ci facciamo così tante “seghe mentali”? Quali sono le cause di quel rimuginare continuo che affatica la mente? La spiegazione che Giacobbe offre, e che sviluppa nel libro, è chiara: “Perché la nostra memoria accumula frustrazioni e traumi e ce li rimanda sotto forma di pensieri”. I pensieri ossessivi, in questa prospettiva, non sono un difetto morale né un segno di debolezza, ma il modo in cui la mente rielabora e restituisce ciò che ha immagazzinato. Comprenderne il meccanismo è il primo passo per non esserne più prigionieri.
La psicoanalisi è morta?
Si dice spesso che la psicoanalisi sia morta. Cosa ne pensa un clinico con vent’anni di esperienza? La risposta di Giacobbe è basata sui numeri della sua pratica: “In vent’anni di attività clinica ho visto soltanto due casi di nevrosi traumatica di tipo freudiano”. Un dato che, ai suoi occhi, ridimensiona fortemente la centralità che la nevrosi classica ha avuto nella teoria.
Questo non significa buttare via l’eredità di Freud. È possibile salvare il lavoro dello psicoanalista viennese e dei suoi seguaci? “Certo”, riconosce Giacobbe: “esso serve egregiamente per le nevrosi traumatiche, che però sono il 5% delle nevrosi oggi presenti”. Un giudizio pragmatico: la psicoanalisi conserva una sua efficacia per una fascia specifica e ristretta di disturbi, mentre la maggior parte del disagio contemporaneo richiede altri strumenti.
Fare lo psicologo in Italia e divulgare
Fare lo psicologo clinico in Italia è possibile? Per Giacobbe sì, “perché il disagio è molto diffuso”: una constatazione che dice molto sulla domanda di benessere psicologico nel nostro Paese. E consiglierebbe a un giovane di studiare psicologia e poi specializzarsi in psicoterapia? La risposta è affermativa, senza esitazioni.
In questa cornice si capisce anche il senso che Giacobbe attribuisce alla divulgazione scientifica. Per lui divulgare significa una cosa molto concreta: “Aiutare le persone che hanno disagi e problemi”. Non un esercizio di stile o una vetrina accademica, ma un servizio, coerente con la scelta iniziale di lavorare con gli esseri umani più che con le astrazioni.
Il libro sulla psiche maschile
Tra le sue opere spicca un titolo volutamente provocatorio, “Come diventare bella, ricca e stronza”, presentato come un manuale d’istruzioni per conoscere la psiche maschile. Perché un libro del genere? “Perché le donne ne hanno assolutamente bisogno”, risponde Giacobbe. Il titolo tocca due ambiti considerati superficiali e uno percepito come negativo: perché questa scelta, invece di scavare nelle profondità dell’animo? La replica è disincantata: “Il mio libro si propone soltanto di far capire alle donne come si conquistano gli uomini e come gli uomini sono fatti. Considerare questo superficiale o no dipende dai punti di vista”.
Quanto ai progetti futuri, Giacobbe non ha grandi rivelazioni: continuare a scrivere libri. Una risposta che riassume bene la sua idea di lavoro intellettuale come strumento pratico e continuativo di aiuto.
Domande frequenti
Chi è Giulio Cesare Giacobbe?
È un autore laureato in filosofia e specializzato in psicologia, con una lunga esperienza clinica. È diventato noto al grande pubblico con il bestseller “Come smettere di farsi le seghe mentali”, in cui unisce psicologia occidentale e filosofie orientali.
Cosa intende Giacobbe per “diventare un Buddha”?
Non un traguardo mistico, ma il raggiungimento di uno stato di serenità interiore, gioia di vivere e amore. Una condizione di equilibrio psichico che considera accessibile a chiunque, coerente con la sua impostazione clinica e non metafisica.
Perché, secondo Giacobbe, ci facciamo tante “seghe mentali”?
Perché la memoria accumula frustrazioni e traumi e li restituisce sotto forma di pensieri ricorrenti. Il rimuginare non è un difetto morale, ma un meccanismo della mente: capirlo è il primo passo per liberarsene.
Qual è la sua posizione sulla psicoanalisi?
La ritiene ancora valida ma per un ambito ristretto: le nevrosi traumatiche di tipo freudiano, che nella sua esperienza rappresentano circa il 5% dei casi. Per il resto del disagio contemporaneo servono, a suo avviso, strumenti diversi.
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