Psicologia Clinica e Psicopatologia

L'Infermiere in Terapia Intensiva

In terapia intensiva il carico psicologico non riguarda solo chi è ricoverato. Coinvolge i familiari, con effetti che durano mesi, e il personale, con conseguenze che ricadono sui pazienti stessi. Articolo divulgativo, non indicazione clinica. Chi è ricoverato Il ricovero in area critica ha effetti che si estendono oltre la dimissione, riconosciuti come sindrome post-terapia […]

Psicolab — L'Infermiere in Terapia Intensiva
In terapia intensiva il carico psicologico non riguarda solo chi è ricoverato. Coinvolge i familiari, con effetti che durano mesi, e il personale, con conseguenze che ricadono sui pazienti stessi.
Articolo divulgativo, non indicazione clinica.

Chi è ricoverato

Il ricovero in area critica ha effetti che si estendono oltre la dimissione, riconosciuti come sindrome post-terapia intensiva.

Comprende tre componenti: debolezza muscolare e ridotta autonomia, difficoltà cognitive (attenzione, memoria, funzioni esecutive) e sintomi psicologici, fra cui ansia, depressione e sintomi post-traumatici.

Un elemento è particolarmente rilevante: il delirium, uno stato confusionale acuto molto frequente in questi reparti, è associato a esiti cognitivi peggiori a distanza. E i ricordi che ne derivano (spesso frammentari e persecutori) sono fra i predittori più forti di sintomi post-traumatici successivi.

Ciò che riduce il delirium è in buona parte ambientale: orientamento temporale, mobilizzazione precoce, riduzione della sedazione dove possibile, protezione del sonno, presenza dei familiari.

Il diario

Merita una menzione perché è un intervento semplice con riscontro.

Un diario tenuto da personale e familiari, che racconta giorno per giorno cosa è accaduto, e restituito dopo la dimissione, è associato a una riduzione dei sintomi post-traumatici.

La spiegazione è coerente con quanto sappiamo: fornisce una narrazione coerente che sostituisce ricordi frammentari e spaventosi.

I familiari

È la parte più sottovalutata.

I familiari di persone ricoverate in area critica mostrano tassi elevati di ansia, sintomi depressivi e sintomi post-traumatici, che persistono per mesi dopo la dimissione o il decesso.

I fattori associati sono identificabili, e in gran parte organizzativi: informazione insufficiente o incoerente fra operatori diversi, coinvolgimento nelle decisioni percepito come inadeguato (sia troppo scarso sia eccessivo) e restrizioni di accesso.

Gli interventi con effetti misurati riguardano proprio questi punti: colloqui programmati anziché occasionali, materiale scritto, e (nelle situazioni di fine vita) un colloquio strutturato con tempo dedicato all’ascolto.

Un dato pratico: nei colloqui in area critica il tempo di parola del personale è di norma nettamente superiore a quello dei familiari, e una maggiore quota di ascolto è associata a esiti migliori.

Il personale

Il carico su chi lavora in questi reparti è documentato ed è il più alto fra le aree ospedaliere.

Vanno distinte due condizioni.

L’esaurimento professionale, legato a carichi, turni e organici, associato a maggiore probabilità di errore e minore soddisfazione dei pazienti.

Il danno morale, che è specifico di questi contesti: la sofferenza di chi sa cosa sarebbe appropriato fare e non può farlo, per risorse, per decisioni prese altrove, per l’obbligo di proseguire trattamenti che ritiene sproporzionati.

La distinzione conta perché il secondo non risponde al riposo: non è una questione di energie ma di conflitto fra ciò che si fa e ciò che si ritiene giusto.

Cosa funziona

Gli interventi rivolti all’individuo (gestione dello stress, tecniche di consapevolezza) hanno effetti piccoli.

Quelli sull’organizzazione (rapporto fra personale e pazienti, prevedibilità dei turni, margine decisionale, partecipazione alle decisioni cliniche) ne hanno di maggiori.

Sono efficaci anche gli spazi strutturati di discussione dei casi difficili, purché separati dalla valutazione individuale, e i percorsi di consulenza etica per le decisioni di fine vita, che riducono proprio il danno morale.

Va infine detto che proporre corsi antistress in un reparto sotto organico sposta su chi lavora un problema strutturale, e viene percepito come tale.

Domande frequenti

Cosa resta dopo un ricovero in terapia intensiva?

Possono persistere debolezza fisica, difficoltà cognitive e sintomi psicologici. I ricordi frammentari legati al delirium sono fra i predittori più forti di sintomi post-traumatici.

Cos’è il diario di degenza?

Un racconto quotidiano tenuto da personale e familiari, restituito dopo la dimissione: è associato a una riduzione dei sintomi post-traumatici perché sostituisce ricordi frammentari con una narrazione coerente.

Cosa aiuta i familiari?

Colloqui programmati anziché occasionali, materiale scritto e più spazio di ascolto: nei colloqui il tempo di parola del personale è di norma molto superiore, e ribilanciarlo migliora gli esiti.

Cos’è il danno morale?

La sofferenza di chi sa cosa sarebbe appropriato fare e non può farlo. Non risponde al riposo, perché non è una questione di energie.

Il carico dell’area critica si distribuisce su tre soggetti. Per chi è ricoverato pesano soprattutto i ricordi frammentari legati al delirium, e un diario di degenza restituito dopo riduce i sintomi post-traumatici. Per i familiari contano informazione coerente, colloqui programmati e più ascolto: il tempo di parola del personale è di norma sproporzionato. Per chi lavora vanno distinti esaurimento e danno morale: il secondo non si risolve riposando, e gli interventi che funzionano sono organizzativi, non individuali.
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