Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Infanzia, Fanciullezza-Preadolescenza, Adolescenza

Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza il rapporto tra genitori e figli attraversa una trasformazione profonda. Dopo i dodici anni il ragazzo comincia a differenziarsi, e questa distanza, se compresa, non è un problema ma un segno di crescita. La sfida educativa sta nel non trasformare la fisiologica divergenza in devianza: un obiettivo che si gioca, come […]

Psicolab — Infanzia, Fanciullezza-Preadolescenza, Adolescenza
Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza il rapporto tra genitori e figli attraversa una trasformazione profonda. Dopo i dodici anni il ragazzo comincia a differenziarsi, e questa distanza, se compresa, non è un problema ma un segno di crescita. La sfida educativa sta nel non trasformare la fisiologica divergenza in devianza: un obiettivo che si gioca, come una partita, segnando alcuni punti decisivi.

Dall’armonia alla divergenza: cosa cambia dopo i dodici anni

Durante il primo periodo, quello dell’infanzia e della fanciullezza, il bambino cresce vicino ai propri genitori, ne fa i propri modelli e vive in armonia con loro, con le loro idee e i loro suggerimenti, senza metterli in discussione. Tutto questo cambia dopo i dodici anni, quando le idee del ragazzo iniziano a divergere da quelle dei genitori: solo dopo una piena realizzazione di tale divergenza potrà tornare la sintonia.

La divergenza consiste nel desiderio di autonomia e di indipendenza, e si manifesta nello sviluppo di una personalità propria, con idee e gusti personali. È una manifestazione che dovrebbe rendere felici i genitori, perché rappresenta un segno positivo di crescita e non un attacco alla loro autorità.

Divergenza non è devianza

Tutt’altra cosa è la devianza, che consiste in un allontanamento marcato del figlio, il quale si contrappone radicalmente ai genitori rifiutando i valori che essi rappresentano. Distinguere le due dinamiche è fondamentale: la prima è fisiologica e reversibile, la seconda è una rottura che espone a rischi ben più seri. I mezzi per evitare che la divergenza scivoli nella devianza si comprendono bene attraverso una metafora sportiva.

La metafora della partita di calcio

Una squadra che abbia segnato alcuni gol nel primo tempo affronterà meglio il secondo, e anche le eventuali novità negative, come l’infortunio del miglior giocatore. Allo stesso modo, i genitori che hanno costruito buoni rapporti negli anni dell’infanzia arriveranno all’adolescenza con un vantaggio. È fondamentale ricordare che il genitore gioca la partita non contro il figlio, ma contro il pericolo di fallire nel proprio compito genitoriale. E in ogni partita che si dica tale, per risultare vincitori, è necessario segnare dei punti: nel nostro caso, quattro punti diversi e ugualmente importanti.

I quattro punti da segnare

1. Farsi voler bene

Entrambi i genitori devono riuscire a essere figure con una valenza positiva e stabile, percepite dal figlio come parte del suo “io psicologico”. I confini di questo io si espandono grazie a rapporti affettivi positivi con altre persone o con attività verso cui si prova un interesse stabile; al contrario, ciò che è oggetto di un rapporto affettivo negativo lo limita, e alcuni rapporti possono restare ambivalenti. L’importanza di questa espansione non è subito evidente, ma si comprende quando, nel processo di crescita, il ragazzo incontra difficoltà affettive, momenti critici, decisioni da prendere. Il bambino stabilisce rapporti positivi con chi lo aiuta a crescere, gli dà informazioni, stimoli e possibilità di fare esperienze, valorizza il lato positivo delle sue prestazioni e lo aiuta a conoscersi meglio. Ottenere questo punto significa fare in modo che i contrasti tipici dell’adolescenza restino tempeste superficiali su una base solida di rapporti profondi, garantendo il ritorno all’armonia e la permanenza del sentimento di appartenenza reciproca.

2. Promuovere l’autonomia

Il secondo punto consiste nel favorire lo sviluppo graduale della capacità di affrontare e risolvere da solo alcuni problemi, quelli adeguati al livello di sviluppo del ragazzo, potendo comunque contare sull’aiuto di qualcuno. Promuovere l’autonomia significa anche insegnare a reagire bene agli insuccessi senza rinunciare subito, riflettendo sulle ragioni dell’insuccesso e sviluppando una capacità di analisi utile e necessaria. Riuscirci permette al ragazzo di fronteggiare meglio i problemi personali e interpersonali dell’adolescenza, senza subire la pressione al conformismo e all’accettazione acritica delle decisioni prese dal gruppo.

3. Promuovere interessi e atteggiamenti positivi

Il terzo punto riguarda la promozione di atteggiamenti come la fiducia in se stessi, la disponibilità a mettersi in discussione, la curiosità, la flessibilità, il rispetto, l’ascolto dell’altro, l’obiettività e l’empatia. Il modo migliore per svilupparli nei figli è viverli in prima persona, secondo il principio per cui educhiamo i nostri figli già con ciò che diciamo, ma ancor più con ciò che siamo e con come ci comportiamo. La ricchezza di interessi è fondamentale in adolescenza: non lascia spazio al senso di vuoto e alla noia, condizioni che favoriscono la devianza, la delinquenza e la tossicodipendenza.

4. Stabilire un buon rapporto con la scuola

Il quarto punto è costruire un buon rapporto con la scuola e con gli insegnanti, per promuovere una conoscenza reciproca utile ai fini educativi e per creare una partecipazione globale e costante. In questo modo il ragazzo percepisce continuità e comunanza di interesse nei suoi confronti, sentendo che gli adulti che lo circondano condividono lo stesso obiettivo.

Il super-io e la voce interiore

Questi quattro punti segnati dai genitori doteranno il figlio dello strumento di difesa più importante: la voce interna che la psicoanalisi chiama super-io, ossia la voce della coscienza. In larga misura essa deriva da quella che era prima la voce dei genitori, una voce che diventa interiore quando si è vissuto con loro un rapporto buono. È questo il lascito più duraturo di una buona relazione educativa: non un controllo esterno, ma una bussola che il ragazzo porta dentro di sé.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra divergenza e devianza?

La divergenza è la fisiologica ricerca di autonomia che compare dopo i dodici anni, con lo sviluppo di idee e gusti propri: è un segno di crescita. La devianza è invece una contrapposizione radicale, con il rifiuto dei valori dei genitori.

Cosa significa la metafora della partita di calcio?

Significa che i genitori che hanno costruito buoni rapporti negli anni precedenti affrontano meglio le difficoltà dell’adolescenza. E ricorda che il genitore non gioca contro il figlio, ma contro il rischio di fallire nel proprio compito.

Quali sono i quattro punti da segnare?

Farsi voler bene, promuovere l’autonomia, promuovere interessi e atteggiamenti positivi e stabilire un buon rapporto con la scuola. Insieme costruiscono una base solida su cui poggia la crescita del ragazzo.

Perché la ricchezza di interessi protegge in adolescenza?

Perché non lascia spazio al senso di vuoto e alla noia, che sono condizioni favorevoli alla devianza, alla delinquenza e alla tossicodipendenza. Coltivare passioni stabili è quindi una forma di prevenzione.

L’adolescenza mette alla prova il legame costruito negli anni dell’infanzia. Distinguere la divergenza dalla devianza, e investire su quattro punti (farsi voler bene, promuovere autonomia, coltivare interessi e atteggiamenti positivi, collaborare con la scuola) significa aiutare il figlio a interiorizzare una voce della coscienza propria. È questo, più di ogni regola imposta, a proteggerlo davvero.
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