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Occhi spenti sull’Universo: Gli Indifferenti di Moravia

Breve Estratto

“Una forte quercia si staglia nella vallata del Novecento letterario nazionale (W. Pedullà, Moravia, il grande novelliere, 1994) …
Non si può cancellare il ruolo veramente centrale dello “scrittore più impegnato nello studio delle patologie sociali e psicologiche dell’uomo storico vissuto tra autarchia fascista e democrazia tardo-capitalistica” (W. Pedullà, Moravia, ibidem) della cultura italiana, né si possono dimenticare i suoi interventi su tutti i problemi più urgenti nel campo letterario, filosofico, politico dell’epoca. Il “grigio narratore, condizionato negativamente da un generico e generale impulso svalutativo” (Silverio Novelli, Moravia, la parola di chi sa, in www.treccani.it), “relegato da cento anni all’orizzonte dei suoi stessi INDIFFERENTI” (W. Pedullà, Moravia, ibidem), declassato spesso a “radiologo del sesso, noioso ripetitore, tra infinite variazioni, della eviscerazione di interni e interiora medio e alto borghesi operata nel capolavoro capostipite” (Renato Barilli, Moravia dall’ indifferenza alla noia, 1964), ritenuto inadeguato alle giovani menti degli adolescenti, si riscatta, facendo risorgere dalle ceneri l’immagine dell’uomo in tutta la sua essenza.
Ecco ALBERTO MORAVIA (1907-1990), che, con geniale acutezza e sguardo penetrante, “nec spe nec metu” (Anonimo, I sec. A.C.), né con speranza né con timore, si è prefisso con i suoi INDIFFERENTI (1929), “opera matriciale in cui sono sintetizzati tutti i dati dell’universo narrativo, ideologico e morale dell’autore” (Renato R. Barilli, ibidem), di far uscire l’Italia dalle secche della fine ‘800 e lasciare un modello a quanti riescono a penetrare nella tessitura capillare delle microstorie rasppresentate.
Sedici capitoli serrati e linguaggio asciutto per SCOLPIRE in ipotiposi un mondo chiuso e soffocante, quello borghese, di cui, con lucido disprezzo e disincantata crudeltà, coglie lo sfacelo, l’ipocrisia, le meschinità, la menzogna … RICOSTRUIRE le varie personalità attraverso i dialoghi del tutto congegnati con frasi stereotipate, contrassegnando l’enciclopedia delle sciocchezze della conversazione medio-borghese (E. Sanguineti, Alberto Moravia, 1962) … ERGERSI contro l’indifferenza, continuamente reiterata in poliptoto per adombrare uno stato morale precario nato dalla consapevolezza di essere inadatti a condurre una vita aproblematica in una società priva di valori autentici e senza alcuna speranza di rinnovamento, metafora di un contesto teso all’autodistruzione, metafora del Fascismo … STIGMATIZZARE “l’uomo che se ne va sicuro e l’ombra sua non cura” (Montale, Non chiederci la parola, 1923), mimetizzato tra “passanti distratti e noncuranti, affetti dall’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, dotati di una moralità precaria e asservita all’interesse personale” (Adriano Zamperini, Conformismo del sentire e dissenso emozionale, 2007) … SOLLECITARE “chi, con occhi incapaci di vedere e già come morto, non riesce più a provare stupore e meraviglia” (Albert Einstein, 1879 –1955) … GUARDARE in faccia la realtà sdoppiata falsamente dal relativismo orizzontale, dalla lanterninosofia (Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904), dal solipsismo e raccontarla con quell’efficace “narrare breve e magro” (W. Pedullà, ibidem) che lo caratterizza, per quanto sgradevole la “misera canzone” (E. Praga, Preludio, 1864) possa rivelarsi all’occhio e al cuore dell’osservatore … MARCHIARE situazioni generalizzate inserite nell’ambiente entro il quale si muovono i personaggi sclerotizzati in una “forma” (Pirandello, 1867-1936) … RIFERIRE implicitamente le sensazioni più intime, muovendo le acque delle patrie lettere con l’effetto di suscitare la sorda reazione dell’establishment culturale fascista e il plauso di pochi preziosi critici (www.treccani.it).
Moravia, nel tracciare il quadro della società a lui contemporanea, pur sapendo di dover superare i numerosi ostacoli frapposti tra la scrittura dell’opera e la definitiva pubblicazione, non avrebbe potuto eliminare il sesso; tale sfaccettatura, comunque, è del tutto marginale nell’economia dell’opera, un semplice mezzo conoscitivo della personalità umana, la cui rappresentazione è largamente presente, sempre esplicita, graffiante, talora molto cruda, ma letta con “filosofica” freddezza, senza compiacimento morboso. La cultura italiana di questo periodo risentiva, infatti, delle  esperienze politiche che si andavano maturando, interagendo negativamente con la produzione artistica “ed è veramente difficile farsi un’idea dello squallore dell’Italia fascista; da una parte, il pubblico non leggeva niente, dall’altra, i letterati, chiusi nella turris eburnea e incapaci di sostituire i vecchi valori ormai in decadenza con altri  positivi, si erano orientati verso esercitazioni puramente formali” (A. Moravia, Intervista, 1930).
Il più grande merito di Moravia è, di conseguenza, quello di descrivere e rappresentare, oggettivandola, una crisi sentita dai contemporanei soltanto in termini individuali, ricorrendo a “un’arte di scrittura molto bella depurata del falso e intossicato bello scrivere che aveva ridotto la prosa a tatuaggio al vetriolo” (G. A. Borgese, Corriere della Sera», 21 luglio 1929); egli, con marmorea sensibilità, ricorre a parole che esprimono le cose per osteggiare, anche inconsciamente, la retorica gabrieldannunziana, di cui il Fascismo, per incantare le masse, faceva il suo cavallo di battaglia.
All’autore, sostanzialmente, interessa condannare il prostituirsi dell’intelligenza e, rifacendosi al Croce, “desidera patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e pressione della libertà di stampa”, ritenendo che “i cultori della scienza e dell’arte, come intellettuali, abbiano il dovere di tendere, con l’opera dell’indagine e della critica, a innalzare tutti gli uomini a più alta sfera spirituale, affinché, con effetti sempre più benefici e senza mai demordere, combattano le lotte necessarie, disposti a non obbedire ad altra legge che a quella della verità, sfidando l’inerzia e ogni impedimento che si frappone alla libertà (Benedetto Croce, Il manifesto degli intellettuali antifascisti, 1925).
Alberto Pincherle, per creare un contatto emotivamente significativo con il pubblico e contribuire alla rinascita della narrativa in Italia, ha scelto il romanzo con cui ha sottolineato la necessità di rinnovarsi sin dalle fondamenta, La nuova esigenza di un tale genere letterario è registrata a chiare lettere da alcune riviste, dalle quali emerge la necessità di “smettere di afferrare con la reticella da farfalla i più lievi sospiri, di ballare in giro intorno le fosforescenti sciarpe delle impressioni più labili; bisogna collocare un nuovo solido mondo davanti al lettore, esplorarlo, tagliarne blocchi di pietra e porli uno sopra l’altro, modificare senza sosta la crosta della terra riconquistata” (900, Bontempelli, 1938) .
Moravia, però, guidato dalla volontà di analizzare una data società con occhio spietato e alieno da sentimentalismi, spinto da una tensione fortemente etica e da un sentimento di rivolta verso le forme provinciali e asfittiche, se, da un lato, “rifiuta di limitarsi alla narrazione pura dei fatti, d’altra parte non vuole abbandonarsi al commento psicologico o, addirittura, alla riflessione pura” (Piero Gobetti, Il Baretti, 1926) “con composizioni liriche che, come un sismografo, registrino tutte le oscillazioni del carattere della persona” (A. Moravia, La fiera letteraria, 1927). Lo scrittore, per cercare nella scrittura la sua dimensione comunicativa, ha cominciato a stendere GLI INDIFFERENTI a Bressanone, nel novembre del 1925, pochi giorni dopo la sua uscita dal sanatorio Codivilla; “scriveva la mattina nel guscio per la lumaca”, quel letto in cui era stato coricato dai nove a sedici anni per la tubercolosi ossea che lo affliggeva, con alternative di false guarigioni e di ricadute. “Un’ora o due. Entrò Carla la prima frase … La malattia, però, se con l’isolamento e l’emarginazione può in parte aver determinato la nascita dell’opera, l’estrema solitudine di cui soffrono i suoi personaggi è da ricondurre all’uomo decadente che si muove in un mondo privo di certezze e di valori” (Moravia, Intervista, 1930). La malattia, quindi, ha soltanto anticipato e amplificato un modo di sentire preesistente.
Non è un romanzo autobiografico, “è una specie di sogno in cui si riflette l’esperienza dell’insopportabilità della vita di famiglia quale l’aveva conosciuta. L’esperienza di base del romanziere è sempre autobiografica, lo scrittore non parla delle cose che non conosce perché l’arte è interiorità, non esteriorità, e non può essere suddivisa in individuale e sociale; il letterato, infatti, vive sempre in una società ed è questa di cui egli parla, anche quando descrive il dramma di un uomo qualunque, perché ogni dramma personale ha le sue radici nel mondo, che è poi l’unico mondo dell’autore direttamente conosciuto” (Moravia, Intervista, 1930).
Tutta l’azione si svolge quasi sempre in luoghi chiusi, con pochi cambiamenti di scena, in un gioco di luci e ombre che, con l’effetto del chiaroscuro, aiuta il lettore a ricostruire la realtà ambigua in cui si muovono uomini accecati, privi di fede e di certezze, senza  illusioni e senza speranze. Le stanze con le finestre sempre serrate e nascoste da tende di velluto cupo, i corridoi angusti, gli arredi, gli specchi, gli inutili oggetti polverosi, i divani e le poltrone di pelle scura, i quadri con le cornici antiche, il pianoforte nero e lucido, la scatola buia dell’automobile concretizzano l’isolamento dal mondo della storia dominato dall’oppressione fascista e, in strettissima corrispondenza con chi li abita, sottolineano un decoro borghese ormai in disfacimento.
Anche all’esterno domina il senso di morte e, se il pallido sole di febbraio fa una fugace apparizione, nel complesso una pioggia persistente scandisce, con il suo effetto acustico monotono, i pensieri e le azioni dei personaggi. Tutta la vicenda si svolge in poco più di due giorni, con un tempo del discorso maggiore del tempo della storia, anche se, spesso, per la prevalenza dei  dialoghi, i due momenti, in fondo, coincidono; la trama è esile, costruita con avvio in medias res, su una narrazione in terza persona, in cui spiccano esasperanti dialoghi e frequenti focalizzazioni interne dei personaggi. Mariagrazia Ardengo, vedova con due figli già adulti, da dieci o quindici anni, convive, o quasi, con Leo Merumeci, ama la vita mondana, invitata un po’ qua un pò là… (cap. I); per ironica antonomasia, è definita la madre, forse perché è la negazione di quello che dovrebbe essere il suo ruolo, si preoccupa soltanto dal suo patetico e indecoroso rapporto con l’amante e, in seconda battuta, delle convenzioni sociali. Michele e Carla sono in fondo ai suoi pensieri, se ne preoccupa unicamente quando le conviene recitare con il compagno la parte di donna sola, dignitosa e coraggiosa, amorosa e preoccupata per il loro futuro; la falsità è la sua caratteristica più appariscente e tale doppiezza assurge addirittura a regola comune perché le convenienze sociali obbligano spesso a fare l’opposto di quel che si vorrebbe… se no chi sa dove si andrebbe a finire (cap. VI). Sin dalle prime pagine, risulta chiaro che Leo, uomo ricco, sicuro di sé, cinico e amorale sino alla brutalità nel perseguire gli oggetti delle sue voglie, stanco di Mariagrazia, ha messo gli occhi sulla figlia dell’amante, Carla; la giovane donna, abbandonata al suo inerte torpore, non studia, non lavora, sa suonare il pianoforte, gioca a tennis … è una ragazza da marito, ma non ha molte possibilità di trovarlo per il discredito determinato dalla situazione economica e dalla reputazione della madre. Ha un corpo disarmonico, testa troppo grossa, spalle esili, seno abbondante, polpacci storti e questa disarmonia mette in luce, quasi come correlativo oggettivo, la sua inquietudine, la sua deviazione dalla norma, il suo esser ancora bambina e insieme già donna. Mariagrazia si sente trascurata da Leo ed è convinta che egli abbia una relazione con la sua amica Lisa, ma quest’ultima è invaghita di uno studente universitario, l’altro figlio della madre, il quale, pur insofferente della situazione che lo circonda, si lascia passivamente corteggiare senza dare segni di coinvolgimento emozionale, né pare interessato alla corruzione che domina la sua casa. Michele, con la sua lucidità mentale, riconosce la sua impotenza, coglie perfettamente l’intreccio ripugnante di cupidigia, bassa sensualità e menzogna che si è creato nella famiglia, ma proprio questa sua chiaroveggenza lo arresta, paralizzato dalla sua stessa consapevolezza. Vede con sicurezza che cosa dovrebbe sentire dinanzi a quello spettacolo e come dovrebbe agire, VORREBBE provare sdegno, odio, disprezzo e ira … VORREBBE gettare in faccia alla madre e a Leo la loro laidezza … VORREBBE smascherare le manovre di Leo che, attraverso un disonesto gioco di ipoteche, sta per impadronirsi della villa degli Ardengo … VORREBBE … ma non riesce più a provare sentimenti e, di conseguenza, a procedere, inerte e svuotato di ogni energia. Si è come interrotto il suo rapporto con la realtà. Nella scena culminante del romanzo, Michele si reca a casa di Leo, deciso a ucciderlo; non prova vera riprovazione, ma sa che quello è il contegno che dovrebbe assumere e, quando si trova dinanzi all’antagonista, gli spara … la pistola è scarica … un atto mancato freudianamente significativo, “indice dell’impossibilità di incidere sull’acciaio del carapace sociale” (Renato Barilli, ibidem); il suo stato d’animo, nei confronti dell’ambiente in cui vive, è contraddittorio, disprezza Leo, il borghese integrale e ne fa il simbolo di tutto il male che questa condizione ha in sé, ma, in fondo, lo invidia, vorrebbe essere come lui, intero, senza contraddizioni, senza sofferenze. Carla accetta le profferte di Leo, si lascia invischiare ancora più a fondo nel microcosmo che la soffoca; sposa l’amante senza allegria, con rassegnazione, confusione, tristezza, angoscia, freddezza, rinunziando alla passione per sempre. L’aspetta una squallida e tranquilla vita borghese che le assicuri il benessere … non ci sono più lacrime per lei, solo movimenti spasmodici di farfalla trafitta (cap. X), mentre il fratello, presumibilmente, pur non volendo accettare le regole del gioco, vi si sottomette e si adatterà ad avere una buona sistemazione grazie al cognato.
Moravia, nel raccontare la storia di questi attanti, li delinea in modo originale; ne fa delle creature in carne e ossa, secondo le peculiarità del romanzo ottocentesco, ma, nello stesso tempo, dà loro le tipiche caratteristiche decadenti. L’interesse dello scrittore non è rivolto all’eroe, che veniva tradizionalmente eletto a protagonista delle opere letterarie del passato; mentre quest’ultimo era caratterizzato da qualità superiori, i suoi personaggi sono di solito contraddistinti dalla mancanza di doti, inetti, impacciati, incapaci di affermare la propria personalità, antieroi, immagini sbiadite speculari del “male di vivere” (Montale, Spesso il male di vivere, 1925) che attanaglia l’uomo del ‘900 “trafitto da un raggio si sole” (Quasimodo, Ed è subito sera, 1936). Oltre ai personaggi principali, non ci sono comparse che agiscono sulla scena, ma soltanto alcune figure evocate senza diritto di parola, il marito di Lisa, i Berardi, l’uomo dell’armeria, la prostituta … Leo, Carla, Maria Grazia, Lisa, Michele, sulla scena soltanto cinque i personaggi e il romanziere li connota icasticamente, “soffocati da un’inazione sistematica” (Renato Barilli, ibidem), “colti nelle loro contraddittorie relazioni mascherate da ipocrisie che s’incrociano” (Renato R. Barilli, ibidem), facendone “i portatori di un’indeterminazione di volere e identità che confligge i princìpi costituiti, fondanti la società conformistica e parassitaria plasmata dall’avanzante borghesia” (Renato Barilli, ibidem) imbelle per l’endemica indifferenza in cui l’uomo muore ogni giorno di più. Pietà o ammirazione per CARLA che si getta nel buio?
Il finale aperto lascia perplessi, nello sfondo rimane solo una personalità dinamica che, per cambiare la sua pallida esistenza, decide di adattarsi al “fluire indistinto della vita” (Pirandello, Uno nessuno centomila, 1926) e di catapultarsi tra le braccia del carnefice … questo è il giusto prezzo per possedere un’automobile, una casa, dei gioielli, per viaggiare, vedere gente e paesi, per non frapporre alcun limite ai propri desideri (cap. VII) senza badare alla sofferenza di MARIAGRAZIA, abbandonata a sé stessa nel momento in cui il disfacimento fisico le toglie quel ruolo di amante che rappresenta per lei l’unica ragione di vita, l’unico rapporto col mondo. La madre percepisce la crisi nel suo rapporto con Leo, gioca a fare la bambina, nè si rende conto di quanto succede intorno a lei, totalmente cieca rispetto ai sentimenti che l’amante nutre per i suoi figli, dal sottile disprezzo per Michele al desiderio per Carla. Moravia la fa spesso parlate per proverbi, la cui strategia narrativa, se in Verga era l’espressione di una cultura arcaica che affondava le sue radici in un passato remoto e di una saggezza popolate antica, qui sono indice di un linguaggio impoverito, di un esprimersi per slogan, per banalità, tipico delle vuote conversazioni da salotto. Mariagrazia lascia, certamente, ricordo negativo, ma, nel complesso, si prova per lei un po’ di oscura compassione, mentre nessuna simpatia può ispirare LISA, l’unico personaggio di cui non si conosce il cognome. Donna falsa, corrotta, calcolatrice, primitiva nei suoi istinti, quasi sempre rossa ed eccitata come Leo, ama rincasare sempre tardi, trascorre notti insonni, abbandonata a faticosi piaceri e stimoli senza gioia (cap. V); la sua sporcizia morale si riflette anche nel corpo, lavarsi le costa fatica e lo fa solo quando è proprio necessario, nel caso in cui, per esempio, dovesse trascorrere la notte con Michele e, quindi, dovrebbe ripulirsi interamente il giorno dopo (cap. V). La situazione che vive Lisa è opposta a quella di Carla, la ragazza, pura, vuole sporcarsi lanciandosi tra le braccia di un uomo che non ama, la donna, sudicia, vorrebbe ripulirsi rubando a Michele un’immaginata innocenza e i suoi atteggiamenti sono così scopertamente libidinosi che suscita un misto di ripugnanza e comicità. Tutti, sostanzialmente, sono marionette nelle mani di LEO, l’eroe sveviano ricco, falso, ipocrita, privo di ogni complicazione spirituale, il motore dell’azione drammatica, modello positivo della società in cui vive che, sin dalla descrizione fisiognomica, appare immune da qualsiasi ripensamento, non ha rimpianti né scrupoli, nemmeno per chi, in un modo o nell’altro, lo ama e soffre, tendenzialmente disposto a raggiungere, con ogni mezzo, i suoi scopi; vivere nel presente è la sua regola, desidera quello che già ha o ciò che può realmente ottenere grazie al suo forte senso della realtà, al suo vivere con i piedi per terra. MICHELE, l’antieroe, nella sua staticità, è, comunque, la figura più interessante; pare lo sconfitto per eccellenza, il fantoccio senz’anima che non sa odiare, non sa amare. Sente la sua condizione di borghese come un peso e vorrebbe vivere in altre epoche della storia in cui si moriva e si uccideva e si odiava e si amava sul serio, obbedendo a impulsi immediati, ma sa bene che quel paradiso è irrimediabilmente perduto, irraggiungibile. Non avanza di un passo, compie sempre gli stessi atti, non cresce, la prevalente PARS DESTRUENS della sua personalità fa di lui l’eterno adolescente che vive di utopie e non di azioni. Mancandogli la molla della passione, si lascia guidare dal cerebralismo e, di fronte alle decisioni da prendere, cerca di montarsi a freddo, nella speranza che dal gesto risolutivo scaturisca il sentimento che avrebbe dovuto generarlo. La capacità, o piuttosto la condanna, di ragionare continuamente, oltre a sdoppiare il giovane universitario tra quello che pensa e quello che dice, fa sì che egli si guardi dall’esterno, che si inglobi in “una forma” (Pirandello, 1867-1936), che, in una sorta di straniamento, si veda vivere” (Pirandello, 1867-1936), spettatore dei suoi stessi comportamenti.
Assolutamente inadeguata, dunque, l’equazione Moravia – Gli Indifferenti – sesso a 360°. A fine lettura, scompare la prima impressione di essere di fronte a una FABULA AMATORIA (Condanna all’Index librorum prohibitorum, 1952) e rimane l’analisi spietata che lo scrittore, smascheratore implacabile, conduce, “sine ira et studio” (Tacito, Annales I, 1, 3), senza pregiudizi e con occhi asciutti, della grande malattia del secolo, l’indifferenza, paralisi dell’anima, “abulia, parassitismo, vigliaccheria, morte prematura, non vita” (A Gramsci, La Città futura, 1917), sottintendendo la sua rabbia impotente. Moravia, infatti, al di là di un’esile trama basata sull’amoralità di una famiglia e delle persone a essa vicine, ha dipinto, oggettivandola senza pennellate mistificatrici, la macrostoria e ha esplorato l’animus di personaggi devitalizzati, “vittime di una perplessità cronica, in piena crisi d’identità e costretti a inseguire una realtà sfuggente e polimorfa” (Renato Barilli, ibidem). Nell’inferno borghese di Moravia, allora, non vi sono epifanie? Così pare … eppure … eppure … Michele, il galleggiante alla deriva, il relitto senza scopo è un vincitore tra tanti vinti che affondano in questo demistificante mondo in sfacelo. La sua vita è tutta un altalenare fra senso di inferiorità, da un lato, e di superiorità, di disprezzo, o, addirittura, di pietà, dall’altro, verso chi aderisce alla realtà, verso chi gli appare falso, gretto, meschino, verso chi arricchisce le fila di una triste umanità decaduta e anche verso un sè stesso non molto differente, se non nelle intenzioni. Il giovane, in tale ottica, appare la figura in cui Moravia ha più pienamente narrato sé stesso, l’unico depositario della materia del titolo, quello di cui meglio si conosce la prospettiva e i più segreti pensieri, l’unico vero indifferente, mentre gli altri soffrirebbero di povertà psicologica e di stupidità, sarebbero fisiologicamente indifferenti e non consapevolmente tali.
Lo studio di questa opera a scuola, grazie a tali connotazioni, costituisce, per un liceale, momento di grande formazione perché, contrastivamente, attraverso le esegèsi approfondite delle varie sfaccettature, si dimostra che “gli individui, per la sopravvivenza e la crescita, devono scambiarsi informazioni, dipendere gli uni dagli altri, creare i presupposti per l’avvio alla vita sociale, al lavoro, all’integrazione delle diverse generazioni di un Paese” (Vincenzo Gullotta, La Scuola: Luogo di Distruzione di Ogni Diversità, Psicolab, 30/7/2008). Le esperienze di Michele, Carla, Leo, Maria Grazia, Lisa vogliono gridare ai lettori CHE non si deve imparare a sopravvivere alla tempesta, da soli, ma a danzare nella pioggia, insieme … CHE “si può passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo” (Dominique Enright, Il sorriso del bulldog – Maliziose arguzie di Winston Churchill, 2008) … CHE non esiste solo il “particulare” di chi, egoisticamente, si chiude nel suo guscio per tutelare i propri interessi e, signoreggiato dai rimpianti, erge muri di acciaio tra i propri simili, senza più i brividi dei grandi sogni … CHE è molto più importante “rendersi protagonisti della propria tragedia piuttosto che spettatori della propria vita inerte” (Oscar Wilde, 1854 –1900) … VIVERE, NON ESISTERE, in una continua sfida, con un continuo mettersi in discussione, essere una risorsa rinnovabile in progressiva e incalzante metamorfosi, combattere l’indifferenza che, “massima essenza della disumanità, è un virus con resistenze capaci di distruggere i valori sacrosanti della solidarietà, della condivisione, della propensione al dialogo” (George Bernard Shaw, Aforismi, 1876 – 1950). Il MICHELE/MORAVIA autodiegetico, insomma, ipotizzando strade diverse da esplorare, ha mostrato il coraggio di uscire dall’opprimente ristagno in cui si arenavano gli ideali della sua età e, con la soddisfazione e la certezza di essersi impegnato senza risparmiarsi in http:\\/\\/psicolab.neta, può dire che ha imparato a conoscere il mare meditando su poche gocce di rugiada …

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