Il libro e il suo contesto
Pubblicato nel 1929 quando l’autore aveva ventuno anni, il romanzo mette in scena una famiglia borghese romana: una vedova che convive quasi apertamente con un amante, i due figli adulti, e l’amica di famiglia.
L’uomo, stanco della madre, mette gli occhi sulla figlia; intanto, attraverso un gioco di ipoteche, si sta impadronendo della villa di famiglia.
L’azione si svolge in poco più di due giorni, quasi interamente in interni: stanze con le tende chiuse, corridoi stretti, oggetti impolverati, sotto una pioggia che scandisce il tempo.
Il libro fu accolto come un evento e suscitò l’ostilità dell’ambiente culturale dell’epoca: un dato che vale la pena ricordare, perché il romanzo, pur non parlando mai di politica, descrive una borghesia disposta ad accettare qualunque cosa purché nulla la disturbi.
La condizione di Michele
Il personaggio più interessante è il figlio, ed è quello che dà il titolo al libro.
Michele vede tutto con lucidità: coglie perfettamente l’intreccio di interesse, sensualità e menzogna in cui vive la sua famiglia.
Ma la lucidità non produce reazione. Sa cosa dovrebbe sentire (sdegno, disprezzo, ira) e sa cosa dovrebbe fare, e non sente nulla.
Nella scena centrale si reca a casa dell’uomo con l’intenzione di ucciderlo. Non prova vera riprovazione: sa soltanto che quello è il comportamento che dovrebbe assumere. Spara, e la pistola è scarica.
Cosa descrive quella condizione
È qui che il romanzo dice qualcosa di preciso.
Michele non è insensibile per mancanza di intelligenza morale: è insensibile malgrado la propria intelligenza morale. Sa perfettamente cosa sarebbe giusto provare, e questa conoscenza non genera l’emozione corrispondente.
Ne deriva una condizione singolare: tenta di produrre in sé il sentimento a partire dal gesto, sperando che l’azione generi l’emozione che avrebbe dovuto precederla.
È un rovesciamento del funzionamento ordinario, ed è ciò che rende quel personaggio così moderno: agisce per dovere di sentire, e ogni suo gesto risulta perciò artificiale.
Una precisazione
La tentazione di leggere questa condizione come un quadro clinico va contenuta.
La difficoltà a riconoscere e provare emozioni è descritta in psicologia, così come lo sono le esperienze di distacco da sé. Ma un personaggio letterario non è un caso clinico, e ciò che lo rende interessante è precisamente che la sua condizione sia presentata come culturale e non individuale.
Il romanzo non racconta una persona malata in un mondo sano: racconta un ambiente in cui provare qualcosa di autentico è diventato impraticabile, e una persona che se ne accorge.
Perché la consapevolezza non basta
È il punto che rende il libro ancora utile, e riguarda un meccanismo osservabile.
Michele è l’unico che vede, ed è anche l’unico che non agisce. Gli altri sono efficaci proprio perché non si interrogano.
L’uomo che manovra è privo di dubbi e di rimorsi e ottiene tutto ciò che vuole. La madre non si accorge di nulla. La figlia si lascia andare a una scelta che non desidera.
Ne discende un’osservazione scomoda: capire non produce muovere. Anzi, in alcune configurazioni la comprensione dettagliata di una situazione è precisamente ciò che paralizza, perché rende visibili tutte le obiezioni a ogni possibile azione.
È una dinamica riconoscibile ben oltre il romanzo: nelle organizzazioni, nelle famiglie, nelle scelte personali rimandate all’infinito da chi ne conosce ogni implicazione.
L’invidia per chi non dubita
Il testo coglie un dettaglio importante: Michele disprezza l’uomo che manovra e, insieme, lo invidia. Vorrebbe essere come lui, intero, senza contraddizioni.
È un sentimento raramente ammesso e molto diffuso: l’attrazione per chi appare privo di dubbi.
Va detto che quell’invidia si fonda su un’illusione ottica. Chi non dubita non è più integro: semplicemente non si osserva. La coerenza che gli si attribuisce è assenza di sguardo su di sé, non armonia interiore.
Il finale
La figlia accetta di sposare l’amante della madre. Lo fa senza allegria, con rassegnazione e freddezza, e la prospettiva è una vita agiata e priva di desiderio.
È il passaggio più duro del libro, e la ragione va nominata: la sua non è una scelta libera. È una ragazza senza istruzione, senza lavoro e senza risorse proprie, in una famiglia in dissesto economico, in un’epoca in cui l’unico avvenire disponibile per una donna della sua condizione era il matrimonio.
Il romanzo lascia intendere una scelta morale dove c’è anche, e soprattutto, una condizione materiale. È un’osservazione che l’autore non sviluppa, ma che il testo rende visibile a chi legga oggi.
Perché leggerlo ancora
L’indifferenza che dà il titolo non è cinismo né cattiveria. È qualcosa di più sottile: l’incapacità di essere toccati.
Ed è la ragione per cui il libro resta leggibile: descrive una condizione che non produce eventi drammatici, non fa notizia e non viene percepita come problema, proprio perché chi la vive non ne è disturbato abbastanza da volerla cambiare.
Domande frequenti
In cosa consiste la condizione del protagonista?
Sa esattamente cosa dovrebbe provare in ogni situazione e non lo prova. Tenta allora di produrre il sentimento a partire dal gesto, sperando che l’azione generi l’emozione che avrebbe dovuto precederla.
Perché è l’unico consapevole a non agire?
Perché la comprensione dettagliata di una situazione rende visibili tutte le obiezioni a ogni possibile azione. Gli altri sono efficaci proprio perché non si interrogano.
Perché invidia chi non ha dubbi?
Per un’illusione ottica diffusa: chi non dubita non è più integro, semplicemente non si osserva. La coerenza che gli si attribuisce è assenza di sguardo su di sé.
La scelta finale della figlia è una scelta morale?
Solo in parte. È una giovane senza istruzione, lavoro né risorse, in una famiglia in dissesto: il romanzo lascia intendere una decisione dove agisce anche, e soprattutto, una condizione materiale.