Che cos’è il Playback Theatre
Qualcuno del pubblico narra una storia, un evento della propria vita, e questo costituirà il canovaccio su cui reciteranno gli attori. Non c’è copione, non c’è preparazione: c’è un racconto appena pronunciato e la sua restituzione immediata in scena. Uno dei vantaggi del Playback Theatre sta proprio in questo, nel rispondere al bisogno umano di narrare e condividere le proprie esperienze.
La rappresentazione spontanea dell’esperienza personale crea infatti connessioni tra le persone, onorando la dignità e l’universalità delle loro storie. Chi ha raccontato si vede da fuori, e questo cambia il rapporto con ciò che ha vissuto; chi ascolta riconosce nella storia altrui qualcosa che appartiene anche a sé. La comunità che si forma nella sala, per la durata di una serata, è fatta di questo doppio movimento.
Le origini: Jonathan Fox e la lezione di Moreno
Il Playback Theatre è stato messo a punto negli anni settanta da Jonathan Fox, uno psicodrammatista formatosi al Moreno Institute di Beacon. Deriva da un’armoniosa sintesi tra il teatro comunitario e rituale di cui Fox aveva fatto esperienza in Nepal e il metodo moreniano.
Da Moreno il Playback eredita la fiducia nell’azione come via di conoscenza e la centralità del gruppo; dalla tradizione rituale eredita l’idea che il racconto condiviso abbia una funzione sociale prima ancora che individuale. Fox ha sperimentato il suo metodo in diverse situazioni comunitarie, come le carceri, gli ospedali e le piccole comunità locali. Il suo obiettivo principale era coinvolgere la comunità, portandone in scena le storie, i conflitti e le aspirazioni, oltre che gli elementi simbolici e rituali che le tengono insieme.
Gli elementi principali del Playback Theatre
Gli elementi principali di questo teatro comunitario sono il direttore, gli attori, il musicista, il narratore e il pubblico. Ognuno ha una funzione precisa, e l’efficacia della rappresentazione dipende dal loro incastro.
Il direttore
Il direttore ha una funzione di raccordo tra lo staff di attori e il pubblico, e tra la storia raccontata dal narratore e la successiva rappresentazione. Deve cioè utilizzare la spontaneità degli attori per riscaldare il pubblico, e saper tradurre in azione i vissuti che da questo provengono. È lui a scegliere il momento in cui una storia è pronta per andare in scena e la forma che le si addice.
Gli attori
Lo staff degli attori ha la responsabilità di improvvisare e mettere in scena le storie narrate dal pubblico. Il loro compito non è la fedeltà documentaria, ma la restituzione dell’essenziale: il nucleo emotivo del racconto, le relazioni che lo attraversano, il punto in cui qualcosa si è mosso o si è bloccato.
Il musicista
Il musicista ha il compito di commentare musicalmente, anche lui improvvisando, le varie scene della rappresentazione. La musica non è un ornamento: sostiene il ritmo della scena, ne segnala i passaggi e dà tempo alle emozioni di depositarsi.
Il narratore
Il narratore è, potremmo dire, il corrispettivo del protagonista nello psicodramma. Emerge dal pubblico dopo una fase preliminare di riscaldamento e racconta un qualsiasi frammento della sua vita che vuole vedere rappresentato e, così, condividere con la comunità. A differenza del protagonista psicodrammatico, però, non entra in scena: assiste alla propria storia, e proprio in questa posizione di spettatore di sé sta la specificità del metodo.
Il pubblico
Il pubblico, infine, come nello psicodramma, non si limita ad assistere alla rappresentazione, ma partecipa attivamente alla successiva fase di sharing, in cui ciascuno può descrivere l’impatto emotivo che la scena ha avuto su di sé e confrontare i propri vissuti sia con il narratore sia con il resto del gruppo.
Perché funziona come strumento di formazione
Il Playback Theatre, pur non essendo nato con espliciti intenti formativi, possiede una serie di caratteristiche che lo rendono un efficace strumento di formazione (Dotti, 1998, pp. 82-84).
Prima di tutto, la funzione di specchio attivata dagli attori permette al narratore, ma anche al pubblico, di raggiungere una maggior conoscenza del tema oggetto della rappresentazione e una maggior consapevolezza delle proprie modalità relazionali. Vedersi rappresentati significa vedere da fuori ciò che dall’interno era invisibile.
In secondo luogo, la partecipazione e il confronto finale offrono al gruppo l’opportunità di crescere e migliorarsi: la storia del singolo diventa occasione di riflessione per tutti. Infine, il Playback Theatre, “ponendo l’attenzione su una scena specifica, e riducendo le caratteristiche dei personaggi al minimo indispensabile, ha il vantaggio dell’essenzialità” (Dotti, 1998, p. 84). Nulla distrae dal punto in questione.
Per queste ragioni il Playback Theatre promuove lo sviluppo della spontaneità e delle capacità comunicative, ed è utilizzato all’interno di corsi di formazione per insegnanti, educatori, genitori, bambini e adolescenti.
Domande frequenti
Chi ha ideato il Playback Theatre?
Jonathan Fox, negli anni settanta. Fox era uno psicodrammatista formatosi al Moreno Institute di Beacon, e il metodo nasce dalla sintesi tra il teatro comunitario e rituale conosciuto in Nepal e l’impianto moreniano.
Che differenza c’è tra Playback Theatre e psicodramma?
Nello psicodramma il protagonista entra in scena e agisce il proprio vissuto. Nel Playback Theatre il narratore racconta e poi guarda: sono gli attori a rappresentare la sua storia, mentre lui la osserva dall’esterno.
Che cos’è la fase di sharing?
È il momento successivo alla rappresentazione, in cui ciascun membro del pubblico può dire quale impatto emotivo la scena ha avuto su di sé, confrontando i propri vissuti con quelli del narratore e del gruppo.
In quali contesti si usa il Playback Theatre?
Fox lo ha sperimentato in carceri, ospedali e piccole comunità locali. Oggi viene impiegato anche nei corsi di formazione per insegnanti, educatori e genitori, e nel lavoro con bambini e adolescenti.
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