L´integrazione psicoterapeutica è un approccio al trattamento che mira al superamento di ogni particolare teoria o insieme di tecniche. Si intende una teoria di riferimento come un utile scoglio cui ancorarsi ma non necessariamente come vincolo alla interpretazione del fenomeno psichico. Gli psicoterapeuti sono sempre stati interessati agli sviluppi delle scienze naturali e sociali, alla filosofia, alla teologia, all´arte e alla letteratura, questo non è però avvenuto per le psicoterapie stesse, ci sono voluti molti anni perché si potessero superare quelle posizioni nette e ideologiche delle singole Scuole. Questa tendenza all´isolamento è stata contrastata da un piccolo, ma crescente, gruppo di studiosi e clinici che hanno saputo oltrepassare le barriere di un atteggiamento settario. La meta è stato lo sviluppo di forme il più possibile efficaci di psicoterapia. L´integrazione psicoterapeutica comporta la sintesi dei concetti e metodi migliori e più eleganti in direzione di nuove teorie e nuovi sistemi di trattamento. La storia dell´integrazione in psicoterapia ebbe un particolare punto di svolta rappresentato dalla pubblicazione del lavoro di Wachtel (1977) Psychoanalysis and Behavior Therapy. Questo libro continua ad essere il lavoro più frequentemente citato in psicoterapia integrata, ed è servito come modello di integrazione sia a livello teoretico che tecnico. Wachtel ha offerto una teoria della personalità e della psicopatologia che integra pienamente aspetti critici della teoria psicodinamica e comporamentale in un modello unico e sinergico.
Recentissimamente si è concluso dopo tre giorni di intensi lavori, ospitato dalla Scuola di Psicoterapia Comparata di Firenze, il secondo congresso della S.E.P.I. Italia (Sezione italiana della Society for the Exploration of Psychotherapy Integration)Firenze, 24 – 26 marzo 2006.La pratica dell´integrazione in psicoterapia. L´integrazione psicoterapeutica nella pratica clinica, nella formazione e nella ricerca.
Ad oggi l’integrazione in psicoterapia è oggetto di fervido dibattito, ogni intervento manifesta in maniera abbastanza evidente quanto la vecchia impostazione monolitica di scuola di pensiero pesi ancora in modo sostanziale sull’approccio di analisti e terapeuti che hanno avuto formazioni classiche. L’indubbio merito di questi terapeuti è quello di aver aperto una strada, un confronto, di aver posto la questione di come sia possibile e direi necessario guardare al mondo della pratica psicoterapeutica come ad una foto satellitare. Per questo forse dovremo aspettare che nuovi psicoterapeuti formati in maniera davvero integrata si affaccino alla comunità scientifica ed apportino i loro contributi.
Tullio Carrere Comes, organizzatore scientifico del congresso, con un consapevole sforzo di mantenere aperta la dialettica all’interno della comunità psicoterapeutica pone una questione fondamentale sul modo di intendere una delle divisioni: “Bisognerà forse ammettere che esistono due pratiche diverse, una di tipo medico, basata su diagnosi psicopatologiche e procedure terapeutiche empiricamente supportate, l’altra di tipo umanistico, in cui il significato dei disturbi e dei modi di curarli non è fissato da manuali diagnostici e terapeutici, ma emerge dal contesto e dal dialogo terapeutico?”.
Il sasso è lanciato le onde iniziano a propagarsi, si rincorrono, s’infrangono sulle sponde, l’ integrazione sembra doversi ridurre a procedure o teorizzazioni condivise, ma secondo me si deve andare ben oltre. Quello integrato vuol essere un modello preciso ma non certo rigido quindi lungi dal ridursi ad una mera accozzaglia ha la vocazione di riuscire a dare un senso unitario alla attività di mente, cervello, pensiero, ideazione, neurofisiologia… Questa mia personalissima visione si radica nella convinzione che è proprio perché si parla di modello psicoterapeutico che si debba perseguire la massima efficacia valutata con onestà intellettuale, e non la si debba legare ad una teoria della mente che per quanto complessa ed eclettica sarà sempre e necessariamente falsificabile. Direi che si commette un errore di confusione di piani di realtà continuando ad affermare il vecchio principio di causalità tra teorie della mente e psicoterapie, il funzionamento mentale può non essere legato alla teoria a cui si riferisce, se è vero che teorizzare il funzionamento della mente può aiutarci a capire come funziona la patologia non è certo detto che sia valido il contrario; la psicoterapia occupandosi di psicopatologia può preoccuparsi della validità del suo riferimento teorico secondo nuovi canoni di scientificità tutti da scoprire e teorizzare.
Concludo riportando di nuovo le parole di T.Carrere Comes che auspicano ”la presenza di tante teorie quanti sono i terapeuti nella stanza”.