Psicologia Clinica e Psicopatologia

Il Concetto di Persona in Bioetica

Chi è una “persona”? Sembra una domanda ovvia, ma i progressi della medicina l’hanno resa uno degli interrogativi più difficili della bioetica. Un embrione è una persona? Lo è chi si trova in coma irreversibile? Dietro queste domande si nascondono due grandi visioni filosofiche, che portano a conclusioni molto diverse. Proviamo a capirle. Una domanda […]

Psicolab — Il Concetto di Persona in Bioetica
Chi è una “persona”? Sembra una domanda ovvia, ma i progressi della medicina l’hanno resa uno degli interrogativi più difficili della bioetica. Un embrione è una persona? Lo è chi si trova in coma irreversibile? Dietro queste domande si nascondono due grandi visioni filosofiche, che portano a conclusioni molto diverse. Proviamo a capirle.

Una domanda che la scienza rende urgente

Gli sviluppi delle scienze biomediche ci obbligano a ridefinire la nozione di persona umana. Come ha osservato il filosofo Edgar Morin, le potenzialità della genetica hanno già modificato i confini dell’identità personale, aprendo nuovi interrogativi. I grandi passi avanti verso il miglioramento della qualità della vita ci pongono domande nuove e problematiche:

  • una persona in coma irreversibile è ancora una persona?
  • il bambino esiste come persona già allo stato di embrione, o solo in un momento successivo, o alla nascita?
  • è ancora persona un corpo mantenuto artificialmente in vita in assenza di ogni attività cerebrale?

Alla base di questi interrogativi ci sono due concezioni fondamentali della persona, che vale la pena conoscere per orientarsi in un dibattito tanto complesso quanto attuale.

La concezione empirico-psicologica

La prima è la concezione empirico-psicologica (o funzionalistico-attualistica). Attribuisce lo status di persona agli atti attraverso cui si esprime la personalità: la razionalità, l’autocoscienza, la capacità di provare piacere e dolore, il senso morale.

Secondo questa posizione (sostenuta, con sfumature diverse, da pensatori come Hugo Tristram Engelhardt e Peter Singer) si distinguono le “persone in senso stretto” (esseri autocoscienti, razionali, capaci di scelte morali) dalla semplice “vita biologica umana”. La conseguenza, molto discussa, è che non tutti gli esseri umani sarebbero “persone”: chi non è autocosciente e razionale, pur appartenendo alla specie umana, non avrebbe in sé lo status di persona. In questa prospettiva si distingue tra “vita biologica” e “vita biografica”: il corpo può essere vivo, ma se manca la coscienza (senza prospettiva di riacquistarla) verrebbe meno il connotato di persona.

La concezione ontologica

La seconda è la concezione ontologica, che fa discendere il valore della persona non dai suoi atti o dalle sue capacità psicologiche, ma dalla struttura stessa dell’essere umano. In altre parole, il valore della persona è legato al suo essere, non al suo funzionare: si è persone per il fatto di essere esseri umani, indipendentemente dalle capacità che in un dato momento si possiedono.

Questa è la prospettiva del personalismo, che responsabilizza l’uomo e lo pone di fronte alla scelta di riconoscere l’altro come persona. Una scelta che implica accoglienza e solidarietà. Alla bioetica, in questa visione, non basta stabilire quando inizia e quando finisce una vita: prioritaria è la conversione del nostro atteggiamento verso la vita, la disponibilità a riconoscere e amare ogni sua espressione, prendendosi cura del proprio simile, nascente o morente. Perché, si sostiene, la vita è comunicazione e relazione: riconoscere l’altro come avente valore significa scegliere la vita.

I quattro principi del personalismo

Dalla natura relazionale dell’essere umano, il personalismo fa discendere quattro principi etici:

  1. Difesa della vita fisica: la vita corporea è il valore fondamentale della persona, perché il corpo è il mezzo attraverso cui ci si realizza, si entra nel tempo e nello spazio e si costruiscono gli altri valori (libertà, socialità, progetti). Da qui il rispetto e la promozione della vita, anche, in senso più ampio, l’attenzione all’equilibrio delle varie forme di vita e alla natura.
  2. Libertà e responsabilità: trattare il malato come persona, dotata di intelligenza e volontà, e quindi come fine e mai come mezzo. Da questo principio discende la necessità del consenso informato e libero. La salute stessa diventa un compito morale, frutto di conoscenza di sé e uso responsabile delle proprie risorse.
  3. Totalità (o principio terapeutico): è lecito intervenire sul corpo, anche intaccandone l’integrità, solo se necessario per la salvaguardia della vita della persona nella sua totalità. A questo si lega la proporzionalità delle terapie: valutare l’equilibrio tra rischi e benefici. Una terapia sproporzionata può sfociare nell’accanimento terapeutico.
  4. Socialità e sussidiarietà: ogni persona è chiamata a partecipare alla realizzazione degli altri. La vita (propria e altrui) è un bene non solo personale ma anche sociale: la comunità è impegnata a promuovere la salute di ciascuno, curando di più chi è più bisognoso, senza però sostituirsi alle libere iniziative dei singoli.

Perché conoscere questo dibattito

Le due concezioni portano a risposte molto diverse su temi delicatissimi come l’inizio e la fine della vita. Non è compito di questo articolo stabilire quale sia “giusta”: entrambe hanno una lunga tradizione filosofica e sostenitori autorevoli. Conoscerle, però, è essenziale per comprendere i dibattiti bioetici del nostro tempo e per riflettere in modo consapevole. In fondo, la domanda “chi è una persona?” ci riguarda tutti, perché tocca il valore che attribuiamo alla vita umana, e il modo in cui scegliamo di prenderci cura gli uni degli altri.

Domande frequenti

Perché la bioetica si interroga sul concetto di persona?

Perché i progressi della medicina pongono domande nuove: un embrione, una persona in coma irreversibile o un corpo mantenuto artificialmente in vita sono “persone”? La risposta cambia radicalmente le conclusioni su temi come l’inizio e la fine della vita, per questo definire la persona è centrale.

Cos’è la concezione empirico-psicologica?

È la posizione secondo cui si è persone in base agli atti che si compiono: razionalità, autocoscienza, capacità di provare piacere e dolore, senso morale. Ne consegue, in modo molto discusso, che non tutti gli esseri umani sarebbero “persone in senso stretto”.

Cos’è la concezione ontologica?

È la posizione secondo cui il valore della persona deriva dalla struttura stessa dell’essere umano, non dalle sue capacità. Si è persone per il fatto di essere esseri umani, indipendentemente dalle facoltà possedute in un dato momento. È la base del personalismo.

Quali sono i principi del personalismo?

Quattro: la difesa della vita fisica, la libertà e responsabilità (con il consenso informato e il trattare la persona come fine), la totalità o principio terapeutico (con la proporzionalità delle terapie contro l’accanimento) e la socialità e sussidiarietà (curare di più chi è più bisognoso).

Chi è una “persona”? I progressi della medicina rendono urgente questa domanda: un embrione o chi è in coma irreversibile è una persona? Due grandi visioni si confrontano. La concezione empirico-psicologica lega lo status di persona agli atti (razionalità, autocoscienza, senso morale) con la conclusione, molto discussa, che non tutti gli esseri umani sarebbero persone. La concezione ontologica, base del personalismo, fa invece derivare il valore della persona dal suo essere: si è persone per il fatto di essere umani. Dal personalismo discendono quattro principi: difesa della vita fisica, libertà e responsabilità (con il consenso informato), totalità terapeutica (con la proporzionalità delle cure) e socialità. Conoscere questo dibattito aiuta a orientarsi nei grandi temi bioetici del nostro tempo.
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