Comportamento

I pirati della strada

Era d’obbligo, per noi, cercare spiegazioni diverse da quelle che potevamo trovare dall’analisi dei dati in nostro possesso in relazione alle nostre prerogative professionali, legate alla conoscenza diretta dell’argomento. Il dottor Ezio Benelli, psicologo fiorentino, da noi consultato per fornire una sua interpretazione del fenomeno “pirati della strada” ci risponde così.

“Mi è stato chiesto un parere professionale sul fenomeno ormai increscioso delle omissioni di soccorso nel caso di incidenti stradali gravi, che possono anche procurare la morte del ferito se non soccorso tempestivamente.
Il fenomeno è complesso e offre molteplici interpretazioni di ordine psicodinamico e
sociale, escludendo situazioni limite: extracomunitari senza permesso, persone non in regola con la legge, alla guida di auto rubate, conducenti che hanno assunto alcool o droghe, dove il fatto commesso porterebbe alla luce “altre situazioni” o addirittura diminuire la consapevolezza del soggetto; ho cercato di esaminare il fenomeno nella fascia di persone, di uso comune definita, del “vicino della porta accanto”, vale a dire della persona che non ha, apparentemente, nessuna cosa da nascondere, oltre al fatto commesso.
L’auto, la strada, la facilità con cui è possibile creare danni a noi stessi, alle cose e agli altri, mi hanno fatto pensare ad un argomento: l’incidende stradale, che ognuno di noi può sperimentare ed avere ogni giorno. Mi sono ricordato di un’intervista fatta ad Erich Fromm, nella quale sottolineava che fenomeni come aggressività, distruttività, sadismo, masochismo e gli opposti (sintetizzando Odio e Amore nella loro grandezza) e quindi tutto quello che la società è in grado di produrre, potenzialmente sono in ogni persona.
Ho cercato di visualizzare, dentro di me, un ipotetico automobilista che ha appena commesso un incidente, forse gravissimo, e non si è fermato, e come in un gioco virtuale, ho dato vita all’immagine.
Subito mi è venuta l’immagine dell’auto come un’arma: riferendosi ad essa si usa dire: “è potente”, “è una freccia”, “un proiettile che solca la strada”; tutte immagini che richiamano aggressività. Addirittura vi è analogia con una sorta di gergo bellico. Mi sono ricordato allora che nella mia pratica clinica, spesso le persone mi hanno riferito di avere preso l’auto in momenti di ira e di aggressività e di avere pensato “mi ammazzo” o addirittura “adesso faccio una carneficina”; parole forti, forse solo pensate, ma se vediamo le statistiche degli incidenti sono per lo più da riferirsi a fattori umani. La parte meccanica sembra molto più affidabile, quindi è facile usare l’auto come mezzo per manifestare e scaricare la propria aggressività a vari livelli, in stati alterati di coscienza o in lucidità.
Ho pensato che la persona che sta scappando dal luogo dell’incidente, in realtà cerchi di scappare dal suo “profondo”, dai substrati primordiali del suo inconscio, dove l’aggressività può significare veramente “morte”, in qualità di energia che innesca un processo distruttivo. Il pensiero del processo, inteso anche come presa di coscienza delle proprie parti distruttive e aggressive, lo terrorizzano e i meccanismi di difesa del proprio Io, intervengono (A.Freud, “I meccanismi di difesa” 1936 – S.Freud, “Inibizione, sintomo e angoscia” 1925). Un super Io, ben strutturato completa l’opera, non rimane altro, in una “restrizione dell’Io” che passare al diniego dell’azione, vale a dire nascondere o disinvestire emotivamente il fatto, la fuga non fa prendere coscienza del fatto, la coscienza viene coperta e bendata e il nostro equilibrio psicologico è salvo. Infatti, nella maggioranza dei fatti l’investitore non chiama nemmeno in maniera anonima i soccorsi.
Certo in tutto questo, ha rilevanza la connessione storica fra esperienze tipiche nello sviluppo individuale e l’insorgenza di determinate forme difensive, vale a dire la “nostra storia individuale”.
Infine, si potrebbe ipotizzare: “scappo per non prendere coscienza del desiderio di fare del male, della mia parte distruttiva aggressiva che alberga in me”.
In un certo senso, possiamo sollevare l’ipotesi che nell’ Ombra di ognuno di noi, ancora sopravviva il codice comportamentale dell’uomo primitivo, e pertanto, quando si trovi nella condizione di essere a briglia sciolta, al di fuori del controllo dell’Io, pur con i mezzi propri del nostro tecnologismo, la situazione non sia molto differente da quella dell’uomo della clava. Una riflessione che ci deve portare a rivalutare e decodificare il nostro patrimonio etologico e biologico ancestrale”.

Immagine di Lorenzo Borselli

Lorenzo Borselli

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