Oltre i dati: cercare una spiegazione psicologica
Il fenomeno delle omissioni di soccorso dopo un incidente stradale grave è complesso e offre molteplici interpretazioni, di ordine sia psicodinamico sia sociale. È possibile mettere da parte le situazioni limite, come chi è alla guida di un’auto rubata, chi non è in regola con la legge, chi ha assunto alcol o droghe: in questi casi la fuga porterebbe alla luce altre situazioni, oppure la consapevolezza del soggetto è già ridotta.
Più interessante, dal punto di vista psicologico, è la fascia di persone comunemente definite “il vicino della porta accanto”: chi, apparentemente, non ha nulla da nascondere oltre al fatto appena commesso. Perché proprio questa persona, che non è un criminale, sceglie di non fermarsi?
L’auto come arma: il linguaggio dell’aggressività
La facilità con cui l’automobile permette di creare danni a se stessi, alle cose e agli altri richiama subito un tema: l’incidente stradale è un’esperienza che ognuno di noi può vivere ogni giorno. In un’intervista, Erich Fromm sottolineava che fenomeni come aggressività, distruttività, sadismo e masochismo, e i loro opposti, sono potenzialmente presenti in ogni persona. Tutto ciò che la società è in grado di produrre alberga, in nuce, in ciascuno di noi.
Prova ne è il linguaggio con cui parliamo delle auto. Diciamo che un’auto “è potente”, che “è una freccia”, che è “un proiettile che solca la strada”: immagini che richiamano l’aggressività, con analogie che ricordano un gergo quasi bellico. Nella pratica clinica non è raro che le persone raccontino di aver preso l’auto in momenti di ira, pensando frasi molto forti, forse solo pensate ma rivelatrici. E le statistiche confermano che gli incidenti sono per lo più riconducibili al fattore umano, non a quello meccanico: l’auto diventa così un mezzo per manifestare e scaricare la propria aggressività, in stati alterati di coscienza come in piena lucidità.
Fuggire dal proprio profondo
Da qui l’ipotesi centrale: chi scappa dal luogo dell’incidente, in realtà, sta cercando di fuggire dal proprio profondo, dai substrati primordiali dell’inconscio, là dove l’aggressività può assumere il significato letterale di “morte”, intesa come energia che innesca un processo distruttivo.
Il pensiero di questo processo, inteso anche come presa di coscienza delle proprie parti distruttive e aggressive, terrorizza. Entrano allora in azione i meccanismi di difesa dell’Io, descritti da Anna Freud nel 1936 e collegati alle riflessioni di Sigmund Freud su inibizione, sintomo e angoscia. Un Super-Io ben strutturato completa l’opera. In una sorta di restrizione dell’Io, non resta che il diniego dell’azione: nascondere o disinvestire emotivamente il fatto. La fuga impedisce di prendere coscienza dell’accaduto, la coscienza viene coperta e bendata, e l’equilibrio psicologico è, apparentemente, salvo. Non a caso, nella maggioranza dei casi, chi investe non chiama i soccorsi nemmeno in forma anonima.
La storia individuale conta
In tutto questo ha un peso la connessione tra le esperienze tipiche dello sviluppo individuale e l’insorgere di determinate forme difensive. È la nostra storia personale a plasmare il modo in cui reagiamo di fronte all’angoscia. Si potrebbe riassumere così il nucleo del meccanismo: scappo per non prendere coscienza del desiderio di fare del male, della parte distruttiva e aggressiva che abita in me.
L’Ombra e il codice dell’uomo primitivo
C’è infine un’immagine che allarga lo sguardo. Si può ipotizzare che nell’Ombra di ognuno di noi sopravviva ancora il codice comportamentale dell’uomo primitivo. Quando ci troviamo a briglia sciolta, al di fuori del controllo dell’Io, pur disponendo di tutti i mezzi della nostra tecnologia, la situazione non è molto diversa da quella dell’uomo della clava.
È una riflessione che invita a rivalutare e decodificare il nostro patrimonio etologico e biologico ancestrale. Comprendere la fuga del pirata della strada non significa giustificarla, ma riconoscere che dietro un gesto così estremo agiscono dinamiche profonde, che riguardano, in misura diversa, ciascuno di noi.
Domande frequenti
Perché chi provoca un incidente grave a volte fugge?
Secondo la lettura psicodinamica, la fuga è un modo per non prendere coscienza delle proprie parti aggressive e distruttive. Attraverso il diniego dell’azione, la persona nasconde o disinveste emotivamente il fatto, proteggendo così, in apparenza, il proprio equilibrio psicologico.
L’omissione di soccorso riguarda solo criminali o persone irregolari?
No. Oltre alle situazioni limite di chi ha qualcosa da nascondere, il caso più significativo dal punto di vista psicologico è quello della persona comune, senza precedenti, che pure sceglie di non fermarsi. È proprio questo scenario a rendere il fenomeno così inquietante.
Che ruolo hanno i meccanismi di difesa dell’Io?
Di fronte all’angoscia di riconoscere la propria aggressività, l’Io attiva difese come il diniego. Anna Freud e Sigmund Freud hanno descritto queste dinamiche: nel caso della fuga, il diniego dell’azione permette di coprire la coscienza dell’accaduto e di allontanare emotivamente il fatto.
Cosa c’entrano Fromm e l’idea di aggressività?
Fromm sosteneva che aggressività e distruttività, insieme ai loro opposti, sono potenzialmente presenti in ogni persona. Applicata alla strada, questa idea aiuta a leggere l’auto come possibile canale di scarico dell’aggressività e a comprendere perché il fattore umano pesi tanto negli incidenti.
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