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I contesti educativi sono tali quando producono insegnamento/apprendimento.
Esistono tre tipologie di contesti educativi in cui il soggetto si imbatte nel corso della vita: prima di tutto la famiglia, poi la scuola e infine l’ambiente lavorativo.
Dei contesti educativi formali per l’insegnamento ufficiale esplicito, fanno parte tutti i tipi di scuola con la rispettiva natura (laica/religiosa, pubblica/privata) e con le varie e molteplici origini, ragioni e finalità.
I contesti caratterizzati da insegnamento informale, sono le varie tipologie di famiglie, da quelle tradizionali a quelle monoparentali: non c’è infatti un orario di lezione, non ci sono test di verifica, non ci sono insegnanti e non ci sono contenuti disciplinari strutturati; tuttavia la famiglia svolge un’attività di educazione costante e continua. (Ochs parla dell’importanza delle conversazioni a tavola, in cui il linguaggio è un mezzo per insegnare ed apprendere.)
I contesti di lavoro sono definiti contesti d’educazione aziendale, non intesi come corsi si formazione, né attività di bilancio di competenze ma come luoghi in cui prima di diventare persone esperte è necessario imparare le pratiche di lavoro, i ruoli di lavoro e le interazioni con gli altri colleghi per giungere ad agire come membri attivi di una comunità.
Infine esistono i gruppi spontanei d’apprendimento, in cui si apprende ad un livello elevato d’informalità, senza che ci sia una precisa organizzazione o continuità temporale: ai giardini, al mare, al campeggio…
L’educazione è un processo che coinvolge a 360° il soggetto e che dura ininterrottamente per tutta la vita, ecco confermata la veridicità dell’affermazione popolare “non si smette mai di imparare”.
A seconda delle epoche e dei luoghi, si rintracciano differenti modi di educare: nel XVI secolo ad esempio, nel nord dell’Europa, dalla Svizzera alla Svezia, sulla base degli insegnamenti luterani e calvinisti, le famiglie erano obbligate a provvedere all’alfabetizzazione dei giovani, ed erano i vescovi a controllare che ciò avvenisse, pena la pubblica esclusione dai sacramenti. L’alfabetizzazione si limitava alla sola lettura finalizzata ad un accostamento alla Bibbia e ai testi di preghiere. L’insegnamento della scrittura venne introdotto più tardi, con una certa discriminazione per le donne;
Nel IXX secolo, il concetto di educazione era legato ai problemi sociali del tempo, al bisogno crescente di un’istruzione professionale e agli ideali politici legati ai movimenti d’indipendenza nazionale. I maestri erano invitati a seguire nell’insegnamento il metodo spontaneo delle madri.
Il modello pedagogico dal 1922 al 1945 fu influenzato fortemente dal regime fascista, che per favorire il radicamento e lo sviluppo dei sentimenti fascisti, nel 1928 istituì il “libro unico” per l’insegnamento elementare. Il 1938 fu l’anno della “difesa della razza nella scuola fascista” in cui non erano ammessi studenti di razza ebraica nelle scuole sia pubbliche che private frequentate da alunni italiani. Il fascismo intendeva la scuola in senso totalitario, non come semplice distributrice di sapere ma come strumento politico ed educativo.
Fortunatamente con la caduta del regime le cose cambiarono in Italia, e negli anni ’60, nell’ambito dell’insegnamento, si iniziò a tener di conto di tutte le variabili intervenenti nel rapporto educativo. Bruner affermava la centralità della “costruzione e ricerca sociale dei significati che ogni individuo compie all’interno della propria cultura con gli altri”; in questa nuova prospettiva conoscere significa elaborare, costruire e modificare interagendo con i soggetti appartenenti al proprio contesto sociale.

Agnese Fatighenti

Agnese Fatighenti

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