Secondo il mito raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, Narciso, figlio della ninfa Liriope, era un ragazzo di una straordinaria bellezza tale da incantare e far innamorare tutti i giovani che incontrava.
Persino le ninfe si innamoravano di lui, come Eco, ninfa delle sorgenti e dei boschi la quale, per il dolore di essere stata da lui respinta, si tormentò fino a rimanere solo voce ed ossa.
Narciso non aveva pena dei cuori da lui infranti poiché accanto a un’incommensurabile bellezza, possedeva altrettanta superbia e per essa venne un giorno punito da Nemesi, la dea della vendetta, divenendo vittima egli stesso di un amore impossibile: un giorno, infatti, specchiandosi nell’acqua di una fonte, si innamorò perdutamente della propria immagine fino a morire di dolore per non essere da essa corrisposto.
Così infatti celebrano i famosi versi del poeta:
“Desidera, ignorandolo, se stesso, amante e oggetto amato, mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde”1.
Nel tempo, il nome Narciso è andato ad indicare non più solo il personaggio mitologico appena raccontato e il fiore nel quale questi si trasforma una volta morto, ma anche ad intendere una persona con eccessiva considerazione di sé e delle proprie qualità.
L’atteggiamento del narciso invece, definito appunto narcisismo, è andato ad indicare una esclusiva ammirazione e compiacimento per se stessi e l’indifferenza e il disprezzo verso gli altri.
Nella società odierna, dove planetario è ormai l’uso dei social network, il narcisismo si manifesta in una dimensione pubblica; lo dimostra per esempio il recente fenomeno giovanile del “selfie”, ossia l’autoscatto con uno smartphone o una webcam da postare e condividere in rete.
Il selfie rappresenta oggi lo strumento col quale le persone cercano di immortalare tratti di sé che possano compiacere gli altri, attirandone anche solo per qualche secondo la loro attenzione con un “Like”.
E’ la parossistica esibizione dei selfie a costituire per molti giovani un’identità, definita per l’appunto da Francesco Marchioro “relazionale”2, “scomposta in un diario per immagini”3.
Come sostiene il medesimo: “La moda del selfie rappresenta una contagiosa modalità di comunicazione che richiama allo stesso tempo non solo l’arte dell’autoritratto ma anche l’affermazione narcisistica di sé…”4.
Il selfie può anche essere utilizzato come chiave di lettura del processo formativo identitario dei giovani d’oggi, incessantemente condizionati da una realtà digitalizzata dove, mondo reale e mondo virtuale convivono in un rapporto in cui il secondo tende sempre più a sovrapporsi e a prevaricare sul primo.
L’assiduità con la quale essi frequentano la rete, pubblicando immagini ed informazioni di sé di auspicabile gradimento per i propri amici virtuali, fa emergere in loro l’ansia di voler essere costantemente al centro dell’attenzione di qualcun altro, sperando di ottenerne una conferma esistenziale.
Le immagini di sé sono sempre belle ed esageratamente esibizioniste; lo scatto è artificioso e perfetto, nell’illusione che l’ostentazione di una parvenza virtuale possa essere catturata e diventare essenza sostanziale .
A questo proposito, tornano familiari i versi di Ovidio:
“Ingenuo, perché ti illudi d’afferrare un’immagine che fugge? Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi! Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa; http:\\/\\/psicolab.neta ha di suo”5.
C’è comunque da fare una distinzione tra il personaggio mitologico Narciso e i narcisi di oggi: mentre infatti il primo bastava a se stesso, non interessandosi minimamente del mondo circostante, i secondi cercano continue gratificazioni ed attenzioni altrui, celando dunque una profonda insicurezza ed insoddisfazione interiore.
La discrepanza tra l’identità reale giovanile e quella virtuale è spesso notevole, in una società dove i legami sociali reali tra gli adolescenti tendono ad indebolirsi, come sottolinea Massimo Recalcati nel suo libro L’ora di lezione: “La tendenza al ritiro dei legami sociali rafforza un rapporto simbiotico con l’oggetto tecnologico e con la connessione perpetua alla rete…il rischio è quello di rendere lo schermo del proprio pc o IPAD uno specchio vuoto che, anziché aprire mondi, li rinchiude in una autoreferenzialità mortifera”6.
La chiusura all’interno del proprio cerchio speculare impedisce ai giovani di prendere consapevolezza che in ognuno di loro, giace latente un io più profondo, per rintracciare il quale occorre un’inversione di rotta che approdi in un porto di autentico e concreto incontro con l’altro.
E’ un io interiore che richiede la forza di mettersi a nudo, portando alla luce i propri punti di forza e di debolezza, i propri pregi e difetti, le proprie diversità fisiche, psicologiche e culturali.
L’altro non deve essere il proprio sé speculare ma un “io diverso”, col quale ci si confronta in un rapporto di rispetto ed ascolto attivo, in cui la parola non è più esibizione del proprio ego ma ponte di comunicazione di idee, di scoperta di nuovi interessi, nonché di condivisione di progetti reali e duraturi e, per questo, più appaganti degli esibizionistici like “virtuali”.
Note
1 Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, libro III, vv. 425-26, 3-8 d.C..
2 Francesco Marchioro, Selfie il narcisismo digitale in psicologia contemporanea, GEN-FEB. 2015 N. 247, GIUNTI, p. 15.
3 Ibidem.
4 Ivi, p. 14.
5 Publio Ovidio Nasone, op. cit., vv. 432-34.
6 Massimo Recalcati, L’ORA DI LEZIONE per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi Torino, 2014, p. 27.
BIBLIOGRAFIA
1. Massimo Recalcati, L’ORA DI LEZIONE per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi Torino, 2014.
2. psicologia contemporanea, GEN-FEB. 2015, GIUNTI EDITORE.
3. Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, Libro III, 3-8 d.C.