Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Formazione alle Regole e alla Legalità

Se dico a un’aula che bisogna sempre allacciare la cintura, chi mi ascolta sa per certo che almeno una volta non l’ho fatto neanch’io. È il meccanismo che rende inefficace gran parte dell’educazione alla legalità: un accordo tacito in cui io dico ciò che devo dire e tu fingi di crederci. Articolo divulgativo, che riporta […]

Psicolab — La Formazione alle Regole e alla Legalità
Se dico a un’aula che bisogna sempre allacciare la cintura, chi mi ascolta sa per certo che almeno una volta non l’ho fatto neanch’io. È il meccanismo che rende inefficace gran parte dell’educazione alla legalità: un accordo tacito in cui io dico ciò che devo dire e tu fingi di crederci.
Articolo divulgativo, che riporta la posizione degli autori di un volume dedicato alla didattica su regole e legalità.

Due luoghi comuni

L’educazione alla legalità viene spesso progettata su due presupposti che il testo si propone di smontare.

Il primo: infanzia e adolescenza sarebbero un periodo di serenità, purezza e onestà, e le eventuali devianze deriverebbero da interferenze esterne subite passivamente.

Il secondo: si entrerebbe nell’età adulta già formati nel carattere e nei valori, chi si comporta correttamente sul lavoro sarebbe una brava persona in partenza, e chi è disonesto lo sarebbe per natura in qualunque contesto.

Se fosse così, basterebbe concentrare ogni sforzo sulla scuola dell’obbligo.

Perché il primo è falso

I bambini apprendono valori e regole attraverso una sperimentazione e negoziazione continua con adulti e coetanei, e in quel percorso attraversano inevitabilmente anche comportamenti negativi: menzogna, piccoli furti, aggressività, omertà.

Il punto importante è che questo non è un male: è connaturato allo sviluppo.

L’adolescenza prosegue lo stesso processo per tentativi ed errori, con un orizzonte più ampio e quindi nuove possibilità di trasgressione: sistematicamente messe alla prova, come chiunque ricordi la propria adolescenza sa bene.

L’osservazione ha una conseguenza rilevante: se la trasgressione fa parte dell’apprendimento delle regole, un’educazione che la tratti come anomalia parla di qualcosa che non esiste.

Perché il secondo è falso

Diventare adulti, nel senso comune, significa avere un lavoro, una casa, un nucleo familiare autonomo.

In quel percorso (spesso lungo) si incontrano situazioni che rimettono in discussione il significato di onestà e legalità: i primi impieghi sono frequentemente irregolari, contratti e rapporti immobiliari lo sono altrettanto spesso, e anche nelle relazioni personali si affrontano dosi consistenti di reticenza.

Il punto qualificante è però un altro: in tutto questo la persona non è vittima passiva ma protagonista attiva del proprio adattamento all’ambiente.

Il meccanismo dell’inefficacia

Da qui la critica centrale, formulata con esempi concreti.

Elencare le norme non serve. Se chi insegna afferma che non si deve lavorare in nero, chi ascolta sa che quella stessa persona probabilmente ha svolto lavori irregolari in gioventù, e forse continua a percepire compensi non dichiarati.

Il risultato non è la neutralità: chi ascolta non interiorizza nulla e rafforza semmai la propria impressione di vivere in un contesto ipocrita.

È l’esito peggiore possibile: un intervento formativo che produce l’effetto contrario a quello dichiarato.

La difesa degli adulti

Il testo individua con precisione la radice del problema: l’abitudine a pensare ai giovani come spugne che assorbono passivamente.

Si tratta, osserva, di un assunto difensivo: quando non si vuole o non si sa mettersi in discussione, e si è impreparati ad ammettere errori propri, si tende a oggettivare e a usare argomenti assoluti e indiscutibili.

Che questo accada tra adulti in generale è comprensibile; che accada tra docenti e formatori professionisti è un problema.

La proposta

La conclusione operativa è netta: un intervento sull’educazione alle regole deve configurarsi all’opposto di un approccio unidirezionale e paternalistico.

Educare alla cittadinanza significa in primo luogo fornire strumenti di analisi critica capaci di mettere in discussione comportamenti e valori: inclusi quelli di chi conduce la formazione.

Il che comporta una disponibilità concreta a esporsi in prima persona.

Il metodo

L’approccio proposto nel volume di riferimento passa da giochi e percorsi didattici pensati per stimolare la discussione senza dare nulla per scontato.

L’obiettivo è che sia la partecipazione attiva a produrre un confronto su sistemi di valori negoziati.

Il principio conclusivo è quello più solido: qualunque percorso di educazione alla cittadinanza deve partire dal senso che i partecipanti stessi attribuiscono a parole come regola, legalità e onestà, senza pretendere di calarlo dall’alto.

Ha una ragione pratica evidente: non si può negoziare un significato che non si è prima fatto emergere.

Domande frequenti

Perché l’educazione alla legalità risulta spesso inefficace?

Perché si fonda sull’elencazione delle norme da parte di chi ascolta sa averle violate a sua volta. Il risultato non è la neutralità ma il rafforzamento della percezione di un contesto ipocrita.

La trasgressione in età evolutiva è un segnale d’allarme?

Non di per sé. Bambini e adolescenti apprendono le regole attraverso negoziazione e tentativi ed errori, e attraversano inevitabilmente comportamenti trasgressivi: fa parte dello sviluppo.

Cosa si intende per assunto difensivo degli adulti?

La tendenza a pensare i giovani come recettori passivi, che serve a evitare di mettersi in discussione e di ammettere le proprie incoerenze, ricorrendo ad argomenti presentati come assoluti.

Come dovrebbe essere impostato un intervento efficace?

Non in modo unidirezionale ma fornendo strumenti di analisi critica applicabili anche a chi conduce la formazione, e partendo dal significato che i partecipanti già attribuiscono a regole, legalità e onestà.

L’educazione alla legalità fallisce quando poggia su due presupposti falsi: che l’infanzia sia naturalmente onesta e le devianze vengano da fuori, e che si entri nell’età adulta già formati. In realtà le regole si apprendono per negoziazione e trasgressione, e il percorso continua ben oltre l’adolescenza, in contesti lavorativi e relazionali che rimettono in discussione i significati. Ne deriva che elencare le norme non solo è inutile ma controproducente, perché chi ascolta sa che chi parla le ha violate: si rafforza la percezione di ipocrisia. L’alternativa è fornire strumenti critici applicabili anche a chi insegna, partendo dal significato che i partecipanti già attribuiscono a quelle parole.
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