I criteri
La definizione attuale prevede la presenza di due o più stati di personalità distinti, con discontinuità nel senso di sé e nell’agire, accompagnate da alterazioni di affettività, comportamento, memoria, percezione e funzionamento sensomotorio.
Si aggiungono lacune ricorrenti nel ricordo di eventi quotidiani, informazioni personali o eventi traumatici, che eccedono la dimenticanza ordinaria.
Il quadro deve produrre disagio o compromissione e non essere spiegabile con pratiche culturalmente o religiosamente accettate, con l’effetto di sostanze o con altre condizioni mediche.
Un’aggiunta della versione attuale è rilevante: i sintomi possono essere riferiti dalla persona e non solo osservati. Molte persone con questo quadro non manifestano transizioni visibili, l’immagine cinematografica del cambiamento evidente è l’eccezione, non la regola.
Cosa non è
Due confusioni frequenti.
Non è schizofrenia. Il termine «schizofrenia» richiama una scissione, ma indica una condizione diversa, caratterizzata da alterazioni del pensiero e della percezione. La confusione è diffusa e produce stigma su entrambe.
Non implica pericolosità. La rappresentazione narrativa che associa identità multiple a violenza non ha riscontro: le persone con condizioni dissociative sono molto più spesso vittime che autori.
Il dibattito aperto
Su questa condizione esiste una controversia scientifica reale, e riportarla è più onesto che presentarne una sola versione.
Il modello traumatico, oggi prevalente, la considera un esito di esperienze traumatiche gravi e ripetute nell’infanzia, in cui la dissociazione funziona inizialmente come difesa e si struttura nel tempo. È sostenuto dall’elevata frequenza di storie di maltrattamento riferite e da alcune differenze osservate negli studi di neuroimmagine.
Il modello sociocognitivo sostiene che il quadro possa formarsi anche attraverso l’esposizione a modelli culturali, aspettative e (in alcuni casi) pratiche cliniche suggestive. A sostegno vengono citati la variabilità della frequenza delle diagnosi fra paesi e periodi, e la concentrazione delle diagnosi presso un numero ristretto di professionisti.
La posizione più diffusa oggi non sceglie: riconosce il ruolo del trauma e al tempo stesso la possibilità che alcuni aspetti della presentazione siano influenzati dal contesto e dalle aspettative.
Perché il punto è delicato
Ha una conseguenza pratica.
La sofferenza è reale in ogni caso, e questo non è in discussione. Ciò che è in discussione è come intervenire.
Le indicazioni cliniche correnti raccomandano di non incoraggiare l’elaborazione delle identità come entità separate (non attribuire nomi, non favorirne la differenziazione) perché questo tende a consolidare la frammentazione anziché ridurla.
Il trattamento raccomandato procede per fasi: prima stabilizzazione e sicurezza, poi eventuale lavoro sui contenuti traumatici, infine integrazione. Il passaggio diretto al materiale traumatico è associato a peggioramenti.
Un’avvertenza sui ricordi
Questo è il punto in cui la cautela è massima.
Le tecniche di recupero di ricordi presunti rimossi (ipnosi, colloqui suggestivi, farmaci) non sono raccomandate.
Il motivo è documentato: possono produrre ricordi dettagliati, vissuti con piena convinzione, di eventi mai accaduti. Un ricordo indotto è indistinguibile, dall’interno, da uno reale.
Ne segue che un percorso terapeutico non è una fonte di accertamento del passato, e che le conclusioni su fatti storici non possono derivarne.
È una cautela che protegge tutti: chi ha subito abusi reali, chi potrebbe essere accusato ingiustamente, e la persona in cura da un’elaborazione fondata su materiale incerto.
Domande frequenti
È la stessa cosa della schizofrenia?
No. La schizofrenia è caratterizzata da alterazioni del pensiero e della percezione. La confusione fra le due è diffusa e produce stigma su entrambe.
Le transizioni sono sempre visibili?
No, sono l’eccezione. Molte persone riferiscono le discontinuità senza che siano osservabili dall’esterno, e la definizione attuale lo riconosce esplicitamente.
Qual è l’origine?
Il modello prevalente la collega a traumi gravi e ripetuti nell’infanzia; un modello alternativo sottolinea il ruolo di aspettative e pratiche cliniche. Oggi si riconoscono entrambi i contributi.
Si possono recuperare i ricordi rimossi?
Le tecniche di recupero non sono raccomandate: possono produrre ricordi convinti di eventi mai accaduti. Un percorso terapeutico non accerta fatti del passato.