Psicologia Clinica e Psicopatologia

Disturbo Dissociativo dell'Identità

Il disturbo dissociativo dell’identità è la condizione psichiatrica più rappresentata dal cinema e fra le meno comprese. Vale la pena separare i criteri clinici dall’immagine narrativa, e dire dove il dibattito scientifico è ancora aperto. Articolo divulgativo, non diagnostico. Le condizioni dissociative richiedono una valutazione specialistica; per un ascolto immediato, Telefono Amico Italia 02 2327 […]

Psicolab — Disturbo Dissociativo dell'Identità
Il disturbo dissociativo dell’identità è la condizione psichiatrica più rappresentata dal cinema e fra le meno comprese. Vale la pena separare i criteri clinici dall’immagine narrativa, e dire dove il dibattito scientifico è ancora aperto.
Articolo divulgativo, non diagnostico. Le condizioni dissociative richiedono una valutazione specialistica; per un ascolto immediato, Telefono Amico Italia 02 2327 2327, in emergenza 112.

I criteri

La definizione attuale prevede la presenza di due o più stati di personalità distinti, con discontinuità nel senso di sé e nell’agire, accompagnate da alterazioni di affettività, comportamento, memoria, percezione e funzionamento sensomotorio.

Si aggiungono lacune ricorrenti nel ricordo di eventi quotidiani, informazioni personali o eventi traumatici, che eccedono la dimenticanza ordinaria.

Il quadro deve produrre disagio o compromissione e non essere spiegabile con pratiche culturalmente o religiosamente accettate, con l’effetto di sostanze o con altre condizioni mediche.

Un’aggiunta della versione attuale è rilevante: i sintomi possono essere riferiti dalla persona e non solo osservati. Molte persone con questo quadro non manifestano transizioni visibili, l’immagine cinematografica del cambiamento evidente è l’eccezione, non la regola.

Cosa non è

Due confusioni frequenti.

Non è schizofrenia. Il termine «schizofrenia» richiama una scissione, ma indica una condizione diversa, caratterizzata da alterazioni del pensiero e della percezione. La confusione è diffusa e produce stigma su entrambe.

Non implica pericolosità. La rappresentazione narrativa che associa identità multiple a violenza non ha riscontro: le persone con condizioni dissociative sono molto più spesso vittime che autori.

Il dibattito aperto

Su questa condizione esiste una controversia scientifica reale, e riportarla è più onesto che presentarne una sola versione.

Il modello traumatico, oggi prevalente, la considera un esito di esperienze traumatiche gravi e ripetute nell’infanzia, in cui la dissociazione funziona inizialmente come difesa e si struttura nel tempo. È sostenuto dall’elevata frequenza di storie di maltrattamento riferite e da alcune differenze osservate negli studi di neuroimmagine.

Il modello sociocognitivo sostiene che il quadro possa formarsi anche attraverso l’esposizione a modelli culturali, aspettative e (in alcuni casi) pratiche cliniche suggestive. A sostegno vengono citati la variabilità della frequenza delle diagnosi fra paesi e periodi, e la concentrazione delle diagnosi presso un numero ristretto di professionisti.

La posizione più diffusa oggi non sceglie: riconosce il ruolo del trauma e al tempo stesso la possibilità che alcuni aspetti della presentazione siano influenzati dal contesto e dalle aspettative.

Perché il punto è delicato

Ha una conseguenza pratica.

La sofferenza è reale in ogni caso, e questo non è in discussione. Ciò che è in discussione è come intervenire.

Le indicazioni cliniche correnti raccomandano di non incoraggiare l’elaborazione delle identità come entità separate (non attribuire nomi, non favorirne la differenziazione) perché questo tende a consolidare la frammentazione anziché ridurla.

Il trattamento raccomandato procede per fasi: prima stabilizzazione e sicurezza, poi eventuale lavoro sui contenuti traumatici, infine integrazione. Il passaggio diretto al materiale traumatico è associato a peggioramenti.

Un’avvertenza sui ricordi

Questo è il punto in cui la cautela è massima.

Le tecniche di recupero di ricordi presunti rimossi (ipnosi, colloqui suggestivi, farmaci) non sono raccomandate.

Il motivo è documentato: possono produrre ricordi dettagliati, vissuti con piena convinzione, di eventi mai accaduti. Un ricordo indotto è indistinguibile, dall’interno, da uno reale.

Ne segue che un percorso terapeutico non è una fonte di accertamento del passato, e che le conclusioni su fatti storici non possono derivarne.

È una cautela che protegge tutti: chi ha subito abusi reali, chi potrebbe essere accusato ingiustamente, e la persona in cura da un’elaborazione fondata su materiale incerto.

Domande frequenti

È la stessa cosa della schizofrenia?

No. La schizofrenia è caratterizzata da alterazioni del pensiero e della percezione. La confusione fra le due è diffusa e produce stigma su entrambe.

Le transizioni sono sempre visibili?

No, sono l’eccezione. Molte persone riferiscono le discontinuità senza che siano osservabili dall’esterno, e la definizione attuale lo riconosce esplicitamente.

Qual è l’origine?

Il modello prevalente la collega a traumi gravi e ripetuti nell’infanzia; un modello alternativo sottolinea il ruolo di aspettative e pratiche cliniche. Oggi si riconoscono entrambi i contributi.

Si possono recuperare i ricordi rimossi?

Le tecniche di recupero non sono raccomandate: possono produrre ricordi convinti di eventi mai accaduti. Un percorso terapeutico non accerta fatti del passato.

La condizione è definita da discontinuità nel senso di sé accompagnate da lacune di memoria, e le transizioni visibili (l’immagine cinematografica) sono l’eccezione. Non è schizofrenia e non implica pericolosità: chi ne soffre è più spesso vittima. Sul suo statuto esiste un dibattito reale fra modello traumatico e modello sociocognitivo, e la posizione prevalente riconosce entrambi i contributi. Le indicazioni cliniche sconsigliano di trattare le identità come entità separate, e le tecniche di recupero dei ricordi non sono raccomandate.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.