La diagnosi
L’articolo mette in fila alcuni elementi e ne ricava un quadro.
Nel corso degli anni Novanta e Duemila i percorsi di formazione in ambito psicologico si sono moltiplicati, accompagnati da prospettive occupazionali che non si sono realizzate.
Nel frattempo la contrazione economica ha ridotto la domanda: chi ha difficoltà di reddito rinuncia per prime alle spese percepite come rinviabili.
Il testo richiama a questo proposito la nota gerarchia dei bisogni, in cui le esigenze di realizzazione personale verrebbero dopo quelle di sicurezza materiale.
Una precisazione sul modello richiamato
La gerarchia dei bisogni è un’immagine efficace ma non ha ricevuto conferme empiriche nella sua formulazione originaria: i bisogni non si attivano in sequenza rigida, e persone in gravi difficoltà materiali perseguono ugualmente relazioni, riconoscimento e significato.
Ciò che il testo osserva è però verificabile per altra via: la domanda di servizi psicologici privati è sensibile al reddito, e nelle fasi di contrazione economica si riduce, mentre, paradossalmente, il bisogno aumenta.
Ed è un dato con una conseguenza precisa: dove l’accesso dipende dalla capacità di spesa, chi ha più bisogno è chi meno può permetterselo.
Il meccanismo che il testo individua
La parte più acuta è la descrizione di un sistema che si alimenta da sé.
Le scuole moltiplicano seminari e aggiornamenti, frequentati da ex allievi tenuti a mantenere requisiti formativi. Chi tra i formati riesce a diventare formatore si trova ad aggiornare i propri colleghi, a loro volta obbligati.
Il testo lo definisce con esattezza: un apparato che si autoalimenta.
Perché la struttura è quella
Vale la pena esplicitare il meccanismo economico, perché non riguarda solo questo settore.
Quando le prospettive di lavoro in un ambito si riducono, ma la formazione per accedervi resta a pagamento, si genera una configurazione precisa: il prodotto che continua a essere venduto non è il servizio finale, è il percorso per potervi accedere.
La domanda di formazione, in questi casi, non dipende dalla domanda di servizi: dipende dal numero di persone che aspirano a entrare, e quel numero può crescere proprio mentre le opportunità diminuiscono, perché chi non trova lavoro cerca ulteriori qualifiche.
È lo stesso meccanismo che si osserva in altri settori professionali saturi, e produce un effetto documentato: l’aumento dei titoli richiesti senza corrispondente aumento delle posizioni.
I costi
Il testo riporta cifre riferite al 2011: circa seimila euro per un percorso triennale di counseling, quattordicimila per una specializzazione quadriennale in psicoterapia, a cui si aggiungono terapia personale, supervisione, convegni e corsi residenziali.
Gli importi vanno considerati non aggiornati, e le voci accessorie tendono a essere sottovalutate: nel calcolo complessivo pesano spesso quanto la retta.
Il punto che merita attenzione è però un altro: si tratta di un investimento sostenuto prima di sapere se esistano prospettive, da persone giovani, senza garanzie di rendimento.
Ne discende un effetto sulla composizione della professione che il testo non nomina: percorsi così onerosi selezionano per disponibilità economica familiare prima che per attitudine, riducendo la varietà sociale di chi eserciterà.
È un problema di equità e anche di qualità del servizio: una professione che si occupa di persone di ogni condizione ha bisogno di provenire da condizioni diverse.
Il conflitto tra le due figure
Il testo registra l’ostilità tra counselor e psicoterapeuti, con denunce reciproche e procedimenti giudiziari, e osserva che molti procedimenti si sono chiusi con assoluzioni ma che il problema resta.
Serve un aggiornamento normativo.
Nel 2013 la legge sulle professioni non organizzate in ordini ha dato una cornice al counseling: le associazioni di categoria possono rilasciare attestati di qualità, ma non si tratta di un albo e non conferisce facoltà riservate.
Il confine è rimasto quello: valutazione, diagnosi, sostegno psicologico e psicoterapia restano riservati per legge a psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.
La lettura più utile
Il testo suggerisce implicitamente che il conflitto abbia una radice economica, ed è probabilmente corretto.
Una disputa sui confini professionali diventa aspra quando il mercato si contrae: in una fase di espansione la sovrapposizione tra figure viene tollerata, in una fase di contrazione diventa concorrenza diretta.
Ciò non toglie che la questione sostanziale sia reale e riguardi la tutela di chi si rivolge a un professionista: una persona in difficoltà deve poter sapere chi ha davanti e cosa quella figura può fare.
Ma la lettura economica spiega perché la disputa si sia inasprita in quel momento, e perché il tono sia stato quello descritto dal testo.
Cosa manca al quadro
C’è un elemento che il testo sfiora senza svilupparlo e che è il più rilevante.
Il problema di fondo non è il numero di professionisti formati: è che l’accesso ai servizi psicologici in Italia dipende in larga misura dalla capacità di spesa individuale.
I servizi pubblici esistono ma sono sottodimensionati rispetto alla domanda, con tempi di attesa che li rendono impraticabili per molte situazioni.
Ne risulta la configurazione descritta: un’offerta di professionisti in crescita, una domanda che non riesce a esprimersi perché non solvibile, e nel mezzo un sistema formativo che continua a produrre.
È una questione di politica sanitaria prima che di ordini professionali, e le misure di sostegno all’accesso introdotte negli anni successivi, per quanto limitate, muovono in quella direzione.
Domande frequenti
Perché la formazione continua a espandersi mentre il lavoro si riduce?
Perché la domanda di formazione non dipende dalla domanda di servizi ma dal numero di aspiranti, che può crescere proprio mentre le opportunità calano: chi non trova lavoro cerca ulteriori qualifiche.
Il counseling è oggi riconosciuto?
Rientra tra le professioni non organizzate in ordini, disciplinate dalla legge del 2013: le associazioni possono rilasciare attestati di qualità, che non equivalgono a un albo né conferiscono facoltà riservate.
Perché il conflitto tra le due figure è diventato aspro?
Anche per ragioni economiche: in una fase di espansione la sovrapposizione viene tollerata, in una di contrazione diventa concorrenza diretta. La questione sostanziale resta però la tutela di chi si rivolge a un professionista.
Qual è il problema di fondo?
Che l’accesso ai servizi psicologici dipende in larga misura dalla capacità di spesa, con servizi pubblici sottodimensionati. È una questione di politica sanitaria prima che di ordini professionali.