Che cosa si intende per salute mentale
Il testo originale afferma che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ne fornisce una definizione. Va corretto.
L’OMS definisce la salute mentale come uno stato di benessere che consente di far fronte alle difficoltà ordinarie della vita, di apprendere e lavorare in modo produttivo e di contribuire alla propria comunità.
È una definizione che ha ricevuto critiche argomentate (in particolare per il rischio di identificare la salute con la produttività e con l’assenza di sofferenza) e la formulazione più recente insiste sul fatto che la salute mentale è un continuum, non una condizione binaria, e ha una dimensione sociale e non solo individuale.
Va sottolineato il punto che il testo coglie correttamente: non esiste salute senza salute mentale, e la separazione fra le due è un’eredità storica che i servizi stanno tuttora smontando.
La svolta italiana
Sul piano storico, l’Italia ha compiuto un passaggio che pochi paesi hanno replicato.
La legge 180 del 1978 ha avviato il superamento degli ospedali psichiatrici, spostando l’assistenza sui servizi territoriali e limitando il trattamento sanitario obbligatorio a condizioni definite, con garanzie procedurali.
Un secondo passaggio, meno noto, è la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, disposta da una legge del 2014 e completata negli anni successivi, con il trasferimento delle funzioni a strutture residenziali a gestione sanitaria.
Il bilancio, oggi, è articolato: il modello ha retto sul piano dei principi, mentre le criticità riguardano la disomogeneità fra territori e le risorse destinate ai servizi.
Su alcune pratiche del passato
Il testo originale accosta manicomio, elettroshock, farmaci e psicoterapia come tappe di un percorso. Le tre cose meritano trattamenti diversi.
La terapia elettroconvulsivante è il caso più frainteso. Nella pratica contemporanea si esegue in anestesia generale con miorisoluzione, ha indicazioni ristrette (soprattutto depressione grave resistente e alcune condizioni con rischio immediato) e in quelle indicazioni presenta evidenze di efficacia. L’effetto avverso più rilevante riguarda la memoria degli eventi vicini al trattamento. È una procedura diversa da quella praticata a metà Novecento, che veniva applicata senza anestesia e anche con finalità disciplinari.
Sui farmaci vale una valutazione altrettanto articolata: hanno efficacia dimostrata in diverse condizioni, hanno effetti avversi rilevanti, e la loro utilità dipende in modo determinante dall’appropriatezza dell’indicazione.
Sulla psicoterapia, le rassegne mostrano efficacia comparabile ai farmaci per molti disturbi comuni, con vantaggi sul mantenimento dopo la fine del trattamento.
Cosa significa “terapia responsabile”
La formula del convegno indica un cambiamento sostanziale nell’impostazione dei servizi.
- Consenso informato reale, con informazione comprensibile su benefici, alternative e rischi.
- Decisione condivisa: le preferenze della persona come elemento del piano di cura, non come ostacolo alla sua esecuzione.
- Attenzione all’appropriatezza: evitare sia il trattamento eccessivo sia la mancata offerta di cure efficaci.
- Riduzione delle pratiche coercitive, ambito in cui esistono programmi con risultati documentati.
- Coinvolgimento delle persone con esperienza diretta nella progettazione dei servizi.
Va aggiunto un dato che pesa più di quanto si creda: la relazione terapeutica è uno dei predittori più consistenti dell’esito, attraverso approcci teorici diversi. Non è un complemento gentile del trattamento: è parte del trattamento.
L’ostacolo che resta
Il divario fra chi avrebbe bisogno di cure e chi le riceve resta ampio in tutti i paesi, e le ragioni sono note: disponibilità dei servizi, costi, tempi di attesa e stigma.
Sullo stigma la ricerca ha chiarito cosa funziona e cosa no: le campagne informative da sole hanno effetti limitati, mentre il contatto diretto con persone che hanno esperienza di disturbi mentali è l’intervento con i risultati migliori.
Domande frequenti
Esiste una definizione di salute mentale?
Si: l’OMS la definisce come uno stato di benessere che consente di affrontare le difficolta ordinarie, apprendere, lavorare e contribuire alla comunita. Ed e un continuum, non una condizione binaria.
Cosa ha cambiato la legge 180?
Ha avviato il superamento degli ospedali psichiatrici spostando l’assistenza sul territorio e limitando il trattamento obbligatorio a condizioni definite con garanzie procedurali.
L’elettroshock si usa ancora?
La terapia elettroconvulsivante si esegue oggi in anestesia, con indicazioni ristrette come la depressione grave resistente, ed e procedura diversa da quella praticata a meta Novecento.
Cosa riduce lo stigma?
Il contatto diretto con persone che hanno esperienza di disturbi mentali. Le campagne puramente informative, da sole, hanno effetti limitati.
Lascia un commento