Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Come si apprendono le lingue?

Perché due studenti, con lo stesso insegnante e lo stesso metodo, imparano una lingua in modi così diversi? La ricerca degli ultimi decenni ha posto l’allievo al centro del processo di apprendimento linguistico: l’insegnante può compiere scelte davvero efficaci solo dopo aver scoperto i ritmi, le motivazioni, i bisogni e gli stili di ciascuno. Questo […]

Psicolab — Come si apprendono le lingue?
Perché due studenti, con lo stesso insegnante e lo stesso metodo, imparano una lingua in modi così diversi? La ricerca degli ultimi decenni ha posto l’allievo al centro del processo di apprendimento linguistico: l’insegnante può compiere scelte davvero efficaci solo dopo aver scoperto i ritmi, le motivazioni, i bisogni e gli stili di ciascuno. Questo approfondimento propone un modello multifattoriale dello stile d’apprendimento linguistico e delinea il percorso che un docente dovrebbe seguire per rispettare e valorizzare il modo di apprendere di ogni studente.

Intelligenza, stile cognitivo, stile d’apprendimento

Anche se spesso si usano come sinonimi, questi tre termini indicano nozioni distinte. L’intelligenza non ha una definizione universalmente condivisa: è una capacità umana legata all’esperienza e all’attivazione di processi cognitivi e metacognitivi per migliorare l’apprendimento e adattarsi all’ambiente. Molte domande restano aperte: è un’unica abilità generale o, come sostengono Sternberg e Gardner, un insieme di abilità distinte? È innata o determinata dall’ambiente? Ma soprattutto, quando si parla di intelligenza in ambito educativo, emerge la tendenza a formulare un giudizio di valore, considerandola determinante per il successo scolastico.

Di natura diversa è lo stile cognitivo: la modalità preferenziale di organizzare, elaborare e gestire le informazioni. È una sorta di ponte tra intelligenza e personalità, e sposta l’attenzione da quanto si pensa a come si pensa, senza giudizi di valore: un fallimento può derivare da un processo mentale inadeguato al compito, senza che ciò metta in dubbio l’intelligenza dell’allievo. Lo stile d’apprendimento, infine, è la tendenza personale a preferire un certo modo di apprendere e studiare. Coinvolge non solo aspetti cognitivi, ma anche sociali, affettivi, caratteriali e culturali, e si configura come un prolungamento dello stile cognitivo applicato al contesto formativo.

Un modello multifattoriale

L’approccio di ognuno all’apprendimento linguistico è il risultato dell’interazione tra numerosi fattori di diversa natura, che rendono unica ogni persona: è praticamente impossibile trovare due individui che attivino esattamente gli stessi processi. In quest’ottica, invece di classificare gli stili in profili rigidi, è più utile indagare a fondo i fattori che li determinano. Vediamo le principali dimensioni.

La dimensione percettiva

Prima di elaborare e memorizzare, occorre raccogliere dati dall’ambiente attraverso i canali sensoriali. Nell’apprendere una lingua si fa leva soprattutto sui canali visivo e uditivo, ma le persone “cinestetiche” preferiscono attivare più modalità sensoriali insieme, come avviene in alcune culture in cui la lingua è associata a danze e rituali. Ci sono poi differenze nel raccogliere le informazioni: chi adotta strategie percettive globali lavora su somiglianze e semplificazioni, chi usa strategie analitiche fa leva su differenze e contrasti. Chi percepisce in modo globale tende a essere dipendente dal campo, considerando classe, insegnante e compagni come risorse, ben disposto alla cooperazione e all’uso di strategie inferenziali; chi è indipendente dal campo è più analitico, predilige il lavoro individuale e si concentra sui dettagli dell’input linguistico.

La dimensione processuale

Una volta raccolte, le informazioni vengono elaborate attivando strategie cognitive. Si possono distinguere alcune tendenze: gli stili ideativi, riflessivi, per cui si impara capendo e riflettendo, con la teoria che precede la pratica; gli stili sistematici, basati sull’analisi sequenziale che va dalla parte al tutto, con attenzione ai dettagli e alla correttezza formale; gli stili esecutivi, fondati sull’azione, sul tentativo ed errore, che privilegiano l’uso pratico e comunicativo della lingua; e gli stili intuitivi, che analizzano simultaneamente tutte le variabili partendo dal tutto per arrivare alla parte, facendo leva sul contesto.

Dopo l’elaborazione, le informazioni vengono fissate nella memoria a lungo termine. Alcuni prediligono rappresentazioni visuo-spaziali, vere immagini mentali che associano parole a oggetti e situazioni concrete; altri usano rappresentazioni lineari, organizzando il materiale linguistico in sequenze a partire dalle caratteristiche fonetiche o grafiche. Probabilmente chi predilige le immagini attiva strategie legate alla memoria episodica, chi preferisce le sequenze lineari alla memoria semantica.

La dimensione socio-relazionale e caratteriale

Dagli anni Ottanta si è riconosciuto il ruolo del contesto sociale: l’apprendimento è un processo influenzato dal rapporto con compagni e insegnante. Si possono considerare alcune dicotomie, estremi di un continuum: competizione contro collaborazione (emergere nel gruppo o lavorare insieme); intrasoggettività contro intersoggettività (autoanalisi e contributo personale, oppure socializzazione e mediazione sociale); indipendenza contro dipendenza (autonomia dal docente o adesione rigorosa alle sue indicazioni). Questi atteggiamenti sono influenzati anche dal carattere: un allievo estroverso tenderà all’indipendenza e alla sicurezza, uno introverso all’intrasoggettività e a una minore sicurezza nell’ambiente d’apprendimento.

Il rapporto con il sapere

Ognuno attiva certe strategie anche in base al proprio rapporto con ciò che apprende: quale idea ha della lingua, quali motivazioni lo spingono, a quale livello mira. Ne deriva uno stile innovativo, che spinge ad andare oltre il compito, ad approfondire e a rielaborare in modo personale (pensiero divergente), oppure uno stile conservativo, che accumula nozioni limitandosi a riutilizzarle (pensiero convergente). Conta infine il grado di riflessività o impulsività: gli impulsivi prediligono l’azione e sentono il bisogno di comunicare fin da subito; i riflessivi danno importanza alla correttezza formale e preferiscono prima imparare, poi comunicare.

Un meta-fattore: la cultura

Ogni cultura si fonda su un’idea di persona e privilegia certi stili di apprendimento, permeando tutte le dimensioni viste finora. La cultura scolastica occidentale, per esempio, tende a valorizzare i canali visivo e uditivo, la scrittura, le dinamiche competitive e gli stili esecutivi, associando spesso la velocità alla bravura e la lentezza alla difficoltà. Ma sono convinzioni arbitrarie: in molte culture orientali la lentezza è sinonimo di precisione, mentre la velocità è vista come superficialità. Attenzione però a non attribuire alla cultura un valore assoluto, cadendo negli stereotipi: alcune ricerche mostrano studenti che si discostano nettamente dall’immagine stereotipata della propria cultura d’origine. Prima ancora della dimensione culturale, c’è il singolo allievo, con esperienze e talenti del tutto personali.

Promuovere gli stili d’apprendimento in classe

Analizzare gli stili di ciascun allievo è imprescindibile per un insegnante che voglia porre davvero lo studente al centro. L’insegnamento delle lingue non può basarsi su metodologie universali applicate acriticamente, ma deve partire dall’ambiente e dai suoi attori. Ecco un percorso ideale in quattro tappe.

1. La riflessione dell’insegnante su di sé

Il primo passo, prima ancora di osservare gli allievi, è che il docente rifletta sul proprio stile d’apprendimento linguistico. In base a come è abituato a imparare, si forma inconsapevolmente un’idea dei modi “migliori” per apprendere, che influenza le sue scelte didattiche quotidiane: quali canali sensoriali attiva, se preferisce lavori individuali o di gruppo, quanto peso dà alla correttezza formale rispetto all’efficacia comunicativa, come svolge la riflessione grammaticale. Rendersi conto che molte scelte nascono da esperienze personali, che hanno funzionato per sé ma non sono generalizzabili, è essenziale.

2. Osservare l’allievo in azione

Prima di definire il percorso, occorre analizzare il contesto e conoscere gli allievi: bisogni, livello, motivazioni. Poiché gli stili cognitivi sono difficili da sondare “dall’interno”, si raccolgono dati “dall’esterno”, osservando comportamenti e reazioni. Il docente può dedicare le prime ore a attività diagnostiche che richiedano strategie diverse (cooperazione e lavoro individuale, scrittura e oralità, stimoli visivi, uditivi e multisensoriali, ritmi lenti e veloci), senza sottrarre tempo alla didattica ma diversificandola. Utili sono schede di osservazione, diari di bordo e, se possibile, un osservatore esterno. Accanto a questi strumenti indiretti, se ne possono usare di diretti, come la “lettera all’insegnante”, in cui ogni studente racconta aspettative, esperienze pregresse e attività che ritiene più utili.

3. Definire mete “glottomatetiche”

Delineate le propensioni degli allievi, il docente stabilisce alcune mete relative al modo di apprendere, non solo alle abilità linguistiche. Nell’ottica dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, insegnare una lingua significa anche sviluppare strategie d’apprendimento e consapevolezza del proprio processo, così che l’allievo diventi autonomo. Queste mete sono trasversali: si raggiungono attraverso le normali attività didattiche, promuovendo la riflessione sulle strategie usate. È essenziale rendere l’allievo consapevole delle proprie propensioni, guidarlo ad attivarle in modo consapevole ed educarlo alla flessibilità cognitiva: la capacità di interagire con chi ha uno stile diverso e di modificare, almeno temporaneamente, il proprio. È una meta centrale, perché l’educazione linguistica è anzitutto educazione alla vita: la società richiede sempre più flessibilità, cooperazione e adattamento.

4. Ripensare la didattica in funzione dell’allievo

I dati dell’osservazione devono infine incidere sul metodo. Poiché ogni classe presenta una varietà di stili, il docente può giocare sulla varietà: nelle modalità di gestione (individuale, a coppie, a gruppi); nella formazione dei gruppi (omogenei o eterogenei per profilo cognitivo, non solo per livello); nella distribuzione dei compiti, valorizzando le predisposizioni individuali; nel materiale, stimolando più canali sensoriali e alternando testi orali e scritti, linguistici e iconici, con oggetti autentici da vedere e toccare; nelle tipologie di attività, senza privilegiare solo l’intelligenza linguistica e logico-matematica; e nel grado di strutturazione, alternando momenti guidati ad altri più liberi, per rispettare sia gli stili sistematici sia quelli intuitivi.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra stile cognitivo e stile d’apprendimento?

Lo stile cognitivo è la modalità preferenziale di elaborare le informazioni; lo stile d’apprendimento è la tendenza personale a preferire un certo modo di studiare e imparare, e ne è un prolungamento applicato al contesto formativo, che coinvolge anche fattori sociali, affettivi e culturali.

Cos’è il modello multifattoriale dello stile d’apprendimento?

È un approccio che, invece di classificare gli studenti in profili rigidi, analizza i molteplici fattori che determinano il loro modo di apprendere: percettivi, processuali, socio-relazionali, caratteriali, il rapporto con il sapere e la cultura d’appartenenza come meta-fattore.

Perché l’insegnante dovrebbe riflettere sul proprio stile?

Perché il modo in cui il docente ha imparato influenza inconsciamente le sue scelte didattiche. Rendersene conto evita di generalizzare metodi che hanno funzionato per sé ma non necessariamente per gli allievi, che hanno propensioni cognitive diverse.

Cosa si intende per flessibilità cognitiva?

È la capacità di interagire con persone che hanno uno stile cognitivo diverso e la disponibilità a modificare, almeno temporaneamente, il proprio per affrontare una situazione. È una meta educativa centrale, utile ben oltre l’apprendimento linguistico, nella vita e nel lavoro.

Non esiste un unico modo “giusto” di imparare una lingua: ogni allievo sviluppa uno stile personale, frutto dell’interazione tra fattori percettivi, cognitivi, sociali, caratteriali e culturali. Per questo l’insegnamento efficace non applica metodi universali, ma parte dallo studente. Il percorso per il docente è chiaro: riflettere sul proprio stile, osservare gli allievi in azione, definire mete che ne sviluppino la consapevolezza e la flessibilità cognitiva, e diversificare la didattica. Spesso l’insuccesso scolastico nasce proprio dalla distanza tra il metodo dell’insegnante e le propensioni degli studenti: costruire un ponte tra i due è il primo passo.
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