Perché l’arteterapia attraversa contesti così diversi
Alla base c’è un fatto semplice: l’espressione creativa non serve a una sola cosa. La partecipazione a un’attività artistica ha di per sé un effetto, ma le funzioni che quella stessa attività può svolgere cambiano a seconda del momento e degli obiettivi del percorso.
Un disegno realizzato durante un primo incontro può offrire elementi utili alla comprensione del funzionamento della persona. Lo stesso disegno, realizzato mesi dopo, può diventare il segno di un cambiamento avvenuto. Modellare la creta può servire a scaricare una tensione, a recuperare la percezione del proprio corpo, oppure a sperimentare che qualcosa di proprio può prendere forma nel mondo.
Per questo l’arteterapia contribuisce a più fasi del lavoro clinico ed educativo: alla comprensione iniziale della persona, alla presa in carico, al trattamento del disagio, fisico, psicologico o sociale che sia, e alla prevenzione del disagio stesso. Non è una tecnica applicata a un problema, ma un medium che assume forme diverse a seconda di chi ha di fronte.
La radice multidisciplinare
L’arteterapia nasce all’incrocio tra pratica artistica, psicologia clinica, psichiatria e pedagogia. I riferimenti teorici sono molteplici: la tradizione psicodinamica, che legge il prodotto artistico come via d’accesso a contenuti non verbalizzabili; gli approcci umanistici, centrati sul potenziale espressivo e sulla crescita della persona; le prospettive più recenti che valorizzano la dimensione corporea e sensoriale dell’atto creativo.
Questa pluralità spiega perché due arteterapeuti possano lavorare con materiali simili e obiettivi molto diversi. Ed è anche il motivo per cui la disciplina si è potuta insediare in servizi tanto lontani tra loro.
Le tre grandi aree di applicazione
La suddivisione in tre aree, terapia, riabilitazione ed educazione, non riguarda le tecniche impiegate, che sono largamente sovrapponibili. Riguarda la condizione della persona che partecipa e la finalità del percorso.
Area terapeutica
È l’ambito storicamente originario. L’arteterapia si è sviluppata come strumento di sostegno nelle cure psichiatriche rivolte a persone con gravi disturbi psichici. Divenne presto chiaro a medici e psicologi che molti pazienti riuscivano a esprimersi meglio con il corpo o con il gesto, modellando la creta, ballando, raffigurando nei disegni le proprie angosce, piuttosto che attraverso le parole.
Il ricorso all’espressione artistica offriva così una via per aggirare le difficoltà di comunicazione tipiche dei quadri clinici più compromessi. I risultati ottenuti portarono a estendere queste tecniche a pazienti con disturbi meno severi, come i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia, nei quali l’impiego dell’arteterapia è stato associato a un aumento dell’autostima, a un consolidamento dell’Io e a un miglioramento delle capacità di socializzazione (Pasanisi, 2001).
Area riabilitativa
Con il tempo, i successi in ambito terapeutico portarono a estendere l’arteterapia alla riabilitazione di persone con danni neurologici e disabilità fisiche, senza vere e proprie patologie psichiche. È oggi l’ambito di applicazione più frequente.
Qui il lavoro creativo aiuta a ridurre la negazione della disabilità, a sviluppare autonomia personale, a costruire relazioni sociali. Come osservava Warren (1993), insegnando alle persone a vedere ciò che le circonda, a esprimere le loro emozioni, e affermando continuamente che loro, e soltanto loro, possono tracciare quei particolari segni sulla carta o sulla tela, queste persone hanno maggiori opportunità di conoscere se stesse e il loro diritto di essere rispettate e di volersi bene.
L’area riabilitativa non riguarda però soltanto la disabilità. L’arteterapia viene proposta anche a malati oncologici e a persone in fase terminale: un semplice scarabocchio, un movimento di danza, l’assunzione consapevole di una posizione permettono di scaricare stress e tensioni e di alleviare quel senso di torpore che spesso fa dimenticare di avere un corpo.
Area dell’educazione
È la direzione più recente: l’arteterapia proposta a persone senza disagi specifici, come forma di educazione alla sensibilità, alla creatività, all’autoconsapevolezza e all’accettazione di sé.
Il presupposto è che momenti di crisi attraversino anche vite prive di disturbi clinici. Un lutto, una separazione, un insuccesso a scuola o nel lavoro generano il bisogno di ristabilire un equilibrio con se stessi e con il mondo. In quei passaggi l’arteterapia offre uno spazio per contattare ed elaborare le emozioni, affrontare i conflitti interiori e ritrovare fiducia in sé.
Va aggiunto che la creatività, in questa prospettiva, non coincide con il talento artistico. È capacità di esprimersi e di relazionarsi con il mondo in modo sempre nuovo, dunque flessibilità e capacità di adattamento. In una società che lascia sempre meno spazio a questa dimensione, e che ci sovraccarica di stimoli al punto da allontanarci dalle nostre stesse emozioni, il percorso arteterapeutico può costituire il tempo e il luogo per incontrare se stessi, sperimentare abilità diverse e mantenere o ritrovare il benessere psicofisico.
Dove si pratica concretamente
Tradotte in servizi, le tre aree si distribuiscono su una geografia riconoscibile. In area terapeutica: servizi psichiatrici territoriali, comunità terapeutiche, day hospital, servizi per i disturbi del comportamento alimentare, servizi per le dipendenze. In area riabilitativa: centri di riabilitazione neurologica, servizi per la disabilità, reparti oncologici, hospice e cure palliative, residenze per anziani.
In area educativa: scuole di ogni ordine e grado, centri diurni, progetti di comunità, gruppi di crescita personale, percorsi rivolti a caregiver e operatori sanitari, dove il rischio di esaurimento emotivo è alto e lo spazio per elaborarlo scarso.
La stessa persona, nel corso della vita, può incontrare l’arteterapia in più di una di queste vesti. Ed è frequente che un percorso nato con finalità riabilitative acquisisca, strada facendo, una funzione più propriamente educativa.
Cosa tenere presente prima di iniziare un percorso
La varietà dei contesti rende importante una domanda preliminare: quale funzione ha, qui e ora, il percorso proposto. Un laboratorio espressivo in una scuola e un intervento arteterapeutico in un reparto psichiatrico condividono materiali e linguaggio, ma non setting, obiettivi né formazione richiesta a chi conduce.
Vale poi la pena ricordare che l’arteterapia non chiede competenze artistiche e non valuta il risultato estetico. Il prodotto è una traccia del processo, non una prestazione. Chi teme di non saper disegnare sta ponendo una domanda che, nel setting arteterapeutico, semplicemente non si applica.
Domande frequenti
Quali sono le tre aree di applicazione dell’arteterapia?
L’area terapeutica, rivolta a persone con disturbi psichici; l’area riabilitativa, rivolta a persone con danni neurologici, disabilità fisiche o malattie croniche e oncologiche; l’area dell’educazione, rivolta a persone senza disagi specifici, come percorso di autoconsapevolezza e prevenzione. Le tecniche sono simili, cambiano finalità e condizioni della persona.
L’arteterapia serve solo a trattare un disagio già presente?
No. Contribuisce alla comprensione iniziale della persona, alla presa in carico e al trattamento, ma anche alla prevenzione del disagio. Nell’area educativa è impiegata proprio in assenza di una condizione clinica, come strumento di crescita personale e di mantenimento del benessere psicofisico.
Qual è oggi l’ambito più diffuso?
L’area riabilitativa, rivolta a persone con danni neurologici e handicap fisici senza patologie psichiche. Storicamente l’arteterapia nasce invece nell’area terapeutica, come sostegno alle cure psichiatriche.
Bisogna saper disegnare o avere talento artistico?
No. L’arteterapia non valuta la qualità estetica di ciò che viene prodotto. Il disegno, il gesto o la forma modellata sono strumenti del processo, non prestazioni. Ciò che conta è quello che si attiva mentre la persona dà forma a qualcosa di proprio.
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