Il bambino come modello di conoscenza
Quando un bambino gioca non sta perdendo tempo in attesa di imparare qualcosa di serio: sta imparando nel modo più efficiente che conosce. Il gioco infantile ha tre caratteristiche che lo rendono un motore di apprendimento straordinario. La prima è la presenza totale: chi gioca è dentro ciò che fa, senza una parte della mente che commenta o valuta dall’esterno. La seconda è la disponibilità a testare tutte le ipotesi che la realtà offre, comprese quelle assurde, perché nessuna viene scartata prima di essere provata. La terza è che tutto questo avviene divertendosi, e il divertimento non è un accessorio: è la condizione che rende sopportabile sbagliare molte volte di seguito.
L’attività artistica riproduce esattamente questa configurazione. Chi impasta la creta, chi mescola colori su un foglio, chi si muove seguendo una musica sta esplorando uno spazio di possibilità senza un risultato prestabilito da raggiungere. Non c’è una risposta corretta da indovinare. Ci sono materiali, un corpo, un tempo, e la domanda implicita che ogni gesto pone: e se provassi così?
Cosa succede all’adulto
L’adulto, davanti a un problema o a una decisione, si comporta in modo quasi opposto. La ricerca di soluzioni arriva accompagnata da fatica e spesso da ansia. E l’ansia, per come funziona, restringe: riduce il numero di alternative che riusciamo a vedere, ci fa tornare su ciò che già conosciamo, ci spinge verso il comportamento che l’ultima volta non ha creato danni.
Da qui nascono gli automatismi. Sono comodi e rassicuranti, e in molte circostanze sono anche efficaci: non si può ripensare da zero ogni gesto quotidiano. Il problema è che uno schema comodo tende a espandersi ben oltre il territorio in cui serve. Diventa il modo in cui affrontiamo un conflitto, in cui interpretiamo il silenzio di una persona cara, in cui immaginiamo quello che possiamo o non possiamo fare della nostra vita. A quel punto lo schema non è più uno strumento: è una gabbia stabile, non in evoluzione, che decide al posto nostro.
Perché la creatività allarga gli schemi
L’esperienza creativa fa qualcosa che il ragionamento su di sé raramente riesce a fare: sposta il punto di osservazione senza passare dalle parole. Quando una persona si trova con un materiale tra le mani, deve prendere decine di micro decisioni per le quali non ha un copione pronto. Quanta pressione dare sul pastello. Se lasciare quello spazio vuoto o riempirlo. Se accettare la macchia venuta male oppure coprirla. Nessuna di queste scelte ha un precedente da imitare, e questo è il punto: la persona è costretta, in un contesto protetto e a bassa posta in gioco, a fare qualcosa che non aveva già deciso di fare.
Ripetuta, questa esperienza produce un effetto che va oltre il foglio. Rende percepibile che gli schemi abituali sono schemi, cioè scelte tra altre possibili, e non la struttura necessaria del mondo. Chi riesce a vedere il proprio modo di fare le cose come uno dei modi possibili ha già guadagnato il margine di libertà che serve per cambiarlo.
La libertà di contattare ciò che resta inespresso
Ogni persona porta con sé potenzialità che non ha mai avuto occasione, tempo o permesso di esprimere. Non si tratta necessariamente di talenti nascosti nel senso romantico del termine. Si tratta più spesso di modi di sentire, di reagire, di stare in relazione che sono stati messi da parte perché in famiglia, a scuola o al lavoro non erano previsti. Una rabbia mai formulata. Una tenerezza che non ha trovato destinatari. Un desiderio giudicato irrealistico prima ancora di essere pronunciato.
L’arteterapia offre un contesto in cui queste parti possono essere individuate, contattate e sperimentate senza che ciò comporti conseguenze immediate nella vita reale. Il foglio regge molto più di quanto reggerebbe una conversazione. Si può disegnare una scena violenta senza fare del male a nessuno, si può dare forma a un desiderio senza doverlo giustificare. Questo vale per il mondo interno e per quello esterno: cambiare il modo di guardare le proprie emozioni cambia anche il modo di guardare le situazioni in cui si è coinvolti.
Con i bambini e con gli adulti
Con i bambini l’arteterapia è spesso un mezzo elettivo, per una ragione semplice: il canale è già il loro. Un bambino che non ha ancora le parole per dire cosa gli è successo, o che le ha ma non può usarle senza sentirsi in pericolo, dispone comunque di colori, forme e gesti. Chiedergli di esprimersi attraverso questi mezzi non è un ripiego rispetto alla parola, è l’accesso più diretto.
Con gli adulti il lavoro è in un certo senso più impegnativo, perché prevede un passaggio in più: bisogna prima disattivare la parte che valuta il risultato. Molti adulti, davanti a un foglio bianco, dicono di non essere capaci di disegnare. È il primo materiale su cui si lavora. Non perché la frase sia falsa, ma perché è irrilevante: nessuno sta valutando il disegno. Ciò che conta è l’esperienza di produrlo, e quella è accessibile a chiunque abbia un corpo e una mano.
Non è una terapia fai da te
Va detto con chiarezza, perché sull’arteterapia circola una certa confusione. Disegnare quando si sta male fa spesso bene, e non serve nessun permesso per farlo. Ma l’arteterapia in senso proprio è un intervento condotto da un professionista formato, all’interno di un percorso con obiettivi definiti, che sa cosa fare quando l’attività creativa fa emergere contenuti dolorosi. È esattamente la parte che l’attività creativa spontanea non può garantire. Il valore aggiunto non sta nei materiali, che si comprano ovunque, ma nella presenza di qualcuno in grado di reggere e restituire ciò che emerge.
Domande frequenti
Bisogna saper disegnare per fare arteterapia?
No, e in un certo senso il talento tecnico può persino essere un ostacolo, perché porta a concentrarsi sulla qualità del risultato. In arteterapia il prodotto non viene giudicato in termini estetici: interessa come è stato fatto, cosa ha mosso nella persona mentre lo faceva, cosa ne dice dopo averlo guardato.
L’arteterapia serve solo ai bambini?
No. Con i bambini è un canale particolarmente naturale, perché coincide con il loro modo abituale di conoscere ed esprimersi. Con gli adulti ha una funzione diversa e altrettanto rilevante: allarga gli schemi rigidi con cui, spesso senza accorgersene, guardano la realtà interna ed esterna, e rimette in gioco possibilità che avevano archiviato.
Perché il divertimento è considerato un elemento terapeutico?
Perché è ciò che rende sostenibile l’esplorazione. Quando affrontiamo un problema con ansia tendiamo a restringere il campo e a ripetere le soluzioni note. Quando ci muoviamo in una condizione di gioco e coinvolgimento possiamo permetterci di sbagliare molte volte, e sbagliare molte volte è il modo in cui si trovano strade che non erano previste.
In che cosa si differenzia dal semplice disegnare per rilassarsi?
Nel dispositivo che la circonda. Disegnare per rilassarsi è un’attività personale e può fare molto bene. L’arteterapia prevede un professionista formato, un percorso con obiettivi, e una relazione in cui ciò che emerge dall’attività creativa viene accolto ed elaborato. La differenza si vede soprattutto quando affiora qualcosa di doloroso.
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