Psicologia Clinica e Psicopatologia

Le Abilità Sportive del Disabile

Bendare qualcuno per fargli capire com’è essere cieco sembra un’ottima idea. Gli studi dicono che di solito peggiora le cose: produce spavento e pietà, non comprensione. È uno dei casi in cui la buona intenzione va contro il risultato. Articolo divulgativo che riprende un testo del 2011 aggiornandone il linguaggio. Espressioni come «il disabile» o […]

Psicolab — Le Abilità Sportive del Disabile
Bendare qualcuno per fargli capire com’è essere cieco sembra un’ottima idea. Gli studi dicono che di solito peggiora le cose: produce spavento e pietà, non comprensione. È uno dei casi in cui la buona intenzione va contro il risultato.
Articolo divulgativo che riprende un testo del 2011 aggiornandone il linguaggio. Espressioni come «il disabile» o «superare la propria disabilità» sono oggi considerate improprie: si usa una formulazione che antepone la persona alla condizione.

Il punto di partenza

Il testo osserva che si tende a stupirsi nell’apprendere che esistono attività sportive praticate da persone con disabilità (il calcio per non vedenti, il basket in carrozzina) e a non immaginare come sia possibile.

Rileva poi che le motivazioni sono le stesse degli altri atleti: determinazione, volontà di riuscire, desiderio di stare con gli altri.

Perché lo stupore è il problema

È l’osservazione più utile del testo, anche se non viene sviluppata.

Lo stupore rivela un’aspettativa: che una persona con disabilità non faccia certe cose. E quell’aspettativa non deriva da una valutazione, deriva dal fatto che non se ne vedono.

La rappresentazione mediatica dello sport paralimpico è enormemente inferiore a quella dello sport olimpico, in termini di ore, di visibilità e di continuità.

Ne consegue che ciò che appare straordinario è tale soprattutto perché è invisibile: non perché lo sia.

La correzione principale

Il testo afferma che chi ha una disabilità possiede altre abilità che gli permettono di sostituirla, e di essere protagonista della propria vita.

La formulazione è generosa e va corretta, perché riproduce un’idea diffusa e non accurata.

La prima parte (l’idea che la perdita di un senso venga compensata da un potenziamento degli altri) è largamente sopravvalutata. Ciò che è documentato non è una maggiore sensibilità, ma una maggiore competenza nell’uso delle informazioni disponibili, acquisita con l’esercizio: chi è cieco non sente meglio, sa interpretare meglio ciò che sente.

È una differenza rilevante, perché sposta il merito dall’aver ricevuto una compensazione all’aver appreso qualcosa.

La seconda parte è più importante. L’idea che le abilità individuali consentano di «sostituire» la disabilità colloca il problema interamente nella persona.

Il modello oggi condiviso (recepito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità) dice altro: la disabilità nasce dall’incontro tra una condizione individuale e barriere ambientali.

Chi si muove in carrozzina non è impedito dalla propria condizione ma da un gradino. E il gradino è modificabile, mentre la determinazione personale non lo rende superfluo.

Il punto da respingere

Il testo propone di far sperimentare a persone senza disabilità la condizione di disabilità (praticare sport in carrozzina o con gli occhi bendati) per avvicinarsi a un mondo sconosciuto.

È una proposta molto diffusa, e la ricerca sul suo effetto è coerente nel dirla controproducente.

Gli studi condotti su queste simulazioni indicano che tendono a produrre, in chi le sperimenta, sentimenti di spavento, imbarazzo e pietà, e a rafforzare la percezione della disabilità come tragedia personale.

La ragione è comprensibile: chi passa un’ora in carrozzina non sperimenta la vita di una persona con disabilità motoria, sperimenta la prima ora di quella condizione, la più goffa, la più spaventata, quella priva di ogni competenza acquisita.

Chi vive quella condizione da anni ha sviluppato tecniche, abitudini, soluzioni. La simulazione riproduce l’incompetenza, non l’esperienza.

Quello che funziona, secondo le stesse ricerche, è diverso: il contatto diretto in condizioni di parità, e la possibilità di ascoltare le persone interessate raccontare la propria vita, comprese le parti ordinarie.

Una proposta che invece regge

Il testo suggerisce anche di provare a fare da accompagnatore sportivo, e questa è un’idea migliore.

La differenza è sostanziale: non si simula una condizione, si collabora con qualcuno che la vive. Il ruolo è di supporto, la competenza resta a chi pratica, e il rapporto è di cooperazione su un obiettivo comune.

Corrisponde precisamente alle condizioni che rendono efficace il contatto tra gruppi: parità, cooperazione, continuità.

Un’annotazione sulla rappresentazione

Va aggiunto qualcosa che il testo non considera.

La proposta di rendere visibili queste attività è giusta, ma il modo in cui vengono raccontate conta quanto la quantità.

Esiste un modello narrativo ricorrente: l’atleta presentato anzitutto come esempio di coraggio, la cui prestazione serve a commuovere e a far sentire gli altri fortunati.

È una rappresentazione che molte persone con disabilità rifiutano, perché trasforma un atleta in uno strumento di edificazione morale altrui, e perché implicitamente suggerisce che chi non compie imprese non stia facendo abbastanza.

La forma corretta è la più semplice: raccontare quelle gare come gare, tecnica, tattica, avversari, risultato. Trattare un atleta come un atleta è esattamente ciò che lo stupore impedisce.

Domande frequenti

Chi perde un senso sviluppa gli altri?

L’idea è sopravvalutata. Non è documentata una maggiore sensibilità, ma una maggiore competenza nell’interpretare le informazioni disponibili, acquisita con l’esercizio.

Simulare una disabilità aiuta a comprenderla?

No, la ricerca indica che tende a produrre spavento e pietà. Chi passa un’ora in carrozzina sperimenta la prima ora di quella condizione, cioè l’incompetenza, non l’esperienza di chi la vive da anni.

Cosa funziona invece?

Il contatto diretto in condizioni di parità e la cooperazione su un obiettivo comune (come fare da accompagnatore sportivo) oltre all’ascolto diretto delle persone interessate.

Come andrebbero raccontate queste competizioni?

Come competizioni: tecnica, tattica, avversari, risultato. Il modello dell’atleta presentato come esempio di coraggio lo trasforma in uno strumento di edificazione morale per gli altri.

Lo stupore davanti allo sport praticato da persone con disabilità non misura l’eccezionalità dell’impresa: misura quanto poco la si vede. Vanno corrette due idee diffuse: la compensazione sensoriale è sopravvalutata (non si sente meglio, si impara a interpretare meglio) e la disabilità non si «sostituisce» con abilità personali, perché nasce dall’incontro tra una condizione e barriere modificabili. Da respingere anche la simulazione con occhi bendati o carrozzina, che riproduce l’incompetenza della prima ora e produce pietà: ciò che funziona è la collaborazione alla pari, come fare da accompagnatore.
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