All’inizio il fumo è il risultato di una scelta sostanzialmente libera e volontaria. In seguito, tuttavia, tende invece a trasformarsi in un bisogno compulsivo, al fine non tanto di riprodurne gli effetti iniziali, quanto piuttosto di evitare i disturbi causati dalla sua mancanza. Questo fenomeno, definito dipendenza, è comune a gran parte delle droghe e ne costituisce uno degli aspetti più temibili e, nello stesso tempo, più complessi.
Un gruppo di esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la tossicodipendenza nei seguenti termini: “Uno stato psichico e talvolta anche fisico, risultante dall’interazione tra un organismo vivente ed una droga, caratterizzato da modificazioni del comportamento e da altre reazioni, che comprendono la pulsione ad assumere la droga in maniera continua o periodica, al fine di ritrovarne gli effetti psichici e di evitare i disturbi causati dalla sua privazione” (OMS, 1973).
Nella suddetta definizione è implicito, anche se non è espressamente dichiarato, il concetto che la tossicodipendenza comporta l’incapacità di mantenere uno stato di benessere fisico e mentale senza l’assunzione di una droga. Ne deriva, se si accetta che il benessere fisico e mentale corrisponde alla salute e la sua mancanza alla malattia, che la tossicodipendenza è una malattia: una malattia che, paradossalmente, è alleviata dallo stesso agente che ne costituisce la causa.
Nonostante le sue conseguenze negative, la tossicodipendenza è espressione dell’omeostasi, un meccanismo difensivo che è alla base della vita in tutte le sue manifestazioni, da quelle più elementari a quelle più complesse. Questa capacità permette all’organismo di salvaguardare il proprio stato interiore, mediante adattamenti funzionali atti a neutralizzare ciò che tende a turbarlo. Ad esempio, se la temperatura corporea si innalza troppo, l’organismo la riduce disperdendo il calore in eccesso mediante la sudorazione e la vasodilatazione periferica; se invece si abbassa eccessivamente, gli aggiustamenti sono di segno opposto.
Lo stesso succede con le droghe. La loro caratteristica comune, l’elemento che le accomuna al di là delle differenze, è la capacità di liberare la mente dai vincoli che la mantengono sul terreno forse angusto, ma ben collaudato e sicuro, dei comportamenti normali. Ne derivano, in maniera diversa secondo le droghe, sensazioni di piacere, di liberazione dalla sofferenza fisica e mentale, di forza e di fiducia in sé, d’evasione dalla realtà.
Il tabacco determina, attraverso la nicotina, effetti mentali molto complessi, riconducibili al suo punto d’attacco, rappresentato da gangli neuronali che modulano svariate funzioni nervose, centrali e periferiche. Questi effetti, che rendono «piacevole,desiderabile e talvolta perfino utile» il fumo, sono racchiusi in un quadro che, secondo le circostanze, può rispondere al bisogno di tranquillizzazione o, all’inverso, di stimolazione. Contemporaneamente, si osserva un miglioramento della concentrazione e della capacità d’apprendimento. Probabilmente la diffusione del fumo si spiega con il fatto di non dare
Ugualmente complesso, perché speculare rispetto agli effetti centrali e periferici del tabacco, è il controadattamento dell’organismo che porta alla dipendenza.
Le manifestazioni di quest’ultima non sono avvertite finché la droga le controbilancia, ma sono ben presenti nell’organismo. La loro esistenza è dimostrata dal fatto che, con il progredire della tossicodipendenza, aumentano le quantità di droga necessarie per riprodurne gli effetti iniziali. Si instaura, cioè, la tolleranza. Con il tabacco si passa infatti dalle poche tirate della prima sigaretta, che danno un senso di stordimento e di vertigine, finanche a 20 sigarette al giorno. Il ricondurre la tossicodipendenza ad una reazione omeostatica, che è un processo difensivo naturale, non deve indurre a sottovalutarne la portata.
Reagendo alla droga l’organismo recupera il proprio stato funzionale, attraverso aggiustamenti che devono essere controbilanciati, per non squilibrarlo, da una forza disegno opposto; si tratta, in altre parole, di un equilibrio instabile, diverso da quello fisiologico, perché richiede, per essere mantenuto, la presenza della droga. Se quest’ultima viene a mancare, subentra la crisi d’astinenza, contrassegnata da manifestazioni di segno opposto rispetto agli effetti propri della droga. Durante l’astinenza da fumo si nota irritabilità, difficoltà di concentrazione, bradicardia, e così via.
La spiegazione alla base delle crisi di astinenza è semplice: la tossicodipendenza si manifesta solo con le droghe perché esse sono le uniche capaci di disattivare dei segnali d’allarme a contenuto fortemente spiacevole, come il dolore fisico e mentale, e nello stesso tempo dotati di una rappresentazione mentale che ne consente il riconoscimento a livello cosciente. Per tornare al suo stato iniziale, l’organismo deve iperattivarli. Questo controadattamento funzionale non viene avvertito quando è bilanciato dagli effetti opposti della droga, ma determina, se quest’ultima viene a mancare, un’intollerabile sensibilità al dolore e ad altri fenomeni psichici e fisici estremamente spiacevoli.
Ecco perché solo il tossicodipendente in astinenza collega i suoi disturbi alla mancanza di droga e avverte un lucido, assillante bisogno di procurarsela.
L’intensità della tossicodipendenza varia da droga a droga, ma anche da persona a persona. Alcuni diventano tossicodipendenti dopo poche esposizioni a una droga, altri solo dopo esposizioni prolungate. Alcuni si liberano della tossicodipendenza facilmente, altri non ci riescono nemmeno quando ne subiscono gli effetti devastanti.
È probabile che la suscettibilità alla tossicodipendenza sia legata a fattori ereditari, anche se è difficile accertarlo con sicurezza. Si può ritenere che, in linea di massima, ne esistano due tipologie estreme, tra le quali si collocano tutte le altre: quella con una forte predisposizione costituzionale ed un’influenza relativamente modesta dei fattori esterni; quella, al contrario, nella quale sono questi ultimi a giocare il ruolo fondamentale.