Se seguiamo la teoria cognitivista, sappiamo che l’uomo è capace di comprendere la realtà, di reagire ad essa e di sviluppare uno specifico comportamento dando un senso preciso agli avvenimenti, alle interazioni, alle diverse situazioni. Oltre a questo, l’uomo sviluppa un processo di attribuzione attraverso cui va alla ricerca delle cause di un evento, di una struttura permanente, degli effetti di determinate manifestazioni. Partendo da questi presupposti, le ricerche effettuate da autori come Deschamps (1986) Beavois (1984)[1] hanno dimostrato come per gli individui sia importante attribuire sempre delle responsabilità agli eventi ed in particolare, nel caso dell’Aids, attribuire la responsabilità ai malati stessi. Cosi’ come per il cancro, viene messa in primo piano la responsabilità individuale: si è responsabili della propria infezione. C’è però un’ ulteriore differenziazione.Nel caso del cancro, per quanto responsabile, la malattia viene associata anche a situazioni esterne, nel caso dell’Hiv, la malattia viene associata solo ed esclusivamente all’uomo e alle sue abitudini.
Da una ricerca effettuata tra 84 studenti in Svizzera[2], emerse che l’Aids implica la responsabilità sociale più del cancro, mentre quest’ultimo è per lo più associato alle circostanze della vita.
Secondo gli intervistati,se una persona è affetta da Aids “se lo è cercato “, se una persona è affetta da cancro “non può farci niente,è successo”.
Per tanto, nel caso dell’Aids si ha una svalorizzazione dell’individuo contaminato in quanto responsabile della sua condizione.Per questo le persone affette da Aids sono vittime di ostracismo e di pregiudizio da parte di coloro che osservano i malati e sono a conoscenza della malattia attraverso l’esposizione ai media.
A tale proposito, Susan Sontag ha affermato che spesso l’Aids è descritto prendendo in prestito il gergo militare, viene cioè considerato come “invasore ” del corpo.
Oltre a questo si può considerare, come nota la stessa Sontag:
“[…]Nel caso dell’Aids, la vergogna è collegata ad un’imputazione di colpevolezza; e lo scandalo non è affatto oscuro.
Mentre nel caso del cancro ci si domanda ” Perché io?”, nel caso dell’Aids ciò non avviene. La maggior parte delle persone affette da Aids e non abitanti della Africa sub – sahariana sanno (o pensano di sapere ) come lo hanno contratto.Non è un flagello misterioso che sembra colpire a caso.In verità, contrarre l’Aids, significa proprio essere rivelati, nella maggioranza dei casi finora riscontrati, come membro di una “categoria a rischio ” “[3]
Una simile concezione legata all’ Aids, ha fatto sì che questa malattia venisse considerata quasi alla stregua della peste e venisse percepita con grande apprensione.
L’Aids infatti, ha fatto nascere una serie di paure, che erano state accantonate grazie ai progressi della medicina considerata ben presto “onnipotente” soprattutto per i passi avanti fatti nella lotta contro i tumori. L’Aids, invece, è stato visto come una malattia devastante anche perché a suo confronto il cancro è apparso meno importante,quasi più banale.
Da questo confronto tra Aids e cancro si constata una più profonda comprensione nei confronti dei malati di cancro ed una discriminazione più accentuata nei confronti dei malati di Aids.
Una più sottile differenziazione è emersa invece dalle ricerche effettuate da Comby e Devos nel 1992 tra operatori sociali e operatori sanitari in formazione. In questo caso si ha un diverso atteggiamento a seconda del tipo di sieropositività. Le persone contaminate dall’assunzione di droghe, sono ritenute più responsabili della loro infezione, rispetto a quelle contaminate in seguito ad una trasfusione.E’ stata dimostrata maggiore solidarietà e comprensione verso coloro che sono stati infettati a causa di un errore nelle trasfusioni, che non verso coloro che sono stati infettati a causa del loro consumo di droghe.
Le persone dunque considerate sieropositive, vengono conseguentemente associate ad una precisa categoria sociale e in base a questa più o meno comprese o socialmente accettate.Da questo tipo di ricerche si evince un concetto fondamentale e cioè che quando una persona viene considerata responsabile viene in qualche modo svalorizzata e vista negativamente.
In questo modo, attraverso la svalorizzazione della persona, gli individui ritrovano una spiegazione all’evento, trovano la causa alla situazione negativa verificatasi nella realtà da loro vissuta.I percorsi attraverso cui gli individui sono portati a considerare negativamente una persona affetta dal virus, vengono intrapresi in seguito al modo di porsi di fronte al problema descritto dai media. A volte il timore per la malattia si sovrappone alla razionalità e alla conoscenza, non lasciando a queste spazio per comprendere a fondo la malattia stessa.
Nonostante ciò, l’informazione intensificata nel corso degli anni, ha permesso anche di cambiare atteggiamento nei confronti della malattia e dei malati.Alcune ricerche condotte in USA [4]sulle conoscenze, gli atteggiamenti, le credenze, le pratiche verso l’HIV, hanno dimostrato che nel 1987 il 25% degli Americani, si sarebbe rifiutato di lavorare con un collega affetto da Aids, nel 1991 la percentuale era del 16%.O ancora nel 1987 il 51% riteneva che se una persona ha contratto il virus è “colpa sua “,nel 1991 questa percentuale scese al 33%.Le variazioni di percentuale dimostrano,se pure in minima parte , che la diffusione delle informazioni ha permesso nel corso degli anni una maggiore consapevolezza ed una maggiore comprensione verso i malati. Grazie dunque all’incremento delle campagne d’informazione gli individui hanno mostrato una formazione ed una preparazione più profonde verso l’Aids. A questi dati si aggiungano le più recenti ricerche realizzate da J.Flynn , P.Slovic , C.K.Mertz [5] i quali hanno riscontrato negli Usa diversi modi di percepire il rischio delle malattie in base al sesso, alla razza, alla cultura di appartenenza.In particolare, è stato rilevato dagli autori sopracitati, che gli uomini Statunitensi hanno una più bassa percezione del rischio rispetto alle donne.Le motivazioni, da ricercarsi non tanto nell’impostazione educativa o razionale,ma in un diverso approccio verso il rischio stesso dovuto ad aspetti comportamentali.Gli uomini rispetto alle donne sembrano più coinvolti dalle loro attività lavorative ed extra-lavorative e meno attenti verso le malattie, i rischi a queste connessi, la possibilità di aggiornarsi sulle malattie stesse.Le donne invece, appaiono più vulnerabili ed apprensive nei riguardi del rischio stesso, maggiormente interessate all’informazione riguardante le malattie in genere, più propense verso la possibilità di aggiornarsi in maniera costante.Si riscontra per tanto, alla luce delle ricerche degli autori prima ricordati, una diversa scala di valori ed interessi appartenente agli uomini e alle donne statunitensi, che in qualche modo li condiziona portandoli a percepire in maniera differente il rischio e le situazioni da questo derivanti.
Una ulteriore distinzione è stata evidenziata, ancora da Flynn,Slovic e Mertz a proposito della cultura e della etnia di appartenenza.Uomini e donne residenti in zone povere del continente Africano e Asiatico mostrano, per esempio, una più alta percezione del rischio per fattori come le malattie, le trasfusioni di sangue, l’inquinamento, le radiazioni rispetto a uomini e donne Europei che presentano una minore preoccupazione per gli stessi temi.
A spiegare il perché di un simile panorama situazionale, è senz’altro l’ambiente di riferimento e il contesto socio-politico appartenente alle diverse culture.Uomini e donne appartenenti ad una società e ad una cultura economicamente, tecnologicamente, socialmente più avanzata risultano più propensi a credere che le malattie siano in qualche modo controllabili e affrontabili grazie al progresso della Scienza.Nei paesi più poveri, invece, l’opinione pubblica è più propensa a ritenere di non avere molte possibilità economiche per sostenere le ricerche o le spese per affrontare le malattie, di non avere i mezzi per affrontare l’inquinamento o le radiazioni, situazione
questa che li spinge ad una maggiore apprensione verso le malattie stesse e verso le problematiche legate all’ambiente.
Variazioni di percentuale dimostrano, se pure in minima parte, che la diffusione delle informazioni ha permesso nel corso degli anni una maggiore consapevolezza ed una maggiore comprensione verso i malati.
Grazie dunque all’incremento delle campagne d’informazione, gli individui hanno mostrato una formazione ed una preparazione più profonde verso l’Aids.
[2] La ricerca rientra nel finanziamento n°90 – 7048 del Servizio Federale di salute Pubblica Cfr op.cit.pag 120