La ricerca di un colpevole
Secondo la prospettiva cognitivista, l’essere umano cerca costantemente di dare un senso agli eventi e alle situazioni che vive. Di fronte a ciò che accade, mette in moto un processo di attribuzione: va alla ricerca delle cause, cerca responsabilità, tenta di spiegarsi il perché delle cose. È un meccanismo naturale, ma che di fronte alla malattia può produrre effetti profondamente ingiusti.
Diverse ricerche di psicologia sociale hanno mostrato come, nel caso dell’AIDS, le persone tendano ad attribuire la responsabilità dell’infezione al malato stesso. Un tempo lo si faceva anche per il cancro, ma con una differenza cruciale: il cancro veniva comunque associato anche a cause esterne (“è successo, non ci poteva fare niente”), mentre l’HIV veniva ricondotto quasi esclusivamente alle abitudini della persona. È una distinzione che ha pesato enormemente sulla vita di chi ha convissuto con il virus.
Lo stigma e le sue conseguenze
Da uno studio condotto tra alcune decine di studenti universitari emergeva chiaramente questo doppio standard: l’AIDS chiamava in causa una “responsabilità sociale” del malato molto più del cancro, associato invece alle circostanze della vita. Nel primo caso l’atteggiamento prevalente era “se l’è cercato”; nel secondo, comprensione e compassione.
Il risultato di questo modo di pensare è la svalorizzazione della persona malata, considerata colpevole della propria condizione. Da qui derivavano ostracismo e pregiudizio, alimentati anche da un’informazione mediatica spesso allarmistica, che descriveva la malattia con un linguaggio quasi militare: il virus come “invasore” del corpo. Come osservava a suo tempo la scrittrice Susan Sontag nei suoi saggi sulla malattia come metafora, all’AIDS veniva associata un’idea di vergogna e di colpa che ad altre patologie non si applicava: contrarre il virus significava, agli occhi della società, essere “smascherati” come appartenenti a una presunta categoria a rischio.
Questa concezione ha fatto sì che la malattia venisse percepita quasi come una nuova “peste”, con grande apprensione. L’AIDS ha risvegliato paure antiche che i progressi della medicina (considerata ormai quasi “onnipotente”, soprattutto nella lotta ai tumori) avevano accantonato. Al confronto, altre malattie sembravano improvvisamente meno gravi.
Non tutti i “colpevoli” sono uguali
Le ricerche hanno fatto emergere una distinzione ancora più sottile e rivelatrice. Studiando gli atteggiamenti di operatori sociali e sanitari in formazione, si è visto che il giudizio cambiava a seconda di come era avvenuto il contagio. Verso chi era stato infettato in seguito a una trasfusione si mostravano solidarietà e comprensione; verso chi si era contagiato attraverso l’uso di sostanze, invece, prevaleva un atteggiamento di condanna, come se fosse “più responsabile” della propria condizione.
È la conferma di un meccanismo di fondo: quando una persona viene ritenuta responsabile, viene automaticamente svalorizzata e vista in modo negativo. Attribuendo la colpa all’individuo, gli altri trovano una spiegazione rassicurante (“a me non capiterà, perché io mi comporto diversamente”) e prendono le distanze dalla malattia. Spesso, in questo processo, il timore si sovrappone alla razionalità e alla conoscenza, senza lasciare spazio a una comprensione reale della malattia.
Il ruolo dell’informazione
C’è però una buona notizia, ed è il contributo più importante che la psicologia della salute può offrire: l’informazione cambia gli atteggiamenti. Confrontando le indagini condotte negli Stati Uniti a distanza di alcuni anni, si osservava un miglioramento netto. Alla fine degli anni Ottanta un quarto degli intervistati si sarebbe rifiutato di lavorare con un collega sieropositivo; pochi anni dopo la percentuale era quasi dimezzata. Allo stesso modo, la convinzione che chi contrae il virus ne abbia “colpa” era passata da circa la metà a un terzo del campione.
Sono variazioni che dimostrano, seppur gradualmente, come la diffusione di conoscenze corrette abbia permesso una maggiore consapevolezza e una comprensione più autentica verso le persone malate. Dove arriva l’informazione, arretra il pregiudizio.
Come percepiamo il rischio
Le ricerche hanno mostrato anche che la percezione del rischio non è uguale per tutti: varia in base al genere, alla cultura e al contesto di appartenenza. In alcuni studi statunitensi gli uomini mostravano una percezione del rischio più bassa rispetto alle donne, non per ragioni educative ma per un diverso atteggiamento verso il pericolo. Allo stesso modo, chi vive in contesti economicamente più fragili tende a percepire un rischio più alto legato a malattie e fattori ambientali, perché avverte di avere meno mezzi per affrontarli; chi vive in società più avanzate confida maggiormente nella capacità della scienza di tenere sotto controllo le malattie. Il contesto socio-culturale, insomma, filtra il modo in cui viviamo la salute e la paura.
Uno sguardo aggiornato
È importante leggere queste analisi con gli occhi di oggi. La ricerca medica ha compiuto passi enormi: l’infezione da HIV, se diagnosticata e trattata, è oggi una condizione cronica gestibile, che consente una vita lunga e piena. Le terapie antiretrovirali permettono a chi le segue con costanza di raggiungere una carica virale non rilevabile, che rende il virus non trasmissibile per via sessuale. Molti dei giudizi e delle paure descritti in questi studi appartengono a un clima culturale che va compreso storicamente e superato.
La lezione di fondo resta però attualissima: colpevolizzare chi è malato è un meccanismo psicologico diffuso e dannoso, che aggiunge sofferenza alla sofferenza. Riconoscerlo è il primo passo per contrastarlo, con informazione corretta, empatia e rispetto per la dignità di ogni persona.
Domande frequenti
Perché si tende a “dare la colpa” a chi ha l’HIV?
Per un meccanismo psicologico di attribuzione: cercando le cause di un evento negativo, le persone tendono a individuare un responsabile. Ritenendo il malato “colpevole”, gli altri trovano una spiegazione rassicurante e prendono le distanze dalla malattia. È un meccanismo diffuso ma ingiusto, che alimenta lo stigma.
Che cosa dice la psicologia della salute sullo stigma?
Che lo stigma nasce dall’attribuzione di responsabilità e porta a svalorizzare la persona malata, generando ostracismo e pregiudizio. Il giudizio cambia persino in base a come è avvenuto il contagio, mostrando quanto pesino le rappresentazioni sociali più dei fatti medici.
L’informazione serve davvero a ridurre il pregiudizio?
Sì. Le indagini nel tempo mostrano che, dove aumentano conoscenze corrette, calano i comportamenti discriminatori e le convinzioni colpevolizzanti. L’informazione è lo strumento più efficace per sostituire la paura con la comprensione.
Qual è oggi la situazione dell’HIV?
Grazie alle terapie antiretrovirali, l’infezione da HIV è oggi una condizione cronica gestibile, compatibile con una vita lunga e piena. Chi segue le cure con costanza può raggiungere una carica virale non rilevabile, che rende il virus non trasmissibile per via sessuale. Le vecchie paure vanno superate.
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