Quando l’età diventa una discriminante nella psicologia della formazione
Nel mondo della formazione psicologica e forense, il confine tra eccellenza e disumanizzazione può diventare sottile. L’esperienza vissuta da un allievo della CSI Academy solleva un interrogativo profondo: è possibile essere “troppo vecchi” per imparare? E, soprattutto, può un formatore dimenticare la centralità dell’ascolto?

Una formazione d’eccellenza, quella proposta dal centro diretto dalla Dottoressa Roberta Bruzzone: docenti competenti, contenuti rigorosi, approccio multidisciplinare. Eppure, la testimonianza dell’ex corsista suggerisce che la qualità tecnica non sempre va di pari passo con l’etica relazionale.

Dal sapere all’umiliazione: il caso emblematico

46 anni, due lauree, esperienze complesse di vita, una motivazione profonda. L’allievo si presenta all’esame finale del master, ma lo fa in una condizione psico-fisica critica: privazione di sonno, ipervigilanza e tensione emotiva. Il verdetto è lapidario: “impreparato”. Ma ciò che colpisce non è la bocciatura, accettata con dignità, quanto il muro relazionale che ha preceduto e seguito l’esame.

Messaggi ignorati, consulenze pagate ma mai realmente portate a conclusione, dubbi insinuati sul valore delle lauree. E poi, la frase che diventa simbolo:
“A 46 anni si raccolgono i frutti, non si semina.”

Una sentenza più che un’opinione, che sembra negare il diritto alla rinascita e tradisce la missione educativa che ogni psicologo dovrebbe incarnare.

Il punto critico: deontologia e formazione

Secondo il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, l’età non può essere un criterio di esclusione. L’art. 3 ci ricorda l’obbligo di rispetto integrale per la persona; l’art. 4 vieta ogni forma di discriminazione; l’art. 19 impone aggiornamento continuo e attenzione al cambiamento.
Affermare che “dopo i 40 non si lavora” non è solo scorretto: è pericoloso. Significa ostacolare l’evoluzione delle persone e perpetuare una cultura dell’esclusione che nulla ha a che fare con la psicologia.

Tra palco e cattedra: il rischio della visibilità

La figura mediatica della direttrice è intensa, la dottoressa Bruzzone è brillante, visibile. Criminologa, cantante, rider, conduttrice televisiva, collaboratrice istituzionale. Ma il racconto dell’allievo denuncia un rischio: la pedagogia trasformata in spettacolo. Quando il formatore diventa performer, il contenuto cede il passo all’immagine. E chi cerca accoglienza, trova un palcoscenico.
La satira stessa viene vissuta come offesa. La denuncia contro l’imitazione di Virginia Raffaele mostra un approccio che mal si concilia con la capacità di elaborare il dissenso, fondamento di ogni mente critica e psicologicamente matura.

Etica selettiva e regole flessibili

Durante il corso della CSIaccademy, vengono sanzionati formalmente i gruppi WhatsApp “non autorizzati”, è proprio la Bruzzone al primo incontro a spiegarlo e a dire quanto integerrima sarà in caso di riscontro di gruppi e violazioni di qualsiasi genere. Ma nella realtà, il gruppo nasce comunque. E al suo interno, si verificano episodi gravi: insulti ai docenti, derisioni, violazioni manifeste. Le sanzioni? Annunciate con rigore, ma poi dimenticate. Tutti promossi. Alcuni accompagnati all’orale. Coerenza evaporata.
Il messaggio è devastante: le regole valgono solo se non fanno rumore. Chi paga o può creare danno, passa. Chi rispetta, resta indietro.

La seconda possibilità come atto psicologico

L’allievo sceglie un altro cammino. Non per rancore, ma per coerenza. Decide di proseguire altrove, dove la resilienza è considerata un valore e non un difetto. Dove l’ascolto non è facoltativo e il dolore non è condizione di esclusione.

Richiama le parole di Viktor Frankl:
“Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi.”

E lo fa. Riparte. Coltiva una nuova fiducia. E costruisce un messaggio universale: la rinascita non ha età.

Psicologia senza giudizio: il cuore della disciplina

La psicologia non dovrebbe mai giudicare l’anagrafe, le cadute o i percorsi tortuosi. Dovrebbe comprenderli. Accompagnarli. Valorizzarli. Come ci ha insegnato Carl Gustav Jung:
“La metà della vita è per trovare sé stessi, la seconda per donare il meglio agli altri.”

E come dimostrano i casi di Susan Boyle, Mandela, Grandma Moses, Giuseppe Paternò, Colonel Sanders: non è mai troppo tardi per iniziare.
Un vero professionista della mente dovrebbe saperlo.

Conclusione

Questo caso non è solo una denuncia personale: è un invito urgente e collettivo a ripensare radicalmente la formazione nel campo psicologico e criminologico. Significa tornare al centro della nostra missione: accogliere la persona, valorizzarne la storia, promuoverne la crescita indipendentemente dall’età o dal passato.

Ogni corsista porta con sé una biografia unica, fatta di cadute, riprese, sacrifici e speranze. E una vera psicologia non calpesta le storie—le raccoglie, le ascolta, le trasforma. Lo psicologo non seleziona, accompagna. Non misura il valore con il metro anagrafico, ma con quello umano.

Se la Dottoressa Bruzzone ritiene che a 46 anni si sia “vecchi” per diventare criminologi, allora abbia almeno il coraggio deontologico di includerlo nei materiali informativi dell’accademia. Scriva chiaramente che:

“Se hai meno di 40 anni, puoi intraprendere un percorso professionale. Se ne hai di più, sei comunque benvenuto… ma solo per imparare. Per la nostra visione, non potrai fare questo mestiere.”

Un messaggio come questo sarebbe forse discutibile, ma almeno onesto. Perché ogni esclusione implicita, ogni limite non dichiarato, è diseducativo quanto una discriminazione esplicita. E se la formazione è venduta come percorso abilitante, allora va garantita coerenza tra ciò che si promette e ciò che si crede.

La vera giustizia formativa sta nel dare valore alla motivazione, non al certificato. Alla voglia di crescere, non alla carta d’identità

Immagine di Dottor Luciano Adolfo Di Prata

Dottor Luciano Adolfo Di Prata

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