Autostima o autoefficacia
La distinzione è la parte più utile.
L’autostima è una valutazione globale del proprio valore. È stabile, generica, e i tentativi di aumentarla direttamente hanno dato risultati deludenti: risulta più spesso conseguenza dei successi che loro causa.
L’autoefficacia è invece la convinzione di poter eseguire un compito specifico. Non è un tratto globale, varia per dominio, ed è associata a prestazione e persistenza in modo più consistente dell’autostima.
La differenza pratica: non ha senso chiedersi «quanto valgo», che è una domanda senza risposta operativa. Ha senso chiedersi «sono in grado di fare questa cosa», che ha una risposta verificabile e modificabile.
Come si costruisce l’autoefficacia
Le fonti sono state identificate e sono ordinate per efficacia.
L’esperienza di padronanza: riuscire in qualcosa. È di gran lunga la fonte più potente, ed è la ragione per cui il modo più efficace di sentirsi capaci è fare cose e riuscirci, cominciando da compiti alla propria portata.
L’osservazione di persone simili a sé che riescono, che funziona meglio quanto più il modello è percepito come comparabile.
La persuasione da parte di altri, che ha effetti reali ma minori e temporanei se non seguita da esperienze concrete.
Gli stati fisiologici: il modo in cui si interpretano ansia e attivazione. Leggere il battito accelerato come preparazione anziché come segno di incapacità cambia la prestazione, ed è documentato.
Ne segue l’indicazione contro il senso comune: le affermazioni positive ripetute sono la fonte più debole, e in chi ha bassa autostima possono peggiorare le cose.
La sensazione di essere un impostore
Merita una sezione perché è diffusa e mal descritta.
Si tratta della convinzione che i propri successi siano dovuti a fortuna o a un errore di valutazione altrui, con il timore di essere scoperti. Le stime indicano che una quota molto ampia di persone la sperimenta almeno una volta.
Va precisato che non è una diagnosi e non è un disturbo: è un’esperienza comune, e il termine sindrome è improprio.
Va aggiunto un elemento che sposta la prospettiva: questa sensazione è più frequente in chi appartiene a gruppi sottorappresentati nel proprio contesto. Trattarla come un difetto individuale da correggere ignora che spesso riflette segnali reali dell’ambiente, e in quel caso ciò che va cambiato non è la percezione della persona.
Cosa fare, in concreto
- Scomporre gli obiettivi in passi verificabili: l’autoefficacia si costruisce sull’evidenza di essere riusciti, e serve che l’evidenza esista.
- Tenere traccia di ciò che si è fatto: la memoria dei successi è selettiva al ribasso in chi ha già poca fiducia.
- Chiedere feedback specifico sul lavoro anziché generico sulla persona: «questo documento è chiaro?» produce informazione, «vado bene?» produce rassicurazione.
- Distinguere errore e identità: un lavoro sbagliato è un lavoro sbagliato.
- Reinterpretare l’attivazione prima di una prova come preparazione, che è la contromisura con supporto sperimentale.
- E verificare le condizioni: ruolo ambiguo, criteri di valutazione poco chiari, assenza di riscontri. Un senso di inadeguatezza in un contesto così non è un problema di autostima, ed è la spiegazione che va esclusa per prima.
Domande frequenti
Che differenza c’e fra autostima e autoefficacia?
L’autostima e una valutazione globale del proprio valore; l’autoefficacia riguarda la convinzione di saper fare un compito specifico, ed e piu associata alla prestazione.
Come si aumenta l’autoefficacia?
Soprattutto con esperienze di riuscita su compiti alla propria portata, poi osservando persone simili che riescono. Le affermazioni positive sono la fonte piu debole.
La sindrome dell’impostore e un disturbo?
No: non e una diagnosi ed e un’esperienza molto comune. E piu frequente in chi appartiene a gruppi sottorappresentati nel proprio contesto.
Che feedback conviene chiedere?
Feedback specifico sul lavoro svolto, non generico sulla persona: il primo produce informazione, il secondo solo rassicurazione.
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